Il 13 ottobre 2023, sei giorni dopo gli attacchi di Hamas e l’immediato inizio dei bombardamenti israeliani, l’IDF iniziava l’invasione della Striscia di Gaza. Nei dodici mesi successivi abbiamo assistito al contatore dei morti che saliva, a quello dell’umanità che scendeva, a parole dei governi internazionali che quasi mai sono andate a combaciare coi fatti. E, in tutto questo, il calcio non è potuto restare indifferente a quello che è solamente l’ultimo capitolo di una delle più lunghe tragedie della storia contemporanea, con buona pace di chi crede che lo sport e la politica debbano restare separati. Quello che segue è un tentativo di razionalizzare i fatti principali di quest’anno dal punto di vista calcistico, il giorno prima della discussa trasferta di Israele a Udine contro l’Italia, prima della quale nella città friulana si terrà un corteo di protesta (dopo che il 5 ottobre una manifestazione per la Palestina a Roma è stata teatro di repressione e di scontri con la polizia).

Chi ha protestato, e chi ne ha pagato le conseguenze

L’attacco israeliano in risposta ai fatti del 7 ottobre ha dato il via a quella che è di gran lunga la guerra – se così la si può chiamare, vista la sostanziale assenza di un vero e proprio esercito avversario – più sanguinosa mai condotta da Israele nella sua storia. Nonostante gli oltre 41.000 morti al momento indicati dall’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’ONU, nelle prime settimane di bombardamenti le prese di posizione per la Palestina da parte di noti calciatori sono state abbastanza rare. Anche coloro che in passato – in particolare durante i Mondiali del 2022 in Qatar – non avevano mai mancato di far sentire il proprio supporto, questa volta sono rimasti in silenzio. È il caso di Achraf Hakimi, difensore marocchino del PSG, così come dell’attaccante egiziano del Liverpool Mohamed Salah. Indubbiamente, il fatto che all’origine dell’attacco ci sia stata un’azione di Hamas che ha portato alla morte di 1.180 cittadini israeliani, deve aver convinto molti a evitare di esprimersi, per timore di essere accusati di sostenere il gruppo palestinese, generalmente riconosciuto come un’organizzazione terroristica.

Già l’11 ottobre, il Daily Mirror aveva rivelato che una trentina di atleti musulmani, tra cui anche dei giocatori della Premier League, avevano avuto una discussione sul fatto di non mostrare pubblicamente appoggio alla Palestina, così da evitare di diventare bersaglio di accuse e polemiche. All’incontro, però, molti avevano espresso il proprio disappunto verso la decisione della Football Association di illuminare l’arco di Wembley in memoria delle vittime israeliane del 7 ottobre, in vista dell’amichevole contro l’Australia, ignorando invece i morti palestinesi innocenti. All’inizio di novembre, Salah diffondeva sui propri canali social un video molto equilibrato, in cui chiedeva ai leader mondiali di intervenire per fermare il massacro di civili nella Striscia di Gaza. L’egiziano aveva deciso di realizzare questo messaggio dopo quasi un mese di critiche ricevute dai tifosi musulmani, soprattutto nel suo paese, per il silenzio sulla guerra.

