“C’è un calcio di sinistra e uno di destra. I più generosi, i più artistici, i più colti sono sempre stati di sinistra. Un calcio aperto, vicino alla gente, l’orgoglio della rappresentatività e dell’appartenenza… Tutto ciò che predico suona più di sinistra che di destra. Poi c’è un altro calcio, a cui non importa della gente ma solo del risultato.” – César Luis Menotti
È un argomento maledetto, il Mondiale del 1978. Non si può non parlarne senza sentirsi osservati – e forse anche giudicati, non a torto – da 30.000 spettri, la maggior parte dei quali ancora prigionieri di qualche luogo sconosciuto. Il calcio si porta dietro il peso di questo peccato; se lo porta dietro l’Argentina intera e se lo portano dietro soprattutto quelle persone che, loro malgrado, divennero i simboli della giunta militare e del suo Proceso de Reorganización Nacional, con la “colpa” di sollevare al cielo, per la prima volta nella storia argentina, la Coppa del Mondo. Karl Popper dirà che la dittatura è moralmente cattiva perché condanna i cittadini dello stato, contro la loro coscienza e i loro stessi convincimenti morali, a diventare complici del male, se non con l’azione diretta di sicuro con il silenzio. Ogni tentativo di affermare la propria responsabilità umana viene trasformato in un tentativo di suicidio, e così si resta zitti. Davanti a questo problema si ritrovò, quell’estate anche César Luis Menotti, che di quella selezione era stato addirittura confermato come allenatore, nonostante gli iniziali dubbi legati proprio alle sue idee politiche.
Menotti era nato nel 1938 a Rosario, suo padre Antonio era un ex pugile che aveva giocato anche a calcio – passione trasmessa al figlio – ed era un sostenitore peronista di sinistra. Il vecchio señor Menotti morì di cancro ai polmoni nel 1955, proprio quando la Revolución Libertadora abbatteva il governo democraticamente eletto di Perón per imporre una giunta militare guidata dal generale Lonardi. L’allora giovane Menotti era un adolescente che sognava di giocare per il Rosario Central, e nel frattempo dipingeva sui camion, assieme ad alcuni compagni di militanza, le lettere PV, “Perón Vuelva” (“Perón ritorna”). Fu così fino a che un amico, Chacho Rena, non lo spinse a riflettere: quando Perón è stato esiliato dall’Argentina, da chi è andato a chiedere aiuto e ospitalità? In Paraguay, dal dittatore fascista Alfredo Stroessner. Poi a Panama, dal conservatore amico degli americani Ernesto de la Guardia, da cui poi andò in Venezuela, ospite del regime militare di Marcos Pérez Jiménez. Da lì, nella Repubblica Dominicana di Rafael Leónidas Trujillo e poi nella Spagna di Francisco Franco. Menotti capì che tra Perón e i dittatori fascisti c’era un’attrazione perversa, e così divenne comunista.
Quasi vent’anni dopo, un nuovo colpo di stato portava al potere un’altra giunta militare, che si sarebbe rivelata la più spietata di tutte. Nel 1976, il generale Carlos Alberto Lacoste, incaricato di gestire l’organizzazione del Mondiale di due anni dopo, avrebbe anche discusso della possibilità di allontanare Menotti dalla panchina dell’Albiceleste, ma Héctor Vega Onesime, il direttore di El Gráfico, lo avrebbe convinto a cambiare idea. È una vicenda ormai talmente ammantata di storytelling che è complicato dire se sia vera o meno: era stato lo stesso Menotti, in realtà, a presentare le sue dimissioni, venendo convinto a ritirarle da Alfredo Francisco Cantilo, avvocato di Buenos Aires vicino all’Opus Dei che era stato nominato a capo della Federcalcio argentina subito dopo l’ascesa dei militari. In ogni caso, le dimissioni di Menotti potevano non essere motivate solo da ragioni politiche: la giunta aveva rimosso dai vertici federali David Bracutto, il grande sponsor del tecnico rosarino (e legato al sindacato Unión Obrera Metalúrgica), che lo aveva voluto giovanissimo alla guida dell’Huracán e poi, appena 35enne, aveva chiamato anche in nazionale.

