Tre anni d’oro a Malines

Malines, Belgio. 80mila abitanti, 27 km a sud di Anversa e 30 a nord di Bruxelles. I fiamminghi la chiamano Mechelen, e ne primi del Cinquecento fu anche capitale dei Paesi Bassi; ma nel 1987 era una cittadina industriale, piena di operai e rappresentata da una squadra di calcio di scarso successo, che a lungo aveva fatto su e giù tra la prima e la seconda divisione. Quell’anno tutto cambiò.

In realtà le cose erano iniziate ad andare diversamente già qualche tempo prima, dopo che il club era stato acquistato dal miliardario John Cordier, e aveva ottenuto la promozione nel 1983. La dirigenza del KV Mechelen aveva deciso di investire per migliorare il club, e tra i primi rinforzi era arrivato il mediano Koen Sanders, giovane del Club Bruges in cerca della propria dimensione. Ma fu nell’estate nel 1985 che la squadra fece il salto di qualità, con gli arrivi di ben tre olandesi: il difensore ex-Excelsior Rotterdam Graeme Rutjes, il centrocampista del Groningen Erwin Koeman – fratello maggiore di Ronald, all’epoca difensore dell’Ajax – e soprattutto l’allenatore Aad de Mos.

De Mos era stato un enfant prodige della panchina, chiamato nel 1979, a soli 32 anni, ad assistere Leo Beenhakker su quella dell’Ajax, e dopo la partenza del suo mentore era stato promosso capo allenatore, vincendo il campionato del 1983 e contribuendo all’ascesa di Stanley Menzo, Frank Rijkaard, Jan Mølby, Ronald Koeman, Wim Kieft, John van’t Schip e Marco Van Basten. Nel maggio 1985, mentre stava per vincere il secondo scudetto, era entrato in conflitto con la dirigenza ed era stato cacciato: non si è mai capito quale fosse il motivo del contendere, ma è opinione diffusa che il club fosse ansiosa di affidare la panchina a Johan Cruijff.

Il Belgio già da un po’ si era affermato nel calcio come un’Olanda “di Serie B”, soprattutto  grazie ai successi dell’Anderlecht degli anni Settanta, che mutuava il totaalvoetbal affidandosi anche a giocatori e tecnici dei Paesi Bassi, come Arie Haan, Rob Rensenbrink e Hans Croon. Era quindi il luogo perfetto per de Mos per ricominciare la propria carriera, e il Mechelen era in cerca di una propria identità per potere contendere il predominio locale proprio all’Anderlecht. Nel 1986 si aggiunsero alla rosa le ultime pedine, puntellando la difesa: il leader Leo Clijsters, il terzino olandese Wim Hofkens, e soprattutto il portiere Michel Preud’homme.

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Il massimo riconoscimento individuale della carriera di Preud’homme è arrivato solo nel 1994, quando fu premiato come miglior portiere dei Mondiali: aveva 35 anni, e poco dopo avrebbe comunicato il ritiro dalla nazionale.

Quello di Preud’homme fu un vero e proprio colpo: si trattava di un portiere di grande esperienza e molto moderno per l’epoca, visto come sapeva giocare con i piedi e passare con precisione dalla lunga distanza. Era cresciuto allo Standard Liegi alle spalle del grande Christian Piot, e aveva trascinato la squadra alla finale di Coppa delle Coppe del 1982; poi, però, le sue prestazioni erano calate, e a Liegi aveva perso il posto in favore di Gilbert Bodart. Anche per lui il Mechelen era l’occasione del rilancio.

Al termine di quella stagione, i piccoli belgi raggiunsero un sorprendente secondo posto in campionato e vinsero il loro primo titolo, la coppa nazionale. Pochi mesi dopo, Cordier rafforzò la squadra con altri due innesti, il promettente centrocampista Marc Emmers e l’attaccante israeliano Eli Ohana, due dei protagonisti principali – assieme a un Preud’homme tornato insuperabile – della grande stagione che portò all’affermazione internazionale del Mechelen: la conquista della Coppa delle Coppe.

