No, Mussolini non odiava l’Inter

Giuseppe Meazza Inter

Sarà la trascinante campagna promozionale della nuova serie di Sky M- Il figlio del secolo, ma nelle ultime settimane è tornata a circolare online una vecchia storia, secondo cui Benito Mussolini “odiava” l’Inter. La riprova sarebbe data da vari episodi avvenuti ai tempi del regime fascista: il cambio di nome in Ambrosiana, l’addio agli storici colori nerazzurri e, secondo alcuni, addirittura l’opposizione dei dirigenti interisti al Fascismo. È però bene fugare subito ogni dubbio: in questa storia non c’è praticamente nulla di vero. E non potrebbe essere altrimenti, dato che soprattutto nel mondo del calcio di alto livello – che era poi il mondo dell’imprenditoria italiana, specialmente nel Nord – il sostegno al governo di Mussolini era pressoché totale. Ma spieghiamo meglio.

Il presunto odio del Duce per l’Inter si ricollega generalmente a un fatto storico reale, cioè il già citato cambio di nome e colori sociali della squadra. Che queste modifiche fossero state imposte dall’alto e che avessero anche motivazioni politiche è indiscutibile: la denominazione “Internazionale” non piaceva al Fascismo sia perché rimandava all’Internazionale Comunista (o Terza Internazionale, che dal 1919 coordinava i vari partiti comunisti nel mondo, compreso quello italiano, fuorilegge dal novembre 1926) sia perché il regime predicava una politica fortemente nazionalista, quindi decisamente non “internazionale”. Il nome del club, in origine, aveva motivazioni tutt’altro che di sinistra e risaliva al marzo 1908, quando fu scelto da un gruppo di soci scissionisti del Milan. Il Foot-Ball Club Internazionale era nato in opposizione al club rossonero, che aveva accettato l’imposizione della Federcalcio (all’epoca chiamata FIF) contro l’ingaggio di nuovi giocatori stranieri: i nerazzurri erano dunque “internazionali” nel senso che volevano includere nei propri ranghi giocatori di qualsiasi nazionalità, e non solo italiani.

Va detto che nel 1928, quando il Fascismo impose il cambio di nome alla squadra, l’Inter di internazionale aveva ormai ben poco. A dispetto delle sue origini, il club aveva accettato di buon grado le nuove regole autarchice della Carta di Viareggio del 1926, che miravano nuovamente a depurare il calcio italiano dagli stranieri: già nella stagione 1927/28 la rosa interista era pienamente nazionalizzata, e l’unico straniero della squadra era l’allenatore ebreo-ungherese Árpád Weisz (ma le leggi razziali sarebbero state approvate solo dieci anni più tardi). Non c’era neppure nessun problema specifico verso i colori della squadra, ideati vent’anni prima dal pittore futurista Giorgio Muggiani, che riprendevano lo schema rossonero del Milan sostituendo il rosso con il blu della notte in cui venne fondata l’Inter. Le modifiche del nome e della maglia del club erano invece dovute alla fusione con l’Unione Sportiva Milanese, ma anche in questa storia non c’erano motivazioni di antipatia nei confronti del club interista (o almeno non da parte di Mussolini).

In quegli anni in Italia si stava costituendo un campionato a girone unico – che avrebbe debuttato nella stagione 1929/30 – in cui però le autorità fasciste miravano a restituire una piena rappresentanza dello Stivale. Il che significava includere il più possibile anche squadre meridionali, generalmente più povere e meno competitive rispetto a quelle del Nord. Per ridurre il numero di club settentrionali, all0ra, si procedette con la fusione di alcuni club della stessa città, stabilendo che non ce ne potessero essere più di due dello stesso centro. A Milano sopravvisse il Milan, la più antica squadra cittadina, mentre si fusero US Milanese e Internazionale, dando vita alla Società Sportiva Ambrosiana: in questo modo si diede spazio, nell’allora Divisione Nazionale, alla Fiumana (della città croata di Fiume, annessa al Regno d’Italia dal 1924). La maglia divenne quella biancocrociata, simbolo di Milano, ma questo cambiamento durò in realtà solo una stagione, prima di tornare al nerazzurro. Peraltro, l’Inter non fu l’unica a subire una simile sorte: a Genova, nel 1927, la Sampierdarenese e l’Andrea Doria erano state fuse nella Dominante, che giocava in maglia nera. Altre squadre erano state fuse al Centro-Sud per creare club più solidi, ed erano così nate la Fiorentina, la Roma e il Napoli.

