Il 29 dicembre 1987, France Football assegna il Pallone d’Oro a Ruud Gullit, a coronamento di un anno strepitoso del 25enne attaccante nativo di Amsterdam. Ha segnato 28 gol in 37 partite nella stagione precedente con la maglia del PSV Eindhoven, che ha condotto alla vittoria del campionato, e in estate è passato al Milan per la cifra record di 13,5 miliardi di lire, diventando immediatamente il leader offensivo dei rossoneri. Gullit è anche il primo olandese dopo 13 anni a vincere il Pallone d’Oro, e il primo nero dopo 22 anni, quando il premio andò a Eusébio. Nel ricevere il riconoscimento come miglior calciatore in Europa, l’olandese decide di fare una dedica destinata a fare discutere: “Questo è per Nelson Mandela”.

Pochi, in Italia, sanno chi sia questo Mandela, nel 1987. È un uomo di quasi 70 anni che si trova dal 1962 in carcere in Sudafrica, condannato per le accuse di alto tradimento, sabotaggio e per l’organizzazione di azioni violente contro il governo locale. Mandela è un politico nero sudafricano, un socialista rivoluzionario che per tutta la sua vita ha sostenuto la necessità della lotta armata per abbattere il regime della minoranza bianca e razzista che governa il paese. Fin dagli anni Sessanta è divenuto molto popolare tra gli attivisti politici in gran parte del mondo, soprattutto nelle comunità nere, come uno dei simboli della lotta contro l’apartheid. Ha passato i suoi primi anni di prigionia in un carcere speciale a Robben Island, un’isola sostanzialmente militarizzata che il governo usa per confinare i detenuti politici. Nel 1982 è stato trasferito sulla terraferma, nel carcere di Pollsmoor, vicino Cape Town, e tre anni dopo gli è stata proposta la libertà vigilata in cambio della rinuncia alla lotta armata, ma Mandela ha rifiutato.

Non capita spesso di sentire calciatori che parlano di politica, tantomeno che dedicano premi così importanti a leader politici stranieri che peraltro si trovano in carcere. Ma Ruud Gullit è un calciatore particolare. Atleta e musicista, è cresciuto nel quartiere popolare di Jordaan, ad Amsterdam. Suo padre George è immigrato dal Suriname, una ex-colonia olandese in Sudamerica, ed è di lontane origini africane, discendente degli schiavi rapiti e trasportati dall’altra parte dell’Oceano per lavorare. Sua madre invece si chiama Ria, ed è una donna bianca di Amsterdam, ma non è sposata con George: nel gergo surinamese è una buitenvrouw, un’amante bianca. Il padre di Gullit è un insegnante, mentre la madre lavora come custode presso il Rijksmuseum, dove spesso ha portato il piccolo Ruud a vedere i quadri dei grandi pittori fiamminghi. Lui è cresciuto in anni in cui di ragazzi neri, per le strade, se ne vedevano ancora pochi, come il suo amico Frank Rijkaard, figlio a sua volta di un immigrato surinamese arrivato in Olanda assieme a George Gullit.

Tra le mura di casa ha imparato dalla madre l’importanza di studiare e di conoscere le cose del mondo, tra le strade di Amsterdam ha imparato che cos’è il razzismo. Una volta, quando aveva 12 o 13 anni, intervenne per separare un suo amico che stava litigando con altri ragazzi: sopravvenne un poliziotto e se la prese con lui; vide che aveva con sé i libri di scuola e commentò “Ah, il negro studia, il negro sa contare!”. Gullit filò a casa dalla madre e le raccontò cos’era successo, e Ria uscì in strada, andò a rintracciare il poliziotto e lo ricoprì d’insulti. Siccome la donna era bianca, l’agente dovette scusarsi. Anche quando giocava a calcio, Ruud Gullit era quasi sempre l’unico nero della squadra, e imparò che questa sua differenza lo rendeva particolarmente visibile agli occhi delle altre persone, nel bene e nel male. Capì che tanto valeva approfittarne: impegnarsi al massimo, giocare al meglio delle sue capacità , fintanto che lo guardavano tutti.

Gullit, bassista e cantante, porta sul palco la lotta contro l’apartheid.

La musica è stata un’altro discorso. Gullit è stato adolescente negli anni Settanta, e in quell’epoca non poteva non avvicinarsi al genere di black music più popolare del periodo: il reggae. Ha vissuto in pieno il successo di Bob Marley, che nel 1974 raggiungeva la fama globale con No Woman, No Cry e apriva la strada della diffusione del reggae in tutto il mondo. Una musica che parlava di identità nera, di marginalizzazione sociale, di razzismo, e che immancabilmente inizia a trattare anche di ciò che succede in Sudafrica. Nel 1977, Sonny Okosun lancia la hit Fire in Soweto, che racconta delle proteste contro l’apartheid nel ghetto nero di Johannesburg; un anno dopo, Tappa Zukie dedica un brano all’attivista sudafricano Steve Biko, appena assassinato dalla polizia bianca in un carcere di Port Elizabeth; nel 1979, i Twinkle Brothers cantano Free Africa. E allora Gullit, che proprio in questi anni sta emergendo a livello giovanile con il DWS di Amsterdam e che di lì a pocco debutterà da professionista con l’Haarlem, si interessa di reggae e di lotta politica, si fa crescere i capelli e li acconcia secondo la moda rasta, facendone un suo tratto caratteristico in campo.

