L’Arabia Saudita, per i tifosi di calcio europei, era una galoppata, gesto tecnico ideale in un paese rinomato da secoli per i suoi eleganti cavalieri beduini. La galoppata era quella di Saeed Al-Owairan dentro la metà campo del Belgio ai Mondiali del 1994, che era valsa al trequartista dell’Al-Shabab il nomignolo di Maradona del deserto, e che aveva condotto la Nazionale araba a un’incredibile qualificazione agli ottavi di finale del torneo. Ma all’epoca il calcio europeo non era ancora pronto ad accogliere un calciatore arabo, e comunque la legge in Arabia Saudita impediva il trasferimento all’estero dei calciatori, una misura protezionistica che aveva permesso però una forte crescita del calcio locale nei dieci anni precedenti. Qualche anno dopo il regolamento fu derogato, per internazionalizzare il football saudita, ma per l’ultratrentenne Al-Owairan – che nel frattempo non aveva proprio brillato ai Mondiali del 1998 – era troppo tardi. La strada dell’Europa sarebbe allora stata imboccata dal suo erede, Sami Al-Jaber.

Erede sì, ma solo a livello di carisma e leadership tecnica, perché in quanto a ruolo in campo e caratteristiche di gioco i due erano piuttosto differenti. Al-Jaber era una punta, meno scattante di Al-Owairan ma con ottime doti tecniche e abilità nei passaggi. Di cinque anni più giovane, ne aveva 27 quando, nel 2000, accettò di trasferirsi a giocare al Wolverhampton, che all’epoca militava in seconda divisione. Divenne il primo calciatore saudita a militare in un club europeo di primo piano – anche se non il primo in assoluto, dato che l’anno precedente il connazionale e compagno di squadra all’Al-Hilal Fahad Al-Ghesheyan era passato all’AZ Alkmaar, in Olanda. Se per la maggior parte dei tifosi si trattava di trasferimenti bizzarri, essi dimostravano che il calcio in Arabia Saudita stava vivendo un periodo di grande sviluppo, che aveva portato la selezione araba all’attenzione generale. Nel 1994 aveva debuttato ai Mondiali, superando addirittura i gironi, ed era poi tornata alla competizione nel 1998; dal 1984 si era imposta come una delle squadre più forti d’Asia, vincendo tre titoli continentali su quattro e centrando un’altra finale.

La generazione di Al-Owairan e di Majed Abdullah aveva aperto la strada a quella di Al-Ghesheyan e Al-Jaber, che ora puntavano a far fare al calcio saudita un altro salto di qualità. Il primo era arrivato all’AZ grazie all’allenatore Wim van Hanegem, che lo aveva avuto all’Al-Hilal e ne era rimasto impressionato, ma Al-Ghesheyan aveva faticato molto ad adattarsi al calcio europeo, e il suo individualismo ostinato aveva finito per convincere il club olandese a rimandarlo in patria dopo poche partite. Con Al-Jaber, decisamente più quotato del collega, i Wolves ambivano a risultati ben superiori. L’attaccante arabo era arrivato assieme a un nuovo pacchetto di punte che dovevano raccogliere l’eredità della leggenda Steve Bull, che aveva lasciato il club a 34 anni nel 1999, dopo 306 reti segnate; nella stagione successiva, ai gol aveva provveduto il nigeriano Ade Akinbiyi, che era però stato ceduto in estate al Leicester City per 5 milioni di sterline. Oltre ad Al-Jaber, i Wolves si erano assicurati Robert Taylor dal Manchester City, Michael Branch dall’Everton e il georgiano Temur Ketsbaia dal Newcastle United.

Con non poco trasporto, i tifosi del Wolverhampton gli affibbiarono il soprannome di Alan Shearer d’Arabia, paragonandolo al prolifico centravanti dell’Inghilterra. In realtà, il saudita era piuttosto una seconda punta, più basso e soprattutto più esile del collega del Newcastle. Nei piani dell’allenatore Colin Lee, che lo aveva accolto in conferenza stampa in modo abbastanza favorevole, Al-Jaber doveva essere un’alternativa in avanti a Taylor, che rappresentava il vero colpo del mercato dei Wolves. Che il club credesse in lui era tutto sommato vero, dato che il prestito di cinque mesi dall’Al-Hilal prevedeva una clausola di riacquisto a 1,3 milioni di sterline e un contratto biennale. Ma il suo debutto si rivelò subito complicato per ragioni burocratiche: essendo extracomunitario, Al-Jaber necessitava di ottenere un permesso di lavoro per giocare come professionista nel Regno Unito, e questa procedura richiese circa un mese, ritardando il suo inserimento in squadra fino a settembre.