L’Ambrosiana 1928/29 con la maglia biancocrociata con tanto di fascio littorio al centro. Già il 19 maggio 1929, durnate un’amichevole contro il Newcastle, si tornò però al nerazzurro.

La sorte dell’Internazionale sotto il Fascismo fu dunque tutt’altro che un’eccezione, ed ebbe ragioni solo molto parzialmente di carattere ideologico. Tutte queste decisioni, comunque, non avevano praticamente nulla a che vedere con Mussolini. Sebbene il calcio fosse divenuto uno sport estremamente popolare in Italia negli anni Venti, nel Duce non aveva mai suscitato grande interesse: Mussolini preferiva di gran lunga gli sport individuali, come il nuoto, la scherma e l’equitazione, che avevano una prospettiva più marcatamente militare (e quindi in linea con le ambizioni imperiali del regime), o gli sport motoristici. Il calcio riceveva comunque grande sostegno dal governo, ma questo si doveva in particolar modo a Leandro Arpinati, gerarca molto influente e fascista della prima ora, amico personale di Mussolini fin dal 1914. Già podestà di Bologna, nel 1926 venne anche nominato a capo della FIGC, restandovi fino al 1933 e plasmando il calcio italiano secondo le proprie idee, ottenendo infine anche l’organizzazione dei Mondiali del 1934, i primi disputati in Europa. Se Arpinati era notoriamente tifoso del Bologna, per tutta la sua vita Mussolini non espresse mai alcuna simpatia calcistica, e se negli anni Trenta lo si vide spesso a seguire la Lazio era solo per le manovre del gerarca Giorgio Vaccaro, nuovo presidente della FIGC e socio storico del club biancoceleste, impegnato a persuadere i due figli del Duce a diventare tifosi laziali.

In più, la decisione di fondere Internazionale e US Milanese era stata presa autonomamente dall’Ente Sportivo Provinciale Fascista di Milano, presieduto fin dal 1927 da Rino Parenti, che poteva – lui sì – essersi mosso anche secondo simpatie sportive, essendo notoriamente tifoso del Milan. “Parenti agiva in modo arbitrario e discutibile, come molti gerarchi milanesi. – spiega Enrico Landoni, professore associato di Storia contemporanea all’Università eCampus, consultato per questo articolo – Non è un caso, infatti, che alla fine del 1928 Mussolini manderà poi a Milano Achille Starace, per sistemare le cose all’interno del Partito meneghino”. Landoni si è occupato in particolare delle fusioni tra le società sportive sotto il regime, di cui ha scritto in un contributo nell’opera Campanili e palloni. Per una storia locale del calcio italiano (Pacini Editore, 2024). “Le fusioni seguivano le linee guida del Fascimo: razionalizzare, evitare che in Italia ci fossero troppe cose, difficili da controllare. – spiega ancora Landoni – Nel calcio c’erano all’epoca troppi club, troppo disordine. Ma in ogni città i gerarchi locali agivano secondo logiche proprie, riguardo la scelta di chi salvare e di chi sacrificare”. Un altro aspetto da tenere in considerazione in queste scelte sono i potentati economici dietro agli specifici club, che potevano pesare di più del prestigio sportivo: il Milan era presieduto da Piero Pirelli, che possedeva anche lo stadio di San Siro, un impianto cruciale per le politiche sportive del regime.