Altri colleghi, meno noti, non sono stati altrettanto accorti nel prendere posizione. Già a ottobre, il difensore algerino del Nizza Youcef Atal veniva sospeso dal suo club e poi squalificato per 7 giornate per aver condiviso su Instagram il post di un predicatore musulmano che invocava una “giornata nera per gli ebrei”. Accusato di inneggiare al terrorismo, Atal si è scusato, dicendo di aver ricondiviso il video senza averlo guardato per intero, ma a gennaio è stato comunque condannato dalle autorità francesi a 8 mesi di prigione, con pena sospesa. Il Nizza ha interroto il contratto con il giocatore, che a febbraio si è trasferito nel campionato turco. Una cosa simile è successa anche ad Anwar El Ghazi, negli stessi giorni: l’ala egiziana del Mainz si era espressa a favore della causa palestinese sui social, usando lo slogan “Dal fiume al mare”, e per questo era stato sospeso dal suo club. Dopo essersi rifiutato di scusarsi, El Ghazi era stato licenziato dal Mainz, e il suo caso aveva fatto grande scalpore: a luglio, però, un giudice tedesco gli ha dato ragione, riconoscendo che la rescissione del suo contratto era stata illegittima. Il 1° giugno a Londra, El Ghazi ha anche organizzato un’amichevole per raccogliere fondi per la popolazione di Gaza, alla quale hanno preso parte il centrocampista dell’Ipswich Town Sam Morsy, l’ex-Barcellona Éric Abidal e l’ex-Arsenal Bacary Sagna.

El Ghazi e Morsy si scambiano due gagliardetti con la bandiera palestinese, prima dell’amichevole benefica a Londra.

La sorte dei calciatori che si sono schierati pubblicamente sulla guerra ha rispecchiato le posizioni dei vari paesi in cui essi giocavano. La Germania è nota per essere il paese europeo maggiormente vicino a Israele, e il caso di El Ghazi non fa che confermare questa tendenza. In compenso, la Spagna è stata uno dei paesi paesi europei che, nell’ultimo anno, ha deciso invece di riconoscere lo Stato della Palestina. A novembre, Aïssa Mandi e Ilias Akhomach – difensore algerino e attaccante marocchino del Villarreal – si sono rifiutati di partecipare al minuto di silenzio prima della sfida di Europa League tra la loro squadra e il Maccabi Haifa, spiegando che non erano d’accordo con il fatto che fosse rivolto solo alle vittime israeliane e non anche a quelle palestinesi. In questo caso, il Villarreal ha accettato la scelta dei suoi due giocatori, che non hanno subito alcuna punizione. Quando invece, a gennaio, l’attaccante israeliano dell’Antalyaspor Sagiv Yehezkel ha festeggiato un gol mostando la scritta “100 giorni dal 7 ottobre”, il suo club lo ha messo fuori rosa e il giocatore è stato poi arrestato dalle autorità turche per incitamento all’odio. Una decisione facilmente inquadrabile nella crisi diplomatica tra Turchia e Israele seguita all’attacco nella Striscia di Gaza. Per la cronaca, Yehezkel è stato poi liberato ed è tornato in patria, per giocare col Maccabi Tel Aviv. El Ghazi, invece, oggi gioca al Cardiff City.

È però fuor di dubbio che la più grande presa di posizione pro-Palestina del mondo del calcio sia arrivata solo diversi mesi dopo l’inizio dei bombardamenti, quando l’IDF ha iniziato a prendere di mira la zona di Rafah, nel sud della Striscia, dove aveva precedentemente confinato la maggior parte dei rifugiati. Alla fine di maggio, un numero impressionante di noti calciatori e calciatrici professionisti ha iniziato a ricondividere su Instagram la grafica “All Eyes on Rafah”: sebbene sia stata una presa di posizione solamente virtuale, si è trattato della più ampia manifestazione politica di sempre da parte dei giocatori. Di questa storia avevo scritto già su Insideover.

