Il mio nome è Nessuno

Ninguém aveva gli occhi grandi e arrotondati, la pelle nerissima da africano purosangue, e una zazzera arricciata sul cranio. Quante di quelle persone a cui lustrava le scarpe dalla mattina alla sera sapevano il suo vero nome? Nessuno, probabilmente. Nessuno era anche il nome con cui era conosciuto – Ninguém, in portoghese, significa appunto “nessuno” – ma non era una citazione omerica, piuttosto una condanna, per la verità comune a molti ragazzi come lui, nati nel ghetto di Mafalala a Lourenço Marques, Mozambico. Poco più in là stavano i quartieri degli indiani, arrivati via nave da Goa, e poi, lontanissimi, i quartieri ricchi e puliti di quegli esigui bianchi che si erano trasferiti laggiù per gli affari coloniali.

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La maledetta Premier League

Il 28 aprile 1990, Ian Rush e John Barnes rispondevano al gol iniziale di Roy Wegerle e liquidavano anche il Queens Park Rangers: con due giornate d’anticipo, il Liverpool vinceva il suo diciottesimo titolo di First Division, più di chiunque altro. Era il quinto campionato vinto nel giro di dieci anni, e nessuno poteva presagire nemmeno lontamente che sarebbe stato l’ultimo. Due anni più tardi sarebbe nata la Premier League, e il Liverpool – il club inglese più vincente di sempre – non avrebbe mai più vinto il titolo nazionale.

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Totale

Il ragazzo è giovane, ma alto e robusto, un bravo atleta; ha appena compiuto diciott’anni, e l’unico Ajax che ricorda distintamente è quello allenato dai suoi connazionali: prima Distelbrink, per un pugno di partite appena, poi Halpern e De Wit, ma soprattutto Van Kol, il coach che c’era quando entrò nella giovanili. L’inglese che l’ha sostituito dicono sia una leggenda, dicono che è merito suo se l’Ajax ha un settore giovanile tanto organizzato come quello in cui lui ha giocato fino a qualche mese prima. Ora, il signor Jack Reynolds, ha promosso il ragazzo in prima squadra: è il 1946.

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Barzagli, il sottovalutato

È l’estate del 2008, e una squadra tedesca si presenta a Palermo con una ventina di milioni di euro: in cambio, vuole andarsene dall’Italia con due difensori, Cristian Zaccardo e Andrea Barzagli. Per qualcuno sembra un’esagerazione, specialmente per i 12 milioni che vengono proposti per il secondo, per qualcun altro un peccato, che due giocatori così debbano andarsene in un campionato minore invece che restare nella Serie A. Un anno dopo, la squadra tedesca – il Wolfsburg – alza a sorpresa il titolo di campione di Germania: Zaccardo ha giocato ventidue partite, Barzagli quarantacinque, senza mai essere sostituito. In Italia, non se ne accorge praticamente nessuno.

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La triste fine degli “Zidanes y Pavónes”

Era il maggio 2002: una splendida volée di Zinedine Zidane portava il Real Madrid a vincere la sua nona Champions League, la terza in cinque anni; il più grande Real dai tempi di Di Stefano e Puskas. Nel frattempo, la stagione precedente, Vincente Del Bosque aveva fatto esordire un ventenne difensore centrale di nome Francisco Pavón, un prodotto della Fabrica, il settore giovanile madrileno, che mirava a sostituire l’ormai trentaquattrenne leggenda Fernando Hierro. Si parlava, all’epoca, di “Zidanes y Pavónes”.

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I ragazzi venuti da Manchester

Una platea di soldati, un gallese in piedi a parlare. Non era un ufficiale, ma spiegava comunque piani d’attacco, pur se più adatti a tempi di pace che di guerra: Jimmy Murphy aveva dovuto smettere col pallone allo scoppio del conflitto, quando si era da poco trasferito dal West Bromwich Albion allo Swindon Town e di anni ne aveva appena ventotto. Durante quella lezione di football tenuta ai soldati britannici, aveva deciso che insegnare gli piaceva, e che a guerra finita avrebbe potuto farne un lavoro. Ad assistere alla lezione, per caso, c’era anche un collega calciatore, uno scozzese che, come Murphy, era stato costretto dalla guerra al ritiro anticipato, quando vestiva la maglia del Liverpool, e adesso stava studiando per diventare allenatore: il suo nome era Matt Busby. Continua a leggere “I ragazzi venuti da Manchester”

Gli albori del calcio multiculturale europeo

La multiculturalità non è nata oggi, è solo divenuta palese. Il pensiero che le persone di etnia mista siano un fenomeno degli ultimi dieci anni si fonda su una selezione involontaria della realtà storica o sulla sua scarsa conoscenza. Se dovessimo prendere un centinaio o anche più di persone che si ritengono esperte della storia del calcio e domandassimo loro chi sia stato il primo calciatore nero a vestire la maglia di una nazionale europea, la quasi totalità non saprebbe indicarne non solo il nome, ma neppure l’epoca storica. Continua a leggere “Gli albori del calcio multiculturale europeo”

Il sogno del Saarbrucken, un club senza nazione

Quando fu reso noto il sorteggio della prima edizione della Coppa dei Campioni, il tecnico Hector Puricelli e il presidente Andrea Rizzoli si guardarono perplessi: nessuno di loro aveva mai sentito parlare del Saarbrucken, ma la cosa che più gli stupiva era che questa squadra – che proveniva dall’angolo sud-occidentale della Germania, praticamente al confine con Francia e Lussemburgo – non gareggiava come rappresentante tedesco, ma bensì per una nazione indipendente e sconosciuta chiamata Saarland.

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