Mentre si afferma come uno dei maggiori talenti del calcio olandese dei primi anni Ottanta con la maglia del Feyenoord, debutta anche come cantante reggae, incidendo nel 1984 il brano Not the Dancing Kind, che nonostante tutto non riuscirà a dissuadere nessuno sul fatto che il suo vero talento sia col pallone tra i piedi piuttosto che col microfono tra le mani. Gullit si lega al reggae soprattutto come fonte d’ispirazione, a ben vedere: nel 1987 una band olandese, i Revelation Time, gli dedica una canzone dopo che è diventato il primo nero a indossare la fascia di capitano della Nazionale. Nel testo lo chiamano Capitan Dread, per i suoi capelli, ma sottolineano anche il suo impegno politico: “Lotta contro l’apartheid e ama ascoltare la musica reggae. Lotta per l’uguglianza in Rhodesia!”. E a Milano, dove arriva come una superstar sportiva, Gullit si ritrova addirittura a esibirsi spesso sul palco dello Zimba, un giovane locale di world music che è anche punto di ritrovo della nascente comunità di immigrati africani nel capoluogo lombardo.

Quando canta sul palco, l’attaccante del Milan, indossa una maglietta nera con sopra una semplice scritta: “Stop Apartheid”. Nel 1988, dopo aver vinto lo scudetto da protagonista, incide assieme ai Revelation Time una canzone che s’intitola South Africa: “Sudafricano, grazie mille, faresti meglio a tornartene da dove sei venuto. Sei arrivato in Sudafrica tanto tempo fa per mangiarne i frutti, l’argento e l’oro. Volevi essere un uomo ricco, ma la parte peggiore della storia spesso non viene raccontata. Perché li combatti, li perseguiti, li imprigioni, li giudichi e li uccidi con delle leggi che tu hai creato. Tutto il tuo denaro, denaro insanguinato, un giorno sarà inutile”. Gullit si inserisce in un momento storico in cui in Italia la sensibilità sul regime dell’apartheid sta lentamente crescendo: nel 1984 alcuni parlamentari hanno aderito all’AWEPA, un’associazione di politici europei occidentali che denuncia i crimini in Sudafrica. Nel gennaio 1985 è stato creato il Coordinamento Nazionale contro l’Apartheid in Sudafrica, che promuove campagne di boicottaggio e in favore della liberazione di Nelson Mandela.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, alcune aziende e banche italiane interrompono le proprie relazioni commerciali col Sudafrica, e sempre più enti locali esprimono solidarietà alla causa della popolazione nera, seguendo il pionieristico esempio del Comune di Reggio Emilia, che già nel 1977 aveva firmato un patto di solidarietà con l’African National Congress, il partito di Mandela. Nel 1989 vengono raccolte 50.000 firme per una proposta di legge popolare sulle sanzioni economiche al Sudafrica. L’isolamento e le pressioni internazionali porteranno infine alla liberazione di Mandela nel 1990, e al successivo smantellamento delle leggi sulla segregazione razziale. Nel 1993 Mandela riceverà il Nobel per la Pace, e un anno dopo vincerà le elezioni, diventando il primo Presidente nero del Sudafrica. Pochi anni dopo, Mandela e Gullit si incontreranno finalmente di persona: “Adesso che sono diventato Presidente ho tanti amici, tutti mi vogliono conoscere, ma quando ero in prigione tu eri uno dei pochi amici che avevo in tutto il mondo” gli disse Mandela. “Dedicargli il Pallone d’Oro – ricorderà Gullit anni dopo – è stata una delle migliori decisioni che ho preso in vita mia”.

Gullit con Mandela, negli anni Novanta.

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Fonti

CAMILLACCI Fabio, Gullit a Radio Cusano: “Vi racconto il mio incontro con Mandela, emozione unica!”, Tag24

DODDS Kieran, Ruud Gullit and the Struggle for South African Freedom, Africa is a Country

WALSH David, The Big Interview: Ruud Gullit, The Times

3 responses to “Gullit contro l’apartheid”

  1. E di questo aspetto, non si parla mai quando si racconta la storia del “Milan degli olandesi”… Comunque grazie per aver ricordato che Mandela non era il “santino” che oggi molti evocano senza conoscerlo. Era un politico di grande caratura, che aveva ritenuto necessaria una lotta anche violenta (anche se più contro le cose che contro le persone) per combattere un regime ingiusto e vergognoso.

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  2. Non sapevo neanch’io questo aneddoto

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  3. […] Ruud Gullit, attaccante all’epoca al Milan, vincitore del Pallone d’Oro del 1987 e molto attivo nel sostenere la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Quando France Football gli aveva […]

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