Le posizioni dei tifosi

È probabilmete superfluo dire che nessuna tifoseria al mondo ha pensato di prendere esplicitamente posizione in favore di Israele. La maggior parte dei gruppi che si sono espressi su quanto sta ancora avvenendo in Medio Oriente lo ha fatto in appoggio ai palestinesi. Le coreografie più vistose si sono viste tra gli ultras nordafricani, in particolare in Tunisia, ma non sono mancate bandiere palestinesi e striscioni di supporto in vari paesi europei, asiatici e anche nelle Americhe. Immancabilmente, una delle tifoserie più attive è stata la Green Brigade del Celtic Glasgow, in particolare durante le gare delle coppe europee, che godono di maggiore visibilità internazionale rispetto al campionato scozzese. I tifosi del Celtic sono anche entrati in conflitto con la propria dirigenza, su questo fronte: il 9 ottobre, la Green Brigade aveva esposto allo stadio gli striscioni “Palestina libera” e “Vittoria per la Resistenza”, che erano stati immediatamente condannati dalla società. I dirigenti del Celtic avevano poi provato a escludere gli ultras dalle partite casalinghe, causando una serie di proteste che hanno infine convinto la società a fare marcia indietro. A fine novembre, il Celtic ha anche ricevuto una multa per l’esposizione di numerose bandiere palestinesi durante una gara di Champions League. Nei mesi successivi queste manifestazioni si sono ripetute più volte, ma non sono più state sanzionate: un dettaglio che indica come la percezione generale di ciò che stava accadendo a Gaza sia cambiata nel corso di questo anno.

Ma l’evento più importante dal lato ultras è stata la faida Celtic-St. Pauli. Se i tifosi scozzesi sono noti da sempre per il loro sostegno alla causa palestinese – al punto che alcuni di loro hanno anche creato una scuola calcio, il Lajee Celtic, nel campo profughi di Aida, in Cisgiordania – quelli del St. Pauli, pur essendo considerati la tifoseria “di sinistra” per eccellenza, hanno opinioni molto più filo-israeliane, anche in virtù del loro gemellaggio con gli ultras dell’Hapoel Tel Aviv, anch’essi molto connotati a sinistra. Pur non approvando le violenze del governo israeliano, gli Ultras St. Pauli non hanno preso posizione contro il massacro in corso in Palestina: si sono espressi contro Netanyahu, per la liberazione degli ostaggi e, stuzzicati dalla Green Brigade, contro Hamas. Diversi fan club della squadra tedesca in giro per il mondo hanno contestato questa posizione, a partire proprio da quello di Glasgow, che è stato sostanzialmente disconosciuto dalla società amburghese e accusato di antisemitismo. A cascata, ciò ha comportato il distanziamento dal St. Pauli – se non proprio lo scioglimento – di tanti fan club esteri. L’immagine politica del club ne è uscita irrimediabilmente compromessa, fuori dalla Germania.

A novembre, la Nazionale australiana ha deciso di fare una grossa donazione all’OXFAM in favore della popolazione palestinese: l’iniziativa è partita dal locale sindacato dei calciatori, il cui presidente Jackson Irvine è – ironicamente – il capitano del St. Pauli.

Ma non si tratta solo del St. Pauli: se in giro per il mondo tante tifoserie si sono schierate con la causa palestinese, in Germania non lo ha fatto nessuna. La maggior parte dei gruppi ultras hanno semplicemente evitato la questione, e gli stessi Ultras St. Pauli l’hanno toccata solo nelle prime settimane del conflitto. I soli tifosi tedeschi che hanno esposto frequentemente degli striscioni per chiedere la liberazione degli ostaggi sono stati quelli del Werder Brema, che hanno uno storico gemellaggio con i fan del Maccabi Haifa, alcuni dei quali sono stati catturati da Hamas il 7 ottobre. La sorte degli israeliani prigionieri a Gaza è stato l’unico tema affrontato dal tifo in Germania, come si è visto bene al momento della morte di Hersh Goldberg-Polin, sostenitore del Hapoel Gerusalemme molto popolare nella scena ultras tedesca: diverse tifoserie in Germania, e anche dei club di Bundesliga, lo hanno commemorato. Il 7 ottobre 2024, il Borussia Dortmund ha anche ricordato sui propri canali sociali Netta Epstein, una propria tifosa israeliana uccisa un anno prima da Hamas: il post ha creato parecchie polemiche, dato che il club non aveva detto una parola su un suo giovane tifoso palestinese ucciso il giorno prima in un bombardamento a Deir al-Balah.