Inimicarsi un potente industriale come Pirelli era dunque una cosa che il regime preferiva evitare. Il che non significa, però, che la dirigenza dell’Inter fosse in pessimi rapporti con i gerarchi, anzi. La squadra nerazzurra era innanzitutto la favorita della borghesia milanese, importante bacino di consenso per il Fascismo, a differenza del Milan, più apprezzato tra le classi popolari. Tra i fondatori dell’Internazionale c’era il già citato pittore Muggiani, che conosceva Mussolini fin dal 1914, quando aveva ideato la grafica della facciata del suo giornale Il Popolo d’Italia, che all’epoca era la principale voce degli interventisti nella Grande Guerra all’interno dell’area socialista. Ma ancor più indiscutibile era la fede fascista del presidente nerazzurro al momento del cambiamento del nome del club, ovvero il ricco imprenditore Senatore Borletti. Nazionalista convinto e interventista ai tempi della guerra, era un grande amico di Gabriele D’Annunzio e finanziò addirittura l’impresa di Fiume. Nel 1923, assieme ad Arnoldo Mondadori, aveva acquistato Il Secolo, un quotidiano discusso per la sua aggressiva opposizione al Fascismo, al fine di trasformarlo in uno dei più decisi organi di propaganda in favore di Mussolini.

Questo innegabile sostegno al regime fin dai suoi primi anni al potere tornò molto utile a Borletti nel 1926, quando le pressioni politiche portarono alla chiusura del processo contro di lui per la bancarotta della Banca Italiana di Sconto. Sicuramente disapprovò la decisione di fondere Inter e Milanese, dato che comportava per lui la rimozione dalla carica presidenziale (che passò a Ernesto Torrusio, altro fascista della prima ora e già deputato per il PNF), ma questa fu la sua unica forma di opposizione – per quanto blanda e per nulla ideologica – al regime. A riprova del fatto che Borletti non fosse in alcun modo antifascista o che l’affaire Ambrosiana avesse portato a una rottura col governo, solo un anno dopo la fusione sportiva venne nominato senatore per il partito unico mussoliniano, restando in carica per i successivi dieci anni. Già negli anni Venti era improbabile che una persona a capo di una società sportiva, specialmente se importante come quella nerazzurra, non fosse in ottimi rapporti con il regime.

Rino Parenti nel 1937 al Salone internazionale aeronautico, presso la Fiera di Milano: dal 1933 era Federale di Milano, e nel 1939 venne nominato presidente del CONI.

Dire che Mussolini odiasse l’Inter è dunque una grande esagerazione. Il Duce era “per mentalità e cultura quanto di più lontano dallo sport. – chiarisce ancora il professor Landoni – Se ne serviva per logiche di propaganda, ma non ci credeva veramente. E di sicuro non era il calcio lo sport che gli interessava di più”. La squadra nerazzurra non subì alcun trattamento esclusivamente ostile, né poteva essere oggetto di antipatie da parte di Mussolini (anche se è molto probabile la fusione con l’US Milanese fosse dipesa anche dalla fede milanista di Parenti). L’Ambrosiana finì comunque per diventare una delle squadre simbolo del calcio italiano dell’epoca fascista: negli undici anni successivi alla sua nascita vinse tre scudetti, ma soprattutto fu la squadra in cui giocava Giuseppe Meazza, il giocatore italiano più rappresentativo della sua epoca, stella degli Azzurri campioni del mondo nel 1934 e nel 1938. Non ci fu una squadra “odiata” dal regime, anzi tutte finirono più o meno per allinearsi con il sistema fascista: l’antifascismo, nel calcio, fu limitato ad alcuni singoli giocatori e allenatori, ed emerse soprattutto dopo l’8 settembre.

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L’episodio del podcast sulla storia del calcio italiano in epoca fascista.

Fonti

-BATTENTE Saverio, MANCUSO Claudio, SBETTI Nicola (a cura di), Campanili e Palloni: Per una storia locale del calcio italiano, Pacini Editore

-BRIZZI Enrico, Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera (1926-1938), Laterza

-MARTIN Simon David, Football and Fascism: Local Identities and National Integration in Mussolini’s Italy, University College London

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