I padroni del calcio: Petroldollari e pallone

“Sono eccitato prima di ogni singola partita. Il trofeo alla fine è meno importante del processo per raggiungerlo.” – Roman Abramovich

Potremmo dire che tutto sia iniziato nel giugno 2003, quando uno sconosciuto imprenditore russo del settore degli idrocarburi, Roman Abramovich, sorvolò col suo elicottero Stamford Bridge e decise che doveva acquistare il club che giocava in quello stadio, il Chelsea. In realtà, non iniziò così – nel 1997 l’egiziano Mohamed Al-Fayed, proprietario dei magazzini Harrods, aveva acquistato il Fulham e, nel giro di pochi anni, lo aveva portato dalla Terza Divisione alla vittoria della Coppa Intertoto; nel 1999 l’affarista serbo Milan Mandaric aveva acquistato il Portsmouth sull’orlo del fallimento, facendone la prima di una serie di squadre di calcio collezionate nel corso della sua vita – ma Abramovich resta uno dei principali simboli del nuovo corso della Premier League e l’icona del calcio dei multimiliardari stranieri, che vengono tradizionalmente chiamati “oligarchi” quando vengono dall’Europa dell’Est, e “sceicchi” quando vengo dai paesi arabi.

Nel 2007, la coppia russo-iraniana composta da Alisher Usmanov e Farhad Moshiri rilevava il 30% dell’Arsenal (quota poi passata tutta a Usmanov, dopo che Moshiri, nel 2016, l’ha ceduta per acquistare l’Everton), e l’ex-primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra assumeva il controllo del Manchester City, portando sulla panchina Sven-Goran Eriksson e in campo giocatori promettenti come Rolando Bianchi, Valeri Bojinov, Elano, Martin Petrov, Javier Garrido e altri ancora, per una campagna acquisti che superò i 40 milioni di euro di spesa. Dopo una sola stagione, travolto da uno scandalo in patria, Shinawatra cedette il club al principe di Abu Dhabi Mansour bin Zayd Al Nahyan, che in un decennio ha riversato vagonate di milioni sul calcio mondiale: nella sua prima stagione di calciomercato, Mansour spese 140 milioni di euro per assicurarsi alcuni dei migliori calciatori del mondo (come Robinho e Carlos Tevez), e proseguì su questa falsa riga nelle annate successive, collezionando fenomeni del calibro di David Silva, Edin Dzeko, Yaya Touré, Samir Nasri, Sergio Aguero e Kevin De Bruyne.

Mansour ha segnato l’ingresso dei capitali arabi nel mondo del calcio e una rivoluzione non solo per il City – fino a quel momento un club di grandi ambizioni ma disorganizzato – ma per tutto il sistema europeo. Il loro approdo fu dirompente tanto quanto quello di Abramovich quattro anni prima, e quanto lo sarà quello di Nasser Al-Khelaifi con l’acquisto del Paris Saint-Germain nel 2011, che ha portato agli acquisti faraonici di Thiago Silva, Zlatan Ibrahimovic, Edinson Cavani, Angel Di Maria e, soprattutto, dell’accoppiata Neymar-Kylian Mbappé, costati assieme una cifra record superiore ai 400 milioni di euro. Non c’è da stupirsi se il calcio degli sceicchi sia ora al centro della polemica, dopo che si è scoperto come la Fifa abbia chiuso un occhio sulle regole del financial fair play per consentire a City e PSG di portare a termine i loro acquisti multimilionari senza rischiare multe o squalifiche.

I soldi non vincono i titoli

Tuttavia, spendere tanto non significa automaticamente vincere: osservando il palmares di Abramovich in questi quindici anni di gestione del Chelsea, risulta molto difficile descriverlo come fallimentare, con cinque campionati, cinque Coppe d’Inghilterra, tre Coppe di Lega, due Community Shield, una Europa League, una Champions League e una Supercoppa Europea. Ma, confrontando questi trofei con la totalità delle spese effettuate per raggiungerli, appare subito evidente una forte sproporzione. Al suo arrivo a Stamford Bridge, Abramovich investì immediatamente oltre 100 milioni di sterline per rinnovare la squadra, ma dopo una stagione deludente le sue stelle si trovarono a dover essere svendute ad altri club: acquistato per 15 milioni di sterline, Juan Sebastian Veron fu ceduto in prestito prima all’Inter e poi all’Estudiantes, finendo per lasciare il Chelsea a costo zero; stesso discorso per Hernan Crespo, costato 26 milioni di euro ma poi ceduto in prestito prima al Milan e poi all’Inter, e infine al Genoa a parametro zero; Adrian Mutu costò 22 milioni di euro, ma il suo contratto fu rescisso dopo un anno e mezzo in seguito a una squalifica per cocaina. Nonostante i soldi spesi, poi, per alcuni dei migliori allenatori del mondo – José Mourinho, Guus Hiddink, Carlo Ancelotti, Rafa Benitez, Antonio Conte – le uniche due finali di Champions League raggiunte dal Chelsea sembrano più frutto di una fortunata serie di coincidenze che di piani studiati, dato che alla guida del club all’epoca c’erano due soluzioni di ripiego come Avram Grant e Roberto Di Matteo.