In generale, le società di calcio si sono tenute abbastanza in disparte, evitando – come al solito – di schierarsi su questioni politiche. Vanno citate solo due notabili eccezioni: la più ovvia è il Palestino, club cileno di prima divisione storicamente legato alla comunità palestinese locale (la più grande al mondo, fuori dal Medio Oriente), che in questo anno ha continuato a supportare la causa. Il 6 ottobre 2024, giocando in campionato contro il Coquimbo Unido, i giocatori hanno portato in campo uno striscione con su scritto: “Un anno di genocidio, 76 di occupazione”. Ancora più importante è l’evento che si è verificato il 15 maggio al Dalymount Park di Dublino, dove la Nazionale femminile palestinese ha affrontato in amichevole le ragazze del Bohemian, club irlandese di prima divisione totalmente controllato dai suoi tifosi. Si è trattato della prima partita di una selezione palestinese organizzata sul territorio europeo, ed è stata accompagnata da una calorosa accoglienza della squadra medioerientale da parte del pubblico irlandese. L’incontro era finalizzato ovviamente a raccogliere fondi per la popolazione gazawi. Anche questi due casi riflettono chiaramente le posizioni politiche dei paesi da cui provengono.

Cosa è successo in Italia

Molto poco, ma comunque meglio di niente. Il calcio italiano è stato uno di quelli maggiormente indifferenti al genocidio palestinese, fatto salvo per alcuni striscioni e bandiere esposte in certi stadi, anche se raramente in Serie A. Un caso di spicco è sicuramente quello della Curva Fiesole della Fiorentina, club che ad aprile si è trovato a dover affrontare in Conference League il Maccabi Haifa, in una partita di fatto blindata. In quell’occasione, la tifoseria viola aveva emesso un comunicato contro le numerose restrizioni previste per l’incontro dalle autorità italiane, volte a impedire l’esposizione di simboli politici al Franchi, e aveva denunciato l’indifferenza della UEFA verso le violenze israeliane a Gaza. In alcuni casi, altri episodi legati al tifo organizzato italiano dovrebbero sollevare maggiori dubbi, a partire dalla decisione degli ultras della Nazionale di voltarsi di spalle durante l’inno di Israele, nella trasferta di Nations League (sul campo neutro di Budapest) del 9 settembre: le immagini hanno fatto il giro del mondo e ricevuto grande approvazione nella galassia pro-Palestina, ignorando il fatto che la curva azzurra è animata principalmente da gruppi di estrema destra, che peraltro non si sono mai espressi in favore delle vittime gazawi.

Tra le tante tifoserie italiane di club che hanno mostrato simboli per la Palestina in questi mesi, un altro caso su cui ci si dovrebbe soffermare è quello della Curva Sud del Milan. A novembre, aveva esposto un grande striscione implicitamente rivolto al conflitto medioerientale: “Fate silenzio quando i bambini dormono, non quando muoiono. Stop a tutte le guerre”. Un messaggio equilibrato e piuttosto indiscutibile, a cui aveva fatto seguito, il marzo successivo, una raccolta di beni di prima necessità da inviare a Gaza, che aveva riscosso un certo successo. Alla luce delle ultime rivelazioni della magistratura – che hanno portato all’arresto dei leader della tifoseria rossonera, accusati di legami con la ‘Ndrangheta e già da tempo considerati vicini a politici di estrema destra – non si può non avere qualche dubbio su questo supporto alla causa palestinese, che non può non apparire oggi alquanto ambiguo.

“Stop al genocidio” recitava lo striscione – con il colori della bandiera palestinese e un riferimento al quadro ‘Guernica’ di Pablo Picasso – mostrato in campo da alcuni attivisti durante la finale della Champions League femminile tra Barcellona e Lione, il 25 maggio.

