La mattina del 27 aprile 1945, una colonna motorizzata tedesca in fuga oltre confine venne fermata da un posto di blocco partigiano nei pressi di Dongo, lungo le sponde della parte settentrionale del lago di Como. I partigiani della 52a Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” acconsentirono a lasciare passare la colonna solo dopo una perquisizione. Un guerrigliero di 37 anni, conosciuto come Pietro Gatti, avvertì il comandante nazista che il ponte della Vallorba e il ponte del Passo erano stati minati, e che non c’era modo di passare senza il consenso dei partigiani: non era vero, ma bastò a convincere i tedeschi a lasciar perquisire i mezzi. In un camion Urbano “Bill” Lazzaro riconobbe Benito Mussolini, nascostosi sotto una coperta e mascherato con una divisa della Wehrmacht, codardo in fuga assieme alla sua amante Claretta Petacci e a sei ministri della Repubblica Sociale Italiana. La colonna tedesca proseguì senza quegli otto.

Pietro Gatti era nato a Como all’inizio del secolo, figlio di un ferroviere socialista, Fedele Moretti. Pietro Gatti era ovviamente un falso nome – un nome di battaglia, che serviva soprattutto a proteggere la propria identità e quella dei famigliari -, in verità si chiama Michele Moretti, e prima di imbracciare le armi era stato un operaio e un calciatore. Nel 1922, quand’era ancora adolescente, suo padre Felice era stato licenziato dalle Ferrovie dello Stato a causa della propria militanza politica. Lui, invece, era entrato nel settore giovanile dell’Esperia FC, una piccola squadra di Como che proprio nel 1922 aveva conquistato una storica promozione in Prima Divisione, all’epoca il massimo livello del campionato di calcio italiano. Michele Moretti giocava come terzino e rapidamente si era guadagnato un posto in prima squadra, anche se nel frattempo l’Esperia era sceso nel campionato cadetto. Nel 1927 il club venne fuso con il Como, dando vita così alla Comense, con la cui maglia proseguì la carriera di Moretti.

Maturò così accanto a Plinio Farina, che era già difensore dell’Esperia e divenne uno dei leader della Comense, e agli ordini dell’allenatore Guido Ara, ex-centrocampista della Pro Vercelli e della Nazionale. Nel 1928 Moretti divenne titolare indiscusso del club lariano, che nella stagione 1930/31 compì la grande impresa della promozione in Serie B restando imbattuto per l’intero campionato, e venendo così omaggiato dalla FIGC con una coppa speciale. Era una squadra composta da ragazzi del posto, come il portiere Amedeo Lissi e la punta Marco Romano, che in seguito avrebbe fatto ottime cose con la maglia del Novara. Già il 12 febbraio 1932 la Comense fu scelta per un’amichevole di preparazione contro l’Italia, durante la quale a Moretti fu dato l’arduo compito di marcare Attila Sallustro, oriundo paraguayano e stella del Napoli. Il ct Vittorio Pozzo dovette conferire nell’intervallo con il giovane difensore comasco per dirgli di andarci piano con i tackle, dato che due giorni dopo aveva bisogno di Sallustro al meglio per una partita contro la Svizzera: “Io risposi che capivo tutto, ma che le mie spalle valevano quelle degli altri e non ero troppo disposto a ricevere colpi probiti gratis” avrebbe raccontato in seguito.

Chiunque lo conoscesse sapeva che Moretti aveva uno spirito ribelle e anticonvenzionale, tanto in campo quanto fuori. Non poteva esternare pubblicamente le sue idee politiche, ma bastava anche solo andare a seguire la Comense per rendersi conto di quali fossero. Ci sono infatti due foto di quegli anni che testimoniano che, al momento di fare il saluto fascista prima delle partite, Moretti se ne restava con le braccia basse. Un gesto che sarebbe poi stato attribuito anche al centrocampista Bruno Neri (anche se nel suo caso le cose sembrano essere andate in maniera diversa), e che fu senza dubbio replicato poi almeno nella finale dei Giochi Olimpici del 1936 a Berlino dal centrocampista Libero Marchini. Moretti proseguì la sua carriera da calciatore con la Comense fino al 1935, quando poi, non più titolare, decise di trasferirsi in Svizzera, per giocare le sue ultime partite con la maglia del Chiasso. In questo periodo era inoltre entrato nella fila del Partito Comunista, all’epoca in clandestinità perché messo fuori legge dal regime.

