Il piano di Gianni Infantino per vendere il Mondiale di calcio a investitori privati è fallito, e dopo anni di controversie il futuro del dirigente svizzero alla guida della FIFA pare ormai destinato a tramontare. Pericolo scampato, dunque, ma questa riedizione su scala maggiore del caso della Superlega ha messo in luce una volta di più le fragilità di un sistema che è da tempo finito nel mirino degli speculatori, e in cui le uniche speranze di salvezza sono necessariamente riposte in figure che, pur essendo infinitamente meglio di Infantino della Trump-gang, sono ben lontane dall’essere dei benefattori. “Il calcio è della gente” è ormai diventato un motto della UEFA di Aleksander Čeferin, ma sappiamo tutti come questo slogan sia vero solo in minima parte. Se, da un lato, la UEFA fa la guerra a Infantino, dall’altro è un’associazione che viene da anni di strette relazioni con la Russia, il Qatar, la Turchia e l’Ungheria di Orbán, e che ha inoltre mostrato molta più titubanza di fronte alla situazione di Israele.
E tuttavia rischia di essere abbastanza stupido ricordare che “la UEFA non è poi tanto migliore della FIFA”, in quanto a corruzione e avidità. Ovviamente è così, ma di alternative più etiche non ne esistono, e questo è dovuto anche al fatto che, in tutti questi anni, nessuno ha mai seriamente provato a proporle. Fenomeni come il calcio popolare meritano molte lodi, ma non possono in alcun modo competere con il calcio professionistico, e quindi non possono essere realmente alternativi a esso: la battaglia per la difesa dei diritti dei tifosi e degli appassionati deve essere combattuta all’interno del sistema, perché il calcio che interessa alla maggior parte della gente è quello dei grandi campionati nazionali, della Champions League e del Mondiale. Non esiste alcuna opposizione reale al modello a cui, in maniera variegata e con diversi livelli di perversione, aderiscono personaggi come Infantino, Čeferin ed Al-Khelaïfi.
Quello che è avvenuto nell’ultima settimana dovrebbe quindi essere uno spunto per riflettere su cosa non funziona nella governance del calcio e su come sia possibile riformarla. La FIFA Forward Enterprise è fallita essenzialmente per un motivo: la UEFA, da tempo in conflitto con Infantino ed economicamente abbastanza forte da fargli la guerra, ha agito subito, bocciando rapidamente la proposta con termini molto duri e poi minacciando il boicottaggio dei Mondiali. Questo ha messo in allarme tutto il sistema: un calcio internazionale senza le selezioni europee sarebbe un prodotto fallimentare sotto ogni punto di vista, e Infantino non potrebbe più garantire gli introiti promessi. A questo si è aggiunto un dettaglio non da poco: l’attuale presidente della FIFA si è fatto innumerevoli nemici nel mondo del calcio. Il suo modo di agire dispettoso, irrituale e arbitrario ha indipettito molte federazioni nazionali e addirittura alti dirigenti della FIFA, al punto che tanti non vedevano l’ora di avere l’occasione per sfiduciarlo.
È questo ad aver fatto fallire il progetto FFE, non uno scatto di moralità dei governanti dello sport. Probabilmente, un piano meno radicale, presentato da un soggetto differente, senza ambigui legami con l’universo MAGA (il cui futuro potrebbe dipendere molto dalle elezioni di midterm di novembre, e poi dalle presidenziali del 2028) e che si fosse consultato prima con i 211 membri della FIFA, avrebbe potuto ricevere un via libera, con buona pace del ‘popolo’. In quel caso, chi avrebbe potuto opporsi? Forse solo l’Unione Europea, che attraverso il Commissario allo sport Glenn Micallef è in prima linea nella difesa dei diritti dei tifosi da tempi non sospetti. Ne sarebbe nata una battaglia legale, il cui esito però sarebbe stato tutt’altro che scontato: la FIFA è un’organizzazione transnazionale il cui baricentro è ormai stato trasferito a Miami, e la sua sede europea si trova comunque in Svizzera, accuratamente al di fuori della giurisdizione della UE.

Sabato, la UEFA ha fatto la sua proposta: “un nuovo modello di distribuzione delle risorse attraverso l’attuale programma FIFA Forward”. La FIFA ha riserve di denaro nelle banche che sono superiori ai 5 miliardi di dollari, pur essendo ufficialmente una società senza scopo di lucro che dovrebbe distribuire tutti i suoi ricavi tra i membri. È una riforma, ma solamente superficiale, che ruota sempre attorno alla stessa questione: soldi e potere. Il calcio è della gente, ma chi lo governa è interessato soprattutto ad altro. Possiamo discutere del fatto che soldi e potere possano essere usati in tanti modi diversi, e che non è necessario diventare degli avidi despoti per gestire un’organizzazione come la FIFA. Ma Infantino non è che l’estrema conseguenza di questo sistema, tanto quanto Donald Trump lo è relativamente alla politica statunitense. Se si vuole cambiare veramente le cose, è necessario introdurre nuovi strumenti di controllo e scrutinio sull’operato di queste organizzazioni.