Se non altro, dall’Italia è arrivata una delle rarissimee prese di posizione da parte di un professionista del mondo del calcio senza un background arabo o musulmano. Il 25 novembre, l’allora allenatore dell’Empoli Aurelio Andreazzoli denunciava, durante una conferenza stampa, il silenzio davanti al massacro di Gaza: “Pensando ai numeri di quella disgrazia, che sono una cosa esagerata, l’angoscia mi viene perché il mondo del calcio non parla di una situazione di questo tipo. Sono un po’ informato ma non ho notizie di una presa di posizione: qualche parola dovremmo spenderla”. L’unica altra persona, nel calcio italiano di primo piano, a essersi espressa in qualche modo sulla guerra è stato il centravanti dell’Atalanta e della Nazionale Gianluca Scamacca, che figura tra i calciatori professionisti che a fine maggio hanno ricondiviso sui propri profili Instagram la grafica “All Eyes on Rafah”. È sicuramente molto poco, ma occorre appunto ricordare che quasi solo giocatori di origini arabe o di religione musulmana parlano pubblicamente della Palestina, mentre tutti gli altri di solito ignorano l’argomento.

La richiesta di sospensione di Israele e la FIFA

La cosa più importante che è successa – anche se sarebbe più corretto dire “che non è successa” – è la richiesta di sospensione della IFA, la Federcalcio di Tel Aviv, rivolta alla FIFA. La proposta è stata avanzata dall’omologa palestinese PFA e sarebbe dovuta essere discussa a maggio; invece, da allora la FIFA non ha fatto che rinviare la decisione definitiva: lo scorso 3 ottobre, l’organizzazione ha deciso di affidare ulteriori indagini a due differenti comitati, ed è probabile che si tornerà a parlarne nel Congresso dell’11 novembre. I continui rinvii da parte della FIFA hanno comprensibilmente generato molte proteste e accuse da parte dei sostenitori della causa palestinese, ma la questione merita di essere anche considerata da un’altra prospettiva: il fatto che la FIFA non abbia snobbato la richiesta della PFA e deliberato subito in favore di Israele dimostra quanto oggi sia divenuto complicato non riconoscere che il governo di Tel Aviv è andato molto oltre quello era umanamente tollerabile. L’imbarazzo della FIFA è dovuto soprattutto al fatto che un’esclusione di Israele dal calcio internazionale sarebbe la prima vera sanzione concreta mai emessa contro il paese dai tempi della sua espulsione dalla AFC nel 1974: paradossalmente, una simile misura avrebbe un peso pratico molto più grande di tutte le risoluzioni dell’ONU e anche delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, finora rivelatesi delle mere formalità giuridiche.

Non è peraltro la prima volta che la PFA presenta una richiesta di sanzioni contro Israele, ma fino a ora nessuna era mai stata presa seriamente in considerazione: di nuovo, un altro segno che la percezione generale della situazione in Medio Oriente è di qualcosa di eccezionalmente serio, rispetto al passato. La Federcalcio palestinese ha motivato la sua denuncia tramite due punti fondamentali – perché per chiedere a un’organismo sportivo di sanzionare una federazione affiliata non basta appellarsi a ragioni umanitarie o a una guerra in corso. Il primo elemento messo in evidenza dalla PFA è la sistematica devastazione del calcio palestinese condotta dall’IDF in questo anno: solamente uno stadio – quello di Al-Dorra a Deir al-Balah – è ancora in piedi nella Striscia di Gaza, ed è stato convertito a campo profughi. Nel dicembre 2023, lo stadio Yarmouk – il più antico della regione – era stato trasformato in un campo di concentramento, e le preoccupanti immagini dei prigionieri palestinesi avevano fatto il giro del mondo. Oltre 400 atleti, tra cui molti calciatori (90 dei quali bambini: gli ultimi due esattamente ieri), sono stai uccisi dagli attacchi israeliani, e alla conta si potrebbero aggiungere allenatori, dirigenti sportivi e arbitri. La tesi della PFA è che Israele stia danneggiando il calcio gazawi, e di questo la FIFA dovrebbe preoccuparsi (anche perché, banalmente, uno degli stadi distrutti, il Palestine Stadium, era stato ricostruito grazie a fondi FIFA dopo i bombardamenti del 2012). Di tutto questo ho scritto in un recente articolo per Puntero.