Moretti (secondo da sinistra) non fa il saluto romano, prima della gara tra la Comense e la selezione nazionale svizzera del 12 febbraio 1932 (fonte: Enrico Levrini).

Al termine della carriera da calciatore, Michele Moretti tornò in Italia e fu assunto come idraulico presso la Cartiera Burgo a Maslianico, vicino Como. Clandestinamente, iniziò l’attività sindacale a sostegno della causa comunista e antifascista: organizzò un primo sciopero il 26 luglio 1944, e poi un secondo il 3 marzo 1944, in concomitanza con il grande sciopero nazionale. Dopo questo fatto la polizia nazifascista lo arrestò e lo inviò in un centro di raccolta per prigionieri a Sesto San Giovanni, da dove sarebbe poi dovuto essere deportato in Germania, ma riuscì a fuggire il 13 aprile, due giorni prima del trasferimento. Tornò nella zona di Como, rifugiandosi sulle montagne ed entrando nel distaccamento “Puecher” della Brigata Fronte Proletario, dove svolse il ruolo prima di intendente e poi di commissario politico. Dall’inizio del 1945 divenne poi commissario politico dell’intera 52a Brigata Garibaldi, formazione in cui era inquadrata anche sua moglie Teresa Tettamanti, detta “Ada Piffaretti”, che Moretti aveva sposato nell’ottobre 1936, dopo il ritiro dal calcio.

Dopo la cattura del comandante di brigata Luigi Canali, detto “Capitano Neri”, a Moretti venne proposto di prenderne il posto, ma sorprendentemente decise di declinare la proposta, mantenendo un ruolo di secondo piano e proponendo invece di promuovere Pier Luigi Bellini delle Stelle, detto “Pedro”. Fu ai suoi ordini che il 27 aprile fermò la colonna motorizzata tedesca e arrestò Mussolini. L’ex-Duce e la sua amante vennero condotti in una caserma della Guardia di Finanza a Germasino, un paese di montagna appena sopra Dongo. C’era il timore, nella brigata, che alcuni repubblichini potessero tentare un’azione per liberare Mussolini, così si decise di spostarlo a San Maurizio di Brunate. Ma era un trasferimento di circa 60 km, e Moretti temeva che, più che i repubblichini, lungo la strada si sarebbero potuti incontrare degli Alleati, che avrebbero preteso la consegna dei prigionieri. Così s’impuntò con i suoi comandanti, e all’altezza di Moltrasio, prima di arrivare a Como, li convinse a fare marcia indietro e risalire la costa di una ventina di chilometri fino a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, per nasconderli in casa della famiglia De Maria, conoscenti di Canali e simpatizzanti della causa della Liberazione.

Il giorno seguente, a Dongo, centrale operativa della brigata, si presentò un folto gruppo di partigiani provenienti da Milano, alla cui testa c’erano Aldo Lampredi detto “Guido” e Walter Audisio detto “Colonnello Valerio”, con il compito di procedere all’esecuzione di Mussolini. Moretti accompagnò Lampredi e Audisio a Bonzanigo nel pomeriggio del 28 aprile: i tre prelevarono l’ex-Duce e Claretta Petacci dalla casa dei De Maria e li portarono in auto nella vicina frazione di Giulino di Mezzegra, schierandoli contro un muro di Villa Belmonte. Audisio pronunciò la sentenza di morte a Mussolini, il quale rispose con un retorico “Viva l’Italia!” – vuoto riflesso condizionato di chi il giorno prima stava cercando di sgattaiolare oltre confine vestito da soldato tedesco. Il Colonnello Valerio imbracciò il suo mitra Thompson, arrivato di recente ai partigiani grazie a un lancio degli Alleati, e aprì il fuoco, ma l’arma s’inceppò. Audisio chiamò allora Moretti, che era andato assieme a Lampredi a bloccare la vicina strada dalle due direzioni, per farsi consegnare il mitra di quest’ultimo, un MAS francese calibro 7.65. Quando i tre tornarono a Dongo, Mussolini e Petacci erano morti.

