“All’improvviso, l’enormità della cosa mi colpì. Il fatto cruciale era che i contratti firmati dai 2.700 membri della Professional Footballers’ Association erano illegali”. Iniziava così un libro del 1964 intitolato Determined To Win (“Determinato a vincere”), l’autobiografia del centrocampista dell’Arsenal George Eastham. Bisogna dirlo: gli anni Sessanta non erano proprio un’epoca in cui fosse comune che un calciatore pubblicasse un libro sulla propria vita, ed era ancora più raro se il calciatore in questione era ancora in attività. Eastham aveva solamente 28 anni, era uno dei giocatori più conosciuti della First Division inglese, capitano dell’Arsenal e nazionale dell’Inghilterra. Eppure aveva già fatto qualcosa che aveva cambiato per sempre la storia del calcio: aveva sfidato, e sconfitto, i grandi club.
Pochi mesi prima, il signor giudice Richard Orme Wilberforce aveva deliberato che il modo in cui il Newcastle, il vecchio club di Eastham, aveva trattato il giocatore era illegittimo. E, implicitamente, che lo stesso trattamento riservato agli altri calciatori da tutte le altre società inglesi era a sua volta illegittimo. Un sistema che vigeva da sessant’anni e oltre, e che aveva permesso ai club di fare ciò che volevano e trattare i giocatori sostanzialmente come schiavi, vedeva la fine. Per capire questa storia e la sua portata – “l’enormità della cosa”, come scrisse Eastham – bisogna tornare indietro di circa quattro anni, ai tempi in cui la mezzala di Blackpool giocava ancora nel Newcastle, il club con cui aveva debuttato nel campionato inglese a soli vent’anni, nel 1956.
Con i Magpies, Eastham si era affermato come uno dei migliori giovani centrocampisti inglesi del periodo, in particolare nella stagione 1959/60, quando aveva ricevuto la prima convocazione nella nazionale Under-23. Chiuse quell’annata con 20 gol segnati, un numero eccellente per un centrocampista, secondo, tra i suoi compagni, solo al centravanti Len White. Ma il Newcastle era una squadra di secondo piano del campionato inglese, che gli garantiva uno stipendio da 20 sterline a settimana (più qualche extra, per aggirare il tetto salariale della First Division) ed Eastham sentiva di meritare di più. Nel corso della stagione, il conflitto tra lui e il Newcastle era andato in crescendo: c’erano state le lamentele sui bonus troppo bassi, ma anche quelle sull’appartamento fatiscente che il club gli aveva assegnato (perché erano le società a possedere le case in cui vivevano i giocatori), e poi pure quelle sull’opposizione del club alle sue convocazioni con l’Inghilterra Under-23.
Nella primavera del 1960, al termine del campionato, il contratto di Eastham col Newcastle sarebbe scaduto, e il giocatore decise che era giunto il momento di cambiare aria e chiedere il trasferimento. Ma le regole dell’epoca non consentivano ai giocatori di scegliere autonomamente il proprio futuro sportivo: il retain-and-transfer system stabiliva che, alla scadenza del contratto, era il club a decidere se il giocatore fosse svincolato o meno. Il Newcastle decise che Eastham non si sarebbe mosso e, di fronte all’opposizione del centrocampista, il club lo mise fuori rosa, rinnovandogli il contratto al minimo salariale. “I nostri contratti ci legavano a un club a vita. Molti li chiamavano ‘contratti di schiavitù’. Sostanzialmente non avevamo alcun diritto. – raccontò in seguito Eastham – Spesso, non solo alcune persone sugli spalti guadagnavano più di noi, e in questo non c’era nulla di male, ma avevano più libertà di movimento rispetto a noi”. Altri, in passato, avevano pensato di ribellarsi, ma avevano capito che era impossibile: sfidare il sistema significava venirne schiacciati, finire emarginati e doversi trovare un nuovo lavoro fuori dal calcio. Eastham pensò invece che valeva la pena rischiare.