Il secondo punto del report palestinese è forse ancora più importante, dato che riguarda le azioni israeliane in territori non coinvolti dalla guerra ad Hamas, ovvero nelle zone oltre il confine della Cisgiordania. Da tempo il governo di Tel Aviv sta gradualmente colonizzando questi territori, attraverso una strategia che l’ONU ha condannato in quanto illegale. Tuttavia, nelle sue colonie in Cisgiordania vengono costituiti club di calcio che la IFA riconosce e a cui consente di gareggiare nelle competizioni ufficiali israeliane: si tratta di cinque società che erano già state oggetto di una denuncia da parte di Human Rights Watch nel 2016, e sulle quali finora la FIFA non è intervenuta. Il riconoscimento da parte di una federazione nazionale di club che hanno sede nel territorio di un’altra federazione, senza che quest’ultima abbia dato il proprio consenso, rappresenta un’esplicita violazione delle regole del calcio internazionale.

La coreografia dei tifosi dell’Espérance Tunisi, nella finale della Champions League africana del 26 maggio.

La Palestina più forte di sempre

In una situazione simile, è a dir poco incredibile che il calcio palestinese stia invece vivendo il miglior momento della sua storia. Durante la Coppa d’Asia che si è svolta in Qatar a gennaio, la Palestina ha raggiunto per la prima volta gli ottavi di finale, arrendendosi infine per 2-1 solo ai padroni di casa, futuri vincitori del titolo continentale. Un’impresa che ha fatto il giro del mondo, venendo riportata su diverse testate internazionali. Prima del via del torneo, inoltre, la Gazzetta dello Sport aveva realizzato una storica intervista, firmata da Francesco Pietrella, a Mohammed Rashid, centrocampista della selezione araba. A giugno, la squadra ha confermato il suo ottimo stato di forma, accedendo per la prima volta al terzo turno delle qualificazioni AFC per i Mondiali del 2026: sebbene il percorso sia ancora lungo e complicato, la Palestina non è mai stata così vicina a qualificarsi dalla fase finale della Coppa del Mondo.

La selezione è diventata immancabilmente un simbolo del suo popolo, assumendo il ruolo di ambasciatrice della causa della libertà palestinese, come confermato da un approfondimento pubblicato a giugno dal Guardian. Anche la selezione femminile ha fatto parlare di sé, ben prima dell’amichevole di Dublino col Bohemian: a febbraio, la squadra ha raggiunto la sua prima semifinale del WAFF Championship – il torneo dell’Asia occidentale – dal 2010. Questi risultati hanno aumentato notevolmente la visibilità internazionale del calcio palestinese, che non ha mai goduto di così tanta popolarità nel mondo. Dopo l’exploit in Coppa d’Asia, la Nazionale maschile è stata anche invitata a febbraio a Cape Town, in Sudafrica, per un’amichevole di beneficenza contro la selezione locale. Tutto ciò fa parte di un progetto preciso messo a punto dal presidente della PFA Jibril Rajoub, un uomo che a Ramallah viene ritenuto il politico più influente della regione dopo il Presidente dell’ANP Mahmud Abbas.