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Claudio Ranieri è stato un allenatore molto gradito ai miliardari stranieri: in mezzo alla rifondazione del Chelsea voluta da Abramovich, fu uno dei pochi a vedersi garantito il posto, ma sopo solo una stagione venne sostituito con José Mourinho. È stato poi scelto come allenatore del Monaco di Rybolovlev per due stagioni, e infine del Leicester City del thailandese Vichai Srivaddhanaprabha.

In generale, i miliardi degli oligarchi e degli sceicchi non hanno quasi mai portato trionfi eccezionali, specialmente al di fuori del proprio campionato. Tre stagioni sono servite al Manchester City per arrivare sul podio della Premier League, e quattro prima di vincere il campionato, e a oggi il club ha vinto solo tre titoli nazionali e non è mai andato oltre una semifinale di Champions League. Non ha fatto meglio il Paris Saint-Germain, dominatore della modesta Ligue 1 – che, nonostante tutto, gli è stata soffiata in due occasioni da club molto meno ricchi, come il Montpellier nel 2012 e il Monaco nel 2017 – ma assolutamente anonimo a livello continentale.

Proprio il Monaco, finito nel 2011 nelle mani di un altro oligarca russo, Dmitrij Rybolovlev, ha vissuto una storia altrettanto emblematica, dal punto di vista sportivo. Come tutti i suoi predecessori, Rybolovlev è arrivato e ha svuotato il suo grasso portafoglio, spendendo subito oltre 150 milioni di euro in calciatori: James Rodriguez, Joao Moutinho, Radamel Falcao e Geoffrey Kondogbya sono stati i nomi di punta del suo primo calciomercato. Poi, però, intervenne la grana del divorzio dalla moglie e i soldi iniziarono a servire altrove; così, per il Monaco cominciarono le cessioni eccellenti, dopo nemmeno quattro anni di gestione, costringendo il club francese a fare affidamento su acquisti di profilo più basso – per lo più di giovani promettenti – e sul settore giovanile. Ironia della sorte, saranno proprio questi giovani – Thomas Lemar, Tiémoué Bakayoko, Valère Germain, Djibril Sidibé, Benjamin Mendy, Bernardo Silva e Kylian Mbappé – a condurre il Monaco alla sua stagione perfetta, strappando la Ligue 1 al PSG e raggiungendo la semifinale di Champions League.

Ma il caso più clamoroso è quello del Malaga, acquistato nel 2010 da Abdullah Al-Thani, membro della stessa famiglia reale del Qatar che un anno dopo avebbe rilevato il PSG. Nel giro di due anni, Al-Thani portò in Andalusia nomi noti del calcio internazionale come Julio Baptista, Martin Demichelis, Ruud Van Nistelrooy, Jeremy Toulalan, Santi Cazorla e Isco, arrivando fino a giocarsi la Champions League; finché, un bel giorno, Al-Thani non si ritrovò in difficoltà economiche e decise di cedere gran parte dei suoi giocatori e mettere in vendita il club. Lo sceicco fece infine retromarcia sulla cessione, ma gli investimenti dimuirono considerevolmente e, cinque anni dopo aver disputato i quarti di finale di Champions, il Malaga si trova ora in Segunda Division. Questa storia non è molto lontana da quella di un piccolo club della repubblica russa del Daghestan, l’Anzhi, che nel 2011 passò sotto il controllo dell’imprenditore del settore energetico Sulejman Kerimov e balzò agli onori della cronaca per i suoi investimenti fuori scala, tra cui quello da 25 milioni di euro di Samuel Eto’o, che con 20,5 milioni di euro in tre anni divenne il calciatore più pagato della storia. Solo due anni più tardi, all’improvviso la rosa venne svenduta a club stranieri pezzo dopo pezzo, e nel 2014 l’Anzhi retrocesse, sparendo nel dimenticatoio del calcio mondiale, senza alcun titolo conquistato.

I padroni del pallone

Operazioni misteriose, strani giri d’affari, riciclaggio di denaro sporco o semplici sfizi da togliersi per chi può permettersi tutto: è difficile capire cosa si nasconda esattamente dietro il calcio degli oligarchi e degli sceicchi. Da un certo punto di vista, è abbastanza evidente il desiderio di inserirsi nell’economia occidentale per accrescere ulteriormente i propri guadagni, usando lo sport come ariete per diffondere il proprio brand: gli investimenti dei russi, degli arabi, ma anche degli americani e dei cinesi, vanno al di là del semplice controllo di un club, come dimostra l’intervento della compagnia aerea di Dubai Emirates Airlines nell’Arsenal e, in misura minore, in altri top club europei come Milan e Real Madrid, oltre che come sponsor della FA Cup; Qatar Airways è il principale sponsor del Barcellona, squadra che precedentemente aveva una politica contraria ai nomi dei finanziatori sulla maglia blaugrana. È invece notizia recente il ruolo – che L’Espresso definisce da “burattinai” – dei fratelli kazaki Tavfik e Refik Arif, proprietari del fondo Doyen, una società di management che sostanzialmente gestisce una parte considerevole dei calciatori più noti e ricchi del pianeta, come Neymar e Falcao e altri nomi al centro dei più clamorosi trasferimenti degli ultimi anni.