“Sostituire un presidente, lasciando però intatte le strutture di governance e la concentrazione di potere che hanno reso possibile una simile proposta, significherebbe semplicemente lasciare quegli stessi strumenti nelle mani di qualcun altro” ha scritto Bonita Mersiades su Sport and Politics. È facile pensare, a questo punto, a un progetto come quello dell’ente regolatore del calcio inglese promosso dal governo britannico, ma questa idea si scontra con due problematiche. La prima è: chi avrebbe l’autorità per monitorare la FIFA? L’UE sembra l’unica entità politica sovranazionale ad averne l’ambizione, ma, come detto più sopra, la FIFA si estende ben oltre la sua giurisdizione. Inoltre, il controllo governativo sul calcio sposterebbe il problema a un altro livello: non più la potenziale corruzione dei dirigenti sportivi, ma quella dei politici. Parte della battaglia contro Infantino è stata motivata anche dalla sua dipendenza da Donald Trump, il che dimostra che, una volta che le istituzioni sportive sono sottoposte a un controllo governativo, basta che capiti il politico sbagliato per far saltare il banco. E, a quel punto, sarebbe anche più difficile per i membri della FIFA opporsi concretamente, come avvenuto nel caso del piano FFE.
Una riforma seria dovrebbe guardare piuttosto agli equilibri interni all’organizzazione, non a quelli esterni. Attualmente, nella FIFA vige un sistema di rigida democrazia formale, per cui ognuno dei 211 membri ha un voto e ogni decisione viene presa a maggioranza. Com’è ovvio, il rovescio della medaglia è che questo crea un conflitto tra le poche federazioni nazionali ricche e potenti (essenzialmente, quelle europee) e le molte povere e scarsamente competitive: ecco perché aumentare gli introiti delle competizioni (e quindi i dividendi) e il numero delle partecipanti al Mondiale sono, ormai da 52 anni (dalla prima elezione di João Havelange), i principali argomenti su cui fa leva il presidente della FIFA per consolidare il proprio potere. Ma il caso FFE dimostra che il presunto strapotere delle piccole federazioni ha un contrappeso diretto nel peso economico e mediatico della UEFA: se le associazioni europee minacciano di ritirarsi da un torneo, tutti i guadagni vengono meno, per cui la bilancia si sposta in favore di questa élite.
La vera questione sta altrove: la FIFA è sì una democrazia, ma una democrazia come quelle del XIX secolo, in cui votavano solo i maschi ricchi. Tutti i membri hanno diritto di voto e tutti i voti hanno lo stesso valore, ma solo le federazioni nazionali possono essere membri. La FIFA rappresenta i governanti del calcio di tutto il mondo, ma non i giocatori né i tifosi. Lo scorso giugno, FIFPro, l’associazione globale dei calciatori e delle calciatrici, ha ottenuto un proprio emissario presso il FIFA Council, con diritto di parola ma non di voto: veramente poco, per un’organizzazione che conta 77.000 atleti e atlete tra 70 paesi del mondo. Da febbraio, la sezione europea del sindacato ha un proprio delegato con diritto di voto all’interno del Comitato Esecutivo della UEFA, il quale però ha un peso politico irrilevante: alle 55 federazioni nazionali europee corrispondono 16 voti totali (29%), mentre i 36 sindacati nazionali dei giocatori europei hanno un unico voto (meno del 3%), sebbene rappresentino circa 35.000 professionisti. Da notare che i club, nella UEFA, contano molto di più, avendo due voti grazie ai rappresentanti dell’European Football Clubs (l’ex ECA), più teoricamente un terzo dovuto al delegato dell’European Leagues (le leghe nazionali rappresentano a loro volta i club professionistici).

Con i tifosi va ancora peggio: le associazioni che rappresentano i principali investitori del calcio non hanno alcuna voce a livello istituzionale. Questo è dovuto anche a un’organizzazione internazionale non proprio efficiente: le associazioni dei tifosi a livello locale non sono molte, e quelle continentali sono ancora meno. La più organizzata e attiva è Football Supporters Europe, che collabora con la UEFA ma non ha un proprio membro del Comitato Esecutivo. Ne consegue che non esiste una vera associazione internazionale dei tifosi di calcio, una sorta di corrispettivo di FIFPro per i fan, e questo preclude ogni discorso sulla loro rappresentanza in seno alla FIFA.
Dovrebbe però essere un tema di discussione di grande rilevanza, visto che, come detto, parliamo degli investitori primari di questo business, tramite biglietti, abbonamenti televisivi e merchandising. Nel 2020, la FIFA stimava che ci fossero 5 miliardi di tifosi di calcio nel mondo: è impensabile che non abbiano nessuna voce in capitolo nelle decisioni che riguardano questo sport. Volendo fare dei calcoli spiccioli, se ognuno di questi tifosi spendesse all’anno anche solo il corrispettivo di 5 dollari in relazione al calcio, staremmo parlando di 25 miliardi di investimento: per fare un confronto, Infantino voleva cedere il 20% della FFE a Thrive Capital per 4,2 miliardi.
L’importanza del ruolo dei tifosi nei processi decisionali è ampiamente dimostrata dal caso della Germania, che è probabilmente il sistema calcistico con l’equilibrio più sano tra guadagno economico, competitività tecnica, sostenibilità e rapporto con la propria comunità. Avere un peso politico nelle decisioni di qualcosa che ti riguarda, in buona parte dei casi responsabilizza i tifosi, i quali di conseguenza responsabilizzano le istituzioni sportive, dai club alle federazioni (non senza conflitti, questo è chiaro). Ma c’è di più: supportare una struttura di questo genere nel calcio potrebbe favorire lo sviluppo di nuovi gruppi di associazionismo e attivismo anche in ambiti extrasportivi. In questo modo, forse per la prima volta, il calcio potrebbe davvero diventare il motore di un cambiamento sociale positivo nel mondo. È forse una visione troppo ottimistica, ma in tempi di cambiamento è bene puntare in alto.
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