La prospettiva interna a Israele

Quando si è scritto che nessuna tifoseria al mondo si è messa esplicitamente dalla parte di Netanyahu, si è scritta una cosa imprecisa: a gennaio, gli ultras del Beitar Gerusalemme – i più a destra in Israele – hanno mostrato una grande coreografia allo stadio, in cui campeggiava la scritta “Questo è il mio paese e qui il capo sono io”. La scelta del match non era casuale: l’avversario di giornata era il Maccabi Bnei Reineh, un club sostenuto in particolar modo da arabi-israeliani. I casi di discriminazione verso i cittadini israeliani di origini arabe non sono rari, negli stadi del paese, sia nei confronti dei giocatori che delle tifoserie. A inizio settembre, durante una gara di campionato, i tifosi del Bnei Sakhnin – la più nota squadra araba-israeliana – si sono voltati di spalle durante l’esecuzione dell’inno nazionale: per tutta risposta, gli ultras del Hapoel Be’er Sheva hanno invaso il campo e puntato la curva avversaria per aggredire i tifosi ospiti. Dodici persone sono state arrestate dalla polizia per questi scontri. Gli altri gruppi raramente si sono espressi sulla guerra, e chi lo ha fatto ha parlato solamente della liberazione degli ostaggi, non senza risparmiare critiche al governo: è il caso, per esempio, degli ultras dell’Hapoel Gerusalemme, che a gennaio invocavano un accordo con Hamas in una vistosa coreografia allo stadio, e a maggio bloccavano per protesta una delle strade principali di Tel Aviv.

Ma in generale il calcio israeliano è rimasto abbastanza indifferente a ciò che avvenuto dopo il 7 ottobre 2023 (in quell’occasione, invece molti calciatori e club pubblicarono sui social messaggi di cordoglio per le vittime). Non sono però mancate alcune prese di posizione alquanto discutibili, per usare un eufemismo: la più esplicita è stata quella di Shon Weissman, attaccante del Granada che nei giorni successivi agli attacchi di Hamas aveva pubblicato online post molto violenti, come quello in cui si chiedeva perché non si potessero sganciare “200 tonnellate di bombe su Gaza”. Il club lo mise fuori squadra e a gennaio cercò di cederlo al Burgos, ma i tifosi locali protestarono e fecero saltare l’accordo, così Weissman finì di accasarsi in prestito alla Salernitana. Per inciso, in Italia non c’è mai stata nessuna contestazione contro di lui, nemmeno da parte di quelle tifoserie che in precedenza avevano esposto striscioni pro-Palestina. Dopo la fine del campionato, Weissman è tornato al Granada, dove al momento sta giocando regolarmente.

Uno striscione pro-Palestina a fine giugno sugli spalti dei Portland Timbers, club della MLS. Alla fine di ottobre 2023, la lega nordamericana aveva vietato l’esposizione durante le partite di simboli legati al conflitto in Medio Oriente.

Bisogna dire che pure Israele, come la Palestina, sta vivendo un periodo particolarmente florido nel calcio, per un paese che, dopo aver disputato i Mondiali del 1970, è stato espulso dalla AFC ed è entrato in un periodo di marginalità calcistica in seguito al trasferimento nella UEFA. Nelle ultime stagioni, però, i club israeliani hanno fornito buone prestazioni nelle competizioni europee, e a marzo la Nazionale ha affrontato l’Islanda negli spareggi per la qualificazione alla fase finale degli Europei. A fine luglio, Israele ha debuttato nel torneo olimpico maschile di Parigi 2024, che è stata la prima competizione internazionale di rilievo a cui ha preso parte dalle Olimpiadi del 1976. La qualificazione ai Giochi Olimpici era arrivata dopo aver raggiunto una storica semifinale degli Europei U21 nell’estate del 2023. In precedenza, Israele aveva vinto la Lega B della Nations League, e così a settembre ha potuto debuttare nel massimo livello della competizione, venendo inserita in un girone con Belgio, Francia e Italia. Com’è facile immaginare, quasi ogni apparizione internazionale della selezione di Tel Aviv ha sollevato polemiche e contestazioni: della reazione degli ultras italiani si è detto, ma già durante i Giochi Parigi ci sono stati fischi all’inno israeliano nelle prime due partite del torneo, mentre a fine maggio, durante la gara di qualificazione ai Mondiali femminili del 2025 contro la Scozia a Glasgow, un tifoso ha invaso il campo e si è incatenato a una porta, indossando una maglietta con su scritto “Cartellino rosso per Israele”.