Al-Jaber affrontato dal giapponese Ryuzo Morioka, nella finale della Coppa d’Asia del 2000.

Oltre all’aspetto puramente tecnico, il trasferimento in Inghilterra di Sami Al-Jaber coinvolgeva prospettive di marketing a più ampio raggio. L’Arabia Saudita voleva fare del suo attaccante un ambasciatore del paese a livello internazionale, non solamente in ambito sportivo, e il proprietario del Wolverhampton, Sir Jack Hayward, sperava di ottenere un importante ritorno economico e magari anche stringere accordi commerciali con il ricco regno arabo, che lo aiutassero a sostenere le ingenti spese in cui s’era avventurato per riportare la sua squadra del cuore ai vertici del calcio inglese. All’ombra di tutto questo, Al-Jaber iniziava a integrarsi nella formazione allenata da Colin Lee, che stava vivendo un difficile inizio di stagione, soprattutto a causa dello scarso impatto di Taylor sulla manovra offensiva. Il deludente rendimento della punta ex-Manchester City era teoricamente una buona notizia per il saudita, che poteva ambire a maggiore spazio in squadra, ma una volta arrivato ottobre i suoi progressi dovettero interrompersi.

In Libano iniziava infatti la Coppa d’Asia, a cui l’Arabia Saudita si candidava come vincitrice. Di fare a meno del proprio capitano, specialmente ora che era un giocatore di fama internazionale, non se ne parlava, e il fatto che il suo cartellino fosse ancora formalmente di proprietà dell’Al-Hilal fu decisivo per la convocazione di Al-Jaber in Nazionale. L’Arabia Saudita debuttò però con una shockante sconfitta per 4-1 contro il Giappone, e successivamente fu fermata sullo 0-0 dal Qatar; solo la larga vittoria per 5-0 sull’Uzbekistan consentì agli arabi di superare il girone, nonostante un Al-Jaber non proprio in forma smagliante. L’attaccante del Wolverhampton aveva accusato alcuni problemi fisici nel corso della preparazione al torneo, ma la Federazione aveva insistito nel farlo giocare lo stesso. Giocatori come Nawaf Al-Temyat dell’Al-Hilal e Talal Al-Meshal dell’Al-Ahli si erano rivelati ben più decisivi, e le loro reti avevano propiziato le successive vittorie nella fase a eliminazione diretta contro Kuwait e Corea del Sud, anche se non erano bastate ad avere la meglio del solito Giappone in finale.

Ma il punto è che Sami Al-Jaber era rientrato in Inghilterra a inizio novembre, acciaccato e in un club bloccato in una crisi ancora più seria rispetto a quando era partito per il Libano. Durante la sua assenza, il Wolverhampton aveva vinto una sola partita, in casa del Barnsley, pareggiato con Fulham e Watford, e perso contro Bolton e WBA. Dall’inizio della stagione, i Wolves avevano raccolto appena 16 punti in 13 partite, e si trovavano ragionevolmente distanti dalla zona promozione. In questa situazione, Lee sembrava ancora meno intenzionato a scommettere su un giocatore esotico e molto lontano dallo stile di gioco delle punte inglesi. L’impiego dell’attaccante saudita rimase estremamente limitato, facendolo scendere in campo in appena quattro partite di campionato, sempre da subentrante e nei minuti finali, ma nonostante questo i Wolves non riuscirono a trovare granché di meglio in avanti, e a metà dicembre la dirigenza esonerò l’allenatore. Il momento per giocarsi una chance da titolare era propizio, e dall’Arabia Saudita qualcuno volle sottolineare pubblicamente che le cose non stavano andando come secondo i patti.