Terminata la stagione, entrò ufficialmente in sciopero: abbandonò Newcastle, rifiutando di allenarsi e di essere a disposizione della squadra. Per sopravvivere, trovò un lavoro come commerciante di sughero per un amico di famiglia, Ernie Clay, trasferendosi a Guildford, nel Surrey. Consapevole che il futuro della sua carriera dipendeva però dalla sua forma, continuò ad allenarsi con una squadra amatoriale londinese, lo Showbiz XI, cioè una formazione composta da personaggi del mondo dello spettacolo, tra cui l’attore Sean Connery. Il Newcastle cercò di impedirglielo, facendo leva sul fatto che, tecnicamente, aveva ancora un contratto col club, ma Eastham non volle sentire ragioni. Il fatto di essere un calciatore abbastanza famoso e di allenarsi assieme a gente ancora più famosa attirò gli occhi dei media britannici sul suo caso. Nell’estate del 1960, la vicenda Eastham iniziò a fare discutere ben al di fuori dei circoli sportivi, creando non poco imbarazzo alla Football Association, che dunque fece pressioni sul Newcastle per porre fine a quella storia.
A novembre, i Magpies trovarono un accordo per cedere Eastham all’Arsenal, un club che già l’anno precedente aveva mostrato il proprio interesse per il giocatore. Il Newcastle ci guadagnò 47.500 sterline, la cifra di trasferimento più alta mai pagata nel campionato inglese, mentre per Eastham fu più che altro una vittoria simbolica: a causa del tetto salariale del campionato, avrebbe ottenuto miglioramenti economici davvero minimi rispetto a prima. Ma la sua protesta solitaria aveva innescato qualcosa, andando ad aggiungere un ulteriore elemento a un mosaico che già si stava formando da tempo. Il sistema economico del calcio inglese era disfunzionale: i migliori calciatori del campionato se ne andavano a giocare in Italia, dove non esisteva un limite di stipendio e i giocatori potevano essere pagati molto meglio. Il timore che l’Inghilterra stesse diventando una colonia calcistica dell’Italia era forte, e questo portò, nel 1961, alla decisione di abolire il tetto salariale. Eastham, ovviamente, fu uno dei primi giocatori a chiedere un ritocco del proprio stipendio.
Con i Gunners, la sua crescita proseguì. Fu convocato per il Mondiale in Cile del 1962, anche se non disputò nessuna partita, e fece infine il suo debutto ufficiale con la nazionale maggiore inglese nel maggio del 1963, in un’amichevole a Wembley contro il Brasile. In contemporanea, però, Eastham stava discutendo con la Professional Footballers’ Association, il sindacato dei calciatori inglesi, di portare in tribunale il Newcastle per danni e, di conseguenza, mettere in discussione la legittimità del retain-and-transfer system. La causa fu depositata nel luglio del 1963, e la PFA aveva deciso di puntare tutto su quel verdetto: il sindacato scelse di coprire interamente le spese legali di Eastham, consapevole che una sentenza favorevole avrebbe cambiato la vita di tutti i calciatori professionisti del paese. Si trattava di circa 15.000 sterline, una cifra molto alta per quella che era, all’epoca, una piccola associazione: se la Corte avesse dato ragione al Newcastle, la PFA avrebbe rischiato di scomparire.
Tra i giocatori, il tema del vincolo era raramente discusso: nessuno lo approvava, ma la maggior parte lo accettava come un dato di fatto. Quando Eastham fece causa al Newcastle, alcuni colleghi, come il veterano Tom Finney, gli dissero di lasciar perdere e che stava sbagliando, che era meglio restarsene buono. Il Newcastle aveva dalla sua parte un avvocato esperto come William McKeag, che era anche vicepresidente del club e un noto politico conservatore, mentre il legale scelto da Eastham e dalla PFA era Gerald Gardiner, esponente laburista e pacifista. Decisivo fu, però, il giudice nominato per il processo: Richard Wilberforce era il pronipote di William Wilberforce, che agli inizi dell’Ottocento era stato il leader del movimento per l’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nell’Impero britannico. La causa si basava su un appiglio, quello degli stipendi non pagati ad Eastham nel periodo in cui aveva scioperato, ma il cuore della questione era contestare il sistema dei trasferimenti. Il giudice Wilberforce stabilì infatti che il club non doveva nulla al giocatore, che scioperando aveva rinunciato al suo salario, ma dichiarò illegittimo il vincolo permanente del giocatore alla società.

“Questa sentenza influenzerà il calcio ovunque nel mondo, trasformandolo in un business” tuonò McKeag dopo la sentenza. Una retorica studiata, ma che non ha retto alla prova della storia: la sentenza Eastham non ebbe alcuna conseguenza al di fuori dei confini britannici, mentre la mercificazione del calcio era un fenomeno da tempo in corso, con l’unica particolarità che, fino a quel momento, era stata a vantaggio esclusivo dei club.
George Eastham fu nuovamente convocato per il Mondiale del 1966, ma neppure in quell’occasione scese in campo, mentre la selezione inglese conquistò la sua prima Coppa del Mondo. Dopo il torneo, ormai 30enne, lasciò l’Arsenal per lo Stoke City, con cui nel 1972 vinse l’unico trofeo della sua carriera, ovvero la Coppa di Lega, peraltro con un gol decisivo nella finale contro il Chelsea. Nel frattempo, già dal 1970, per arrotondare il suo più magro stipendio di fine carriera, aveva iniziato a giocare alcune partite nel campionato sudafricano, in prestito dallo Stoke durante la pausa estiva in Inghilterra. Aveva vestito la maglia prima del Cape Town City e poi dell’Hellenic FC, sempre a Città del Capo, che tra il 1971 e il 1972 era stato allenato da suo padre, George Eastham Sr., a sua volta un’ottima mezzala col Bolton negli anni Trenta.
Il campionato ufficiale in Sudafrica, in quegli anni, era composto da soli giocatori bianchi, nel rispetto delle leggi dell’apartheid. Eastham non approvò mai quel sistema, e il fatto di essere uno straniero con una certa notorietà lo metteva al sicuro da possibili ritorsioni da parte del governo locale. Terminata la carriera, e dopo una breve esperienza sulla panchina dello Stoke City nella stagione 1977/78, si trasferì a vivere a Johannesburg, dove fondò una ditta di abbigliamento sportivo. Quando non lavorava, allenava una squadra di calcio di bambini neri, così come da qualche anno faceva un suo illustre collega e connazionale, Stanley Matthews. Non fu certo eclatante quanto il caso legale che lo aveva reso celebre negli anni Sessanta, ma nel suo piccolo fu un’altra presa di posizione contro una grande ingiustizia.
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Fonti
–GLANVILLE Brian, George Eastham obituary, The Guardian
-SPURLING Jon, Rebels for the Cause: The Alternative History of Arsenal Football Club, Mainstream Publishing
–WALKER Michael, The man who freed football’s ‘slaves’, decades before Bosman, The Athletic


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