 

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Nel 2011 Samuel Eto’o si trasferì dall’Inter all’Anzhi; dopo due anni, in seguito alla crisi del club russo, passò al Chelsea, e nel 2015 ha firmato per i turchi dell’Antalyaspor, di proprietà di Fettah Tamince, uno dei principali finanziatori di Doyen Sports. Dopo tre anni, si è trasferito al Qatar FC, il club di Hamad Al-Thani, imparentato sia con l’emiro del Qatar che con le proprietà di PSG e Malaga.

Per quanto riguarda il Paris Saint-Germain, la sua acquisizione da parte di Qatar Investment Authority fa parte di una strategia di marketing che vuole porre lo stato del Golfo Persico in una delle posizione centrali del mondo del pallone, di pari passo con i ricchi investimenti nello sport locale (un campionato che, dal 2003, ha visto giocare vecchie glorie come Pep Guardiola, Raul, Eto’o e Wesley Snejder) e con la controversa organizzazione dei Mondiali del 2022, a cui si lega anche l’ingaggio di Neymar nel PSG: l’obiettivo è trasformare la stella brasiliana nel giocatore più atteso dei prossimi Mondiali (data la quasi sicura assenza, per raggiunti limiti di età, di Ronaldo e Messi) e sfruttare i possibili successi del club francese come traino per la Coppa del Mondo. Parigi è sembrata la città perfetta per questa operazione: è una delle principali città europee, con una squadra che vanta molti tifosi ma pochissimi successi, e che milita in un campionato di secondo piano (in cui, quindi, è più facile vincere) e nel paese con la più alta concentrazione di cittadini arabi dell’Europa; senza contare che il fondo del Qatar, a Parigi, gestisce già alberghi di lusso, palazzi e centri commerciali.

I cosiddetti petroldollari degli sceicchi, si sa, sono destinati a esaurirsi di pari passo con le riserve energetiche delle loro terre, ed ecco perché sono alla ricerca di nuove fonti di business. Il cosiddetto City Football Group è proprio questo, una holding multinazionale del pallone che fa capo all’Abu Dhabi United Group e accorpa club come Manchester City, New York City, Melbourne City, Yokohama Marinos, gli uruguayani del Torque e, di recente, anche il piccolo club spagnolo del Girona, diviso equamente tra la società araba e Peré Guardiola, fratello dell’attuale allenatore del Manchester City. Una colossale corporazione che, attraverso giochi di scatole cinesi, sostiene i debiti della squadra inglese ripartendoli tra i club minori ed evitando così le sanzioni della Uefa. Non è allora difficile comprendere come mai Gianni Infantino, presidente della Fifa e delegato Uefa, sia intervenuto per allargare le maglie del financial fair play in favore di City e PSG, due club legati a multinazionali che oggi letteralmente tengono in piedi il business del calcio globale.

Anche per Roman Abramovich il Chelsea sarebbe più di una semplice passione: secondo una fonte anonima interpellata da Dominic Midgley e Chris Hutchins per il loro libro Abramovich, the Billionaire from Nowhere, il club londinese è una sorta di assicurazione sulla vita, un modo per ottenere i favori della società britannica e proteggersi così da eventuali dissidi con Vladimir Putin, il presidente russo di cui Abramovich è stato alleato fin dai primi tempi, ma che è noto per non fare sconti a nessuno, quando si tratta di potere. Il calcio, alla fine, è un mezzo e non un semplice fine.

 

Fonti

AA VV, Il giorno in cui cambiò il calcio: 10 anni fa nasceva il City degli sceicchi, Sky Sport

BARONE Eduardo, City Football Group, la longa manus degli sceicchi sul calcio, Io Gioco Pulito

CALÀ Alessandro, Anzhi e Malaga, quando a tradire i tifosi sono magnati e sceicchi, Calciomercato.com

MAGGIOLO Andrea, Perché gli sceicchi investono montagne di soldi nel calcio europeo, Today.it

MALAGUTTI Vittorio, VERGINE Stefano, Football Leaks, chi sono gli oligarchi che controllano il calcio, L’Espresso

SALTARI Dario, Forse non conoscete Roman Abramovich, L’Ultimo Uomo

TIMOFEJCHEV Aleksej, Quanti soldi fanno gli oligarchi russi con le squadre di calcio occidentali, Russia Beyond

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