“Per il bene delle future relazioni tra i nostri due paesi in ambito sportivo, questa situazione dev’essere risolta ora” tuonava, in un’intervista al Daily Express, il principe saudita Khalid bin Mohammed, un’importante membro della famiglia reale e figura chiave nella dirigenza dell’Al-Hilal. “Se giocasse in Premier League non avrei detto niente, ma i Wolves sono solo una squadra di First Division, non stanno andando molto bene, e fanno giocare centrocampisti in attacco, mentre lasciano Sami in panchina”. Le parole del Principe Khalid erano abbastanza forti: sottolineava quanto avesse lottato per convincere chi di dovere nel suo paese che fosse la cosa giusta lasciare andare il più importante calciatore saudita all’estero, per il bene del giocatore e dell’Arabia Saudita in generale, ma che il modo in cui lo stavano trattando gli inglesi era ingiusto. Se le cose non fossero cambiate, nessun altro giocatore saudita avrebbe più voluto trasferirsi in Europa in futuro, tantomeno in Inghilterra. “Tutto ciò che chiediamo è che gli venga data un’opportunità. Se non vogliono, lo lascino tornare a casa”.

Al Wolverhampton, Al-Jaber ha giocato in tutto 5 incontri ufficiali, di cui 4 in First Division (contro Wimbledon, Norwich, Nottingham Forest e Huddersfield), senza mai restare in campo per più di mezz’ora e senza segnare un gol.

Cosa accadde attorno al Natale del 2000 non è del tutto chiaro, ma probabilmente fu un insieme di fattori a portare alla fine dell’effimera avventura di Sami Al-Jaber in Inghilterra. Le sue condizioni fisiche non erano ottimali, e le sue possibilità di giocare restavano basse anche dopo la nomina di Dave Jones a nuovo allenatore. Il tecnico ex-Southampton non si sbilanciò pubblicamente sull’impiego dell’attaccante arabo, dicendo che doveva valutarlo in allenamento, ma a inizio gennaio il suo destino era già deciso. Il prestito era in scadenza, e al Wolverhampton non c’era una solida intenzione di concludere l’acquisto; dal canto suo, l’Al-Hilal non era interessato a prolungare il prestito fino al termine stagione, rischiando di vedere la sua stella confinata in panchina. All’inizio del 2001, il padre di Al-Jaber si ammalò gravemente, e ciò fornì la motivazione perfetta per risolvere la cosa: i Wolves e l’Al-Hilal si accordarono per un prestito di altri cinque mesi all’Al-Ain, negli Emirati Arabi, consentendo ad Al-Jaber di continuare a giocare in un campionato estero ma avvicinandosi al genitore malato. L’accordo per il possibile acquisto a titolo definitivo della punta restava teoricamente valido, ma al termine della stagione il Wolverhampton preferì ignorarlo.

Lo sguardo del calcio saudita era già concentrato sui Mondiali asiatici del 2002, a cui la selezione allenata da Nasser Al-Johar si presentava da vicecampione continentale, con l’obiettivo di replicare l’exploit del 1994. Le grandi ambizioni dell’Arabia Saudita e della sua nuova generazione, guidata da Sami Al-Jaber – nel frattempo tornato a fare faville con la maglia dell’Al-Hilal – furono però brutalmente demolite nell’esordio contro la Germania, vincente per 8-0. Gli arabi persero poi 1-0 contro il Camerun e 3-0 contro l’Irlanda, diventando la prima squadra a risultare eliminata dal Mondiale, per la prima volta senza fare nemmeno un punto e segnare un gol. A metterci la faccia fu il capitano Al-Jaber, che non risparmiò aspre critiche al sistema del calcio saudita: “I club non danno ai giocatori ciò che meritano. Se l’Arabia Saudita vuole avere buoni calciatori in futuro, deve lasciarli andare all’estero”. La sua fugace esperienza inglese era stata povera in termini di risultati e minuti giocati, e giudicata umiliante per l’immagine delle ambiziose autorità sportive e politiche saudite, ma per Al-Jaber era stata invece molto significativa: per la prima volta aveva potuto essere davvero un calciatore professionista, nel modo di preparare le partite e non solo per il fatto di ricevere un lauto stipendio. Aveva imparato a confrontarsi con un calcio più fisico e atletico, e ad avere a che fare con pressioni psicologiche inimmaginabili nel suo paese. “Avrei voluto restare, – confessò in seguito – ma il mio club in Arabia non me lo permise”.

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Fonti

CHURCH Michael, Why you don’t see any Saudi players in Europe…, The Guardian

DIXON Jamie, Al-Jaber completes loan spell, Sky Sports

WOLLASTON Steve, Who is Sami Al-Jaber? The former Wolves player eyed for Newcastle United role, Birmingham Live

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