La situazione di oggi

Questi dodici mesi, dal punto di vista politico, sono stati tra i più densi di sempre nel mondo del calcio: non c’è una parte del mondo in cui negli stadi non si sia visto qualcosa sul conflitto in Medio Oriente (nella netta maggioranza dei casi, delle bandiere palestinesi). Tutto ciò non è bastato ad arrivare alle sanzioni da parte della FIFA verso Israele, ma come detto la questione è tutt’altro che chiusa. Ad esclusione dell’asiatica AFC, che supporta la richiesta di sanzioni avanzata dalla PFA, nessuna federazione nazionale o confederazione continentale si è espressa sulla diatriba, in un’imbarazzante indifferenza. Ad aprile, invece, la sudamericana CONMEBOL ha siglato un accordo di collaborazione con la IFA israeliana, che potrebbe permettere in futuro alla sua squadra di competere come ospite nella Copa América. Quando ci si chiede qual è la differenza tra il caso della Russia, squalificata dopo l’invasione dell’Ucraina, e quello di Israele, bisogna guardare a questo aspetto: nessun soggetto politicamente rilevante ha fatto pressioni sulla FIFA per agire contro Israele. A marzo, il collettivo Calcio & Rivoluzione ha lanciato una raccolta firme – a cui ha collaborato anche Pallonate in Faccia – rivolta al mondo del calcio italiano per chiedere il boicottaggio sportivo di Israele, che ha ricevuto l’adesione di giornalisti e giornaliste, tifoserie (sopratutto delle serie minori) e diversi club di calcio popolare. La spaccatura tra il pallone “istituzionale” e tutto il resto, almeno nel nostro paese, è estremamente evidente.

Le Nazionali di Israele e Palestina hanno continuato a giocare nelle rispettive competizioni internazionali, sebbene nessuna delle due abbia mai gareggiato in casa propria dal 7 ottobre 2023: la selezione di Tel Aviv è ospitata per i match casalinghi in Ungheria (in virtù dell’inquietante alleanza politica tra Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu), mentre quella di Ramallah si è spostata tra il Kuwait, la Malaysia e il Qatar. Domani, lunedì 14 ottobre, Israele giocherà a Udine contro l’Italia nella Nations League: a luglio, il sindaco Alberto Felice De Toni, a capo di una maggioranza di centrosinistra, aveva negato il patrocinio del Comune all’incontro, ritenendo l’evento “divisivo” a causa dei crimini che Israele sta commettendo in Palestina. Mercoledì 9 ottobre, a soli cinque giorni dall’incontro, De Toni ha inspiegabilmente fatto marcia indietro, nonostante i motivi che avevano portato al “no” iniziale non solo siano ancora in essere, ma si siano addirittura aggravati nel corso del tempo. La mancata concessione del patrocinio, comunque, avrebbe avuto un peso meramente simbolico, senza nessuna ricaduta concreta sulla partita. Come già scritto più sopra, nella città friulana si terrà, nelle ore precedenti alla partita, una manifestazione di protesta organizzata dal Comitato per la Palestina di Udine e dalla sinistra locale.

“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli.” – Kurt Vonnegut

Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.

Una risposta a “Un anno di calcio e guerra in Palestina”

  1. È proprio il fatto che il mancato patrocinio avrebbe avuto un peso esclusivamente simbolico che avrebbe dovuto spingere il sindaco di Udine a perseverare nella sua decisione. Grazie comunque della disamina, interessantissima nonostante giunga in un momento in cui un solo dato è certo: al calcio che conta non importa nulla della strage che è in corso in Medio Oriente.

    Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a gaberricci Cancella risposta

LEGGI ANCHE