Menotti venne mantenuto alla guida dell’Argentina perché ritenuto l’unica persona in grado di poter vincere il Mondiale, che aveva un’importanza simbolica enorme per il regime. Inutile negare, però, che il suo approccio filosofico al calcio si prestava fin troppo bene alla propaganda della giunta militare. L’Argentina era nota come una fucina di talento, ma anche per la sua scarsa concretezza e l’incapacità di ottenere i successi che meritava: Menotti rispondeva a questa tendenza predicando un calcio collettivo, organizzato e incentrato sulla disciplina e il rispetto dei ruoli. Il regime militare non diceva poi cose tanto diverse, quando sosteneva che ordine e disciplina fossero fondamentali per riorganizzare un paese che aveva sempre ottenuto meno di quanto poteva. Come i militari, il calcio menottiano aveva un fondamento nazionalista, in quella sua strenua difesa di un tipo di gioco autenticamente argentino – detto La Nuestra – non influenzato da tattiche straniere. I due progetti di ristrutturazione e ripensamento dell’Argentina – quello politico dei militari e quello sportivo di Menotti – finirono per assumere addirittura lo stesso nome: El Proceso. Quando, il 25 giugno del 1978, l’Albiceleste conquistò il titolo mondiale, Menotti strinse le mani ai generali senza fare una piega: svolse il suo lavoro da allenatore, tenendolo separato dalla politica e dalla drammatica quotidianità del suo paese.
“Fui usato, è chiaro: il potere che si approfitta dello sport è una cosa vecchia come l’umanità. Non lo rifarei, anche se è facile dirlo ora” dichiarò in seguito. Negli anni a venire, El Flaco continuò a doversi difendere dall’accusa di essere stato uno strumento nelle mani della propaganda fascista di Videla. Non negò di essere stato usato, come si è visto, ma negò che fosse successo consapevolmente, negò di essere a conoscenza del fatto che, mentre loro giocavano, i militari facevano sparire nel nulla migliaia di dissidenti politici. Menotti era una persona politicamente consapevole e mediamente informata, eppure sembrava non sapere che dall’aprile dell’anno precedente al Mondiale delle donne si riunivano periodicamente davanti alla Casa Rosada, nella Plaza de Mayo di Buenos Aires, per protestare contro le misteriose sparizioni dei loro figli e delle loro figlie. Dobbiamo credere davvero che non sapesse, o perlomeno non sospettasse nulla? “Anche lui stava facendo politica con il suo silenzio” lo avrebbe accusato successivamente Adolfo Pérez Esquivel, dissidente e vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1980.
Sapere e parlare pubblicamente sono due cose molto differenti e distanti anni luce, soprattutto in un contesto come quello dell’Argentina del 1978. Umberto Eco scrisse che il vero eroe lo è sempre per sbaglio, perché preferirebbe di gran lunga essere un vigliacco come tutti: espandendo il discorso, è facile essere idealisti quando non si ha nulla da perdere, ma la verità è che pochissimi di noi, al posto di Menotti, si sarebbero comportanti diversamente. Tuttavia sarebbe ingeneroso equiparare il Flaco a un qualsiasi silenzioso complice, per quanto involontario, della dittutura. Il giorno della finale, negli spogliatoi, mise bene in chiaro che cosa doveva rappresentare l’Albiceleste: “Noi rappresentiamo l’unica cosa legittima in questo paese: il calcio. Non giochiamo per le tribune ufficiali piene di militari, ma per il popolo. Non difendiamo la dittatura, ma la libertà”. Una magra consolazione, forse; un artificio retorico per rinforzare lo spirito della squadra e allontanare i fastidi che alcuni potevano avvertire nel sentirsi usati dalla giunta militare (sicuramente Ricardo Villa, che sosteneva l’Unión Cívica Radical; forse pure Leopoldo Luque e Mario Kempes). Però almeno un poco ruppe quel tragico silenzio, anche se nello spazio privato dello stanzino di uno stadio.