Cosa successe davati al muro di Villa Belmonte fu oggetto di controversie. Per i partigiani comaschi, era stato Moretti a uccidere Mussolini, ma nessuno di loro lo aveva visto coi propri occhi. All’indomani della fine della guerra, il Corriere dell’Informazione pubblicò la versione di Guglielmo “Sandrino” Cantoni, uno dei due partigiani che piantonarono casa De Maria, che assicurava di essere giunto sul luogo dell’esecuzione in tempo per vedere la morte dell’ex-Duce: Audisio aveva sparato con una rivoltella, Mussolini non era però morto sul colpo, restando in piedi, e Moretti era intervenuto con una raffica di mitra, per poi sparare altri due colpi al corpo a terra che ancora si muoveva. Molto più successo ebbe però la versione sostenuta dal Colonnello Valerio, che raccontò di essere stato lui a uccidere Mussolini (anche se fino al 1947 non era pubblicamente noto che dietro quel nome di battaglia si celasse Walter Audisio). In breve si affermò questa versione dei fatti, che divenne dunque quella ufficiale.

Il mitra MAS 7.65 di Moretti, con cui fu ucciso Mussolini. Oggi è custodito al Museo storico nazionale di Tirana, in Albania.

Solo nel giugno 1946 Michele Moretti rientrò in Italia: subito dopo la guerra era stato accusato di aver rubato il cosiddetto “oro di Dongo”, ovvero le presunte ricchezze che Mussolini e Petacci avevano con sé al momento dell’arresto, e nel novembre 1945 era scappato in Jugoslavia. Visse in clandestinità nel nostro paese fino alla revoca del mandato di cattura nei suoi confronti, nel 1947, in seguito all’assoluzione da tutte le accuse. A quel punto andò a lavorare come operaio semplice nella tintoria Pessina di Como, e quando gli fu chiesto dei fatti del 28 aprile 1945 si limitò a confermare la versione di Walter Audisio. Tornato attivo nella lotta sindacale, nel 1955 venne licenziato a causa del suo ruolo negli scioperi, e dovette iniziare a lavorare in proprio come idraulico. Interruppe poi questa attività dopo la morte del figlio Fiorangelo, che venne a mancare non ancora 40enne.

Nel corso degli anni, soprattutto nell’epoca recente, sono emersi dettagli, da parte dello stesso Moretti, che sembrano indicare che fu lui a sparare il colpo fatale a Mussolini. In un’intervista rilasciata nel 1990 a Giorgio Cavalleri, interrogato sulla questione disse: “E se anche fossi stato io, per te cambierebbe qualcosa?”. Nel 2024, l’ex-brigatista Francesco Bellosi ha dato al Corriere della Sera un’altra conferma: il 16 giugno 1974, quando era ancora uno studente, dovette accompagnare in auto tre vecchi partigiani – Nazareno “Tom” Arrigoni, Alfonso “Bundi” Lanfranconi, e appunto Moretti – a una commemorazione in Valtellina, e al ritorno Arrigoni chiese a “Pietro Gatti”, tra il serio e il faceto, se avesse ucciso lui il Duce. Moretti rispose: “Ma secondo voi io davo il mio mitra in mano a uno che sino a due ore prima neanche sapevo chi fosse?”. Quando Audisio e Lampredi arrivarono a Dongo ci furono dei dubbi sulla loro identità, perché i partigiani lariani non li conoscevano di persona e temevano che dei fascisti volessero provare a liberare Mussolini: i dubbi erano dunque legittimi. Diversi testimoni avevano poi visto Moretti tornare al comando consegnando lui stesso il MAS e dicendo che era l’arma con cui era stato ucciso l’ex-dittatore. Michele Moretti, calciatore, sindacalista e partigiano, morì con il suo segreto il 5 marzo 1995.

“Mi ha disturbato il ‘Viva l’Italia’ del Duce? No. Perché si riferiva alla sua, non alla mia Italia per la quale avevo combattuto e alla quale chiedevo pane, lavoro e giustizia sociale. […] In ogni caso, alla fine, fui orgoglioso di avere partecipato ad un atto di giustizia nei confronti del popolo italiano.”

– Michele Moretti, intervistato da Giorgio Cavalleri

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Fonti

CORSETTI Giacomo, Michele Moretti: storia, gesta e leggende del calciatore-partigiano che partecipò all’esecuzione di Mussolini il 28 aprile 1945, Il Fatto Quotidiano

FULLONI Alessandro, L’ex Br e la vera storia del partigiano che sparò a Mussolini, Il Corriere della Sera

-MOLINELLI Edoardo, Cuori partigiani, Hellnation Libri

2 risposte a “Il calciatore che uccise Mussolini”

  1. Continuo a chiedermi il perché dell’attenzione ossessiva rispetto al chi ha sparato quei colpi. Davvero è così importante?

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    1. A livello storiografico abbastanza: fa parte della ricostruzione degli eventi. A livello politico, ovviamente no.

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