Non un trofeo qualsiasi, perché, dopo aver eliminato la sorpresa Atalanta in semifinale, il Mechelen aveva affrontato per il titolo proprio l’Ajax, verso cui de Mos aveva ovvi desideri di vendetta. Nel frattempo, però, gli olandesi avevano raggiunto l’apice e stavano nuovamente declinando: erano i campioni in carica, ma in estate avevano perso le stelle Rijkaard e Van Basten, andati al Milan, e a gennaio anche Cruijff, partito per Barcellona. Al calcio spumeggiante e tecnico dei Lanceri, i belgi opponevano un gioco pragmatico in cui quel poco che i difensori lasciavano passare veniva prontamente neutralizzato dal portiere. Due modi opposti di vedere il calcio scesero in campo quella sera, e mentre gli olandesi andavano a sbattere contro la retroguardia belga, all’inizio del secondo tempo Ohana ubriacava di finte Danny Blind e infine calciava in mezzo una palla tesa, su cui si avventava Piet den Boer, segnando la rete che avrebbe deciso la partita.

Era stata un’annata magica per il calcio fiammingo: in contemporanea, Guud Hiddink portava il PSV Eindhoven a conquistare la Coppa dei Campioni, rendendo possibile il primo derby tra Belgio e Olanda nella Supercoppa europea dell’estate 1988. A rafforzare ulteriormente la rosa di de Mos era arrivato, proprio dall’Ajax, l’attaccante 23enne John Bosman, che segnò due delle tre reti con cui il Mechelen distrusse la squadra di Hiddink e ipotizzò già nella gara di andata il suo secondo titolo europeo in pochi mesi. A fine stagione, de Mos avrebbe anche riportato il club al titolo nazionale dopo 41 anni di attesa, mentre in parallelo si piazzava in un’altra semifinale di Coppa delle Coppe, persa però contro la Sampdoria.

La gestione di Cordier aveva reso il Mechelen un modello a livello europeo, e non solo sotto il profilo sportivo: lo stadio Achter de Kazerne era stato ristrutturato con l’aggiunta di box per spettatori vip, all’epoca un’assoluta novità; aveva anche creato una società secondaria, la Cova Invest, attraverso cui acquistare giocatori da girare poi al club, uno dei primi casi delle controverse third-party ownership esplose diversi anni dopo.

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Il Mechelen con la Coppa delle Coppe 1988: a destra den Boer, a sinistra Ohana, che quell’anno vinse il Premio Bravo come miglior giovane d’Europa.

All’apice del successo, de Mos decise di passare all’Anderlecht: fu il gesto che, col senno di poi, simboleggiò la fine del ciclo d’oro del Mechelen. Anche se in realtà il club belga – allenato dall’esordiente Ruud Krol, presto sostituito con Fi Van Hoff – chiuse ancora terzo in campionato e contese al Milan di Sacchi un quarto di finale di Coppa dei Campioni, senza più de Mos in panchina le ambizioni della squadra andarono scemando. Nello stesso anno, den Boer si era trasferito al Bordeaux, lasciando spazio in rosa alla promessa Marc Wilmots, ma negli anni successivi anche Rutjes, Versavel, Emmers e Bosman scelsero di proseguire la carriera all’Anderlecht, mentre Koeman rientrò in Olanda al PSV. Molto pesò anche l’addio, nel 1990, di Ohana: non era riuscito a tenere fede alle promesse, e ora cercava una nuova avventura al Braga, dove però avrebbe disputato una sola deludente stagione, finendo per tornare, a soli 27 anni, al Beitar Gerusalemme.

Le tante cessioni dovevano servire a salvare Cordier, che stava attraversando un periodo di crisi con la sua Telindus: non essendo molti giocatori realmente di proprietà del club, ma della Cova Invest, Cordier riuscì abbastanza facilmente a tenersi a galla, mentre il Mechelen, svuotato di talento e fondi, iniziò la sua caduta. Nel 1994, anche  Preud’homme lasciò, nonostante altre tre stagioni di vertice e due finali di Coppa del Belgio: andò al Benfica, riuscendo a vincere un campionato prima di veder iniziare uno dei più lunghi periodi di crisi di risultati della storia del club di Lisbona.

Nella seconda metà degli anni Novanta, il Mechelen visse un mesto su e giù tra prima e seconda divisione, fino a che nel 2003, dopo l’ennesima retrocessione, la dirigenza comunicò che non c’era più una base economica sufficiente per garantire l’iscrizione al campionato. Il piccolo club operaio della provincia belga, che aveva osato sfidare il modello fiammingo del totalvoetbal, sparì nei bassifondi della terza serie. Come se fosse un presagio, John Cordier era morto circa un anno prima, a soli 60 anni, dopo un periodo di malattia.

 

Fonti

CARRIERO Christian, La breve favola agnostica del Malines, QuattroTreTre

CORDOLCINI Alec, Una favola chiamata Malines, Storie di Calcio

THACKER Gary, Electric dreams and football teams: when KV Mechelen became a belgian powerhouse, These Football Times

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