César Luis Menotti non aveva ancora 40 anni, quando divenne campione del mondo. Era un uomo giovane, con una carriera in rapidissima ascesa ma ancora agli inizi: tutti fattori che contribuirono forse alla sua cautela di quei giorni. Fuori dal campo, il Flaco restava in silenzio ma non certo indifferente. Venne a sapere che la figlia di alcune persone che conosceva era stata arrestata dai militari con l’accusa di essere un guerrigliera comunista dei Montoneros, e si adoperò per farla liberare. Grazie all’aiuto di Adolfo Pedernera, una leggenda assoluta del calcio argentino e stimato da tutti nel paese, riuscì a parlare con uno dei carcerieri e a farla uscire in segreto; la nascose in casa propria per un mese e infine riuscì a farla espatriare in Italia. Una vita a cui fu risparmiato l’orrore dell’annientamento psicofisico che strisciava nel paese a quei tempi. La fama conquistata come allenatore della selezione campione del mondo mise Menotti al riparo da ritorsioni politiche. Nel 1980, fu tra i firmatari di una lettera, pubblicata sul Clarín, in cui si chiedeva alla giunta di rendere nota la lista completa dei desaparecidos e i luoghi in cui si trovavano: c’era anche Jorge Luis Borges, tra quei firmatari, ma Menotti era l’unico nome del mondo del calcio.

“Avevo vissuto le dittature di Aramburu e di Onganía, però non potevo immaginare una simile crudeltà”. Dopo la caduta del regime, nel 1983, Menotti dovette difendere se stesso e la sua squadra dalla nomea di armi della propaganda del regime. Disse, con un’evidente iperbole, che per la giunta sarebbe stato forse meglio che avessero perso il Mondiale, perché con la vittoria sarebbe stato impossibile per loro contenere la gente che voleva scendere in strada per festeggiare. Ribadì che i calciatori nel 1978 non furono gli unici sportivi usati da Videla per tornaconto politico: accadde lo stesso con il pugile Carlos Monzón e con il tennista Guillermo Vilas (anche se entrambi avevano ottenuto grandi successi già prima del 1976), eppure nessuno li accusò mai di nulla. Di sicuro la sua firma sulla petizione del 1980 infastidì i militari, che ordinarono al nuovo presidente della Federcalcio Julio Humberto Grondona di licenziarlo, ma quest’ultimo riuscì a difenderne la panchina. Menotti ricevette comunque una telefonata di Grondona che lo redarguì per essersi esposto così, e dopo il fallimento del Mondiale del 1982 il Flaco lasciò infine la Nazionale, anche se per ragioni puramente sportive.
Fece troppo poco, o fece piuttosto tutto ciò che gli era concesso fare senza firmare la propria condanna a morte? Difficile, e anche poco rispettoso, giudicarlo dalla comodità della nostra attuale posizione esterna. A questo punto tornano implacabili le parole di Popper, con il loro cinico realismo: le dittature ci costringono a schierarci dalla parte dei martiri o da quella dei complici, senza ammettere vie di mezzo morali. E quando sei un giovane allenatore comunista che guida la squadra simbolo di un regime fascista, ma sei anche alla porte di un possibile traguardo storico per il tuo paese e i tuoi concittadini, il confine tra il bene il male, tra il giusto e lo sbagliato, non ti appare forse così netto. Le vittime della repressione avrebbero legittimamente voluto che Menotti fosse un eroe, mentre invece era soltanto una persona comune, con una coscienza politica ma anche con i timori, le fragilità e le contraddizioni di tutti.
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Fonti
–“A Borges no lo conocían; a mí sí”, Página 12
–CALVO Pablo, “Saqué una chica de la cárcel de Devoto en plena dictadura” César Luis Menotti, Clarín
–Il calcio di César Luis Menotti, fra dittatura e desaparecidos, Il Post


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