“Quando Gigi Riva tornerà / Crescerà la solidarietà / Ci sarà un po’ più di umanità.”

Piero Marras

L’offerta è di un miliardo di lire, e non è cosa che si possa rifiutare, nemmeno se sei una società economicamente solida come il Cagliari. Si tratta di circa tre volte quello che il club sardo ha pagato Gigi Riva sette anni fa, che già era stata una spesa enorme, e renderebbe l’attaccante varesotto il calciatore italiano più costoso della storia. Per Andrea Arrica, il vicepresidente e direttore generale del club, l’operazione si deve fare, e alla fine la decisione su queste cose spetta a lui, che ha sempre curato le questioni manageriali della squadra: il presidente Efisio Corrias è una figura più che altro istituzionale, dato che il suo impegno è rivolto al Senato, dove siede tra i banchi della Democrazia Cristiana. L’ultima parola, a questo punto, spetta al giocatore. La notizia non è ancora trapelata sui giornali, ma chi è abbastanza attento può avvertire che tutta la Sardegna sta tremando, come se le fondamenta stesse della terra avvertissero che sta per accadere qualcosa di grosso.

Nessuno rifiuterebbe la Juventus, d’altronde. Soprattutto non in questo momento in cui sta finalmente per aprirsi un nuovo ciclo, che sembra destinato a riportare i bianconeri ai vertici del calcio italiano. Gli anni Sessanta sono stati piuttosto avari di titoli, per gli standard della Vecchia Signora, ma gli arrivi della bandiera Giampiero Boniperti alla carica di amministratore delegato e di Italo Allodi come direttore generale segnano la volontà di invertire la rotta. Ora che i cicli della Grande Inter e del Grande Milan sono ormai agli sgoccioli, la Juventus sa che è giunto il momento di rilanciare. È il 1970, in campo c’è una squadra giovane con Cuccureddu, Furino, Capello, Savoldi, Bettega e Anastasi, e uno come Riva può essere il giocatore esperto e di valore mondiale che può portare la Juve a dominare la Serie A, come ha appena fatto trascinando il Cagliari alla vittoria di un clamoroso scudetto.

È tutto apparecchiato per il trasferimento. In Sardegna, Riva ha ottenuto ogni cosa a cui poteva ambire, anzi molto di più. È arrivato qui che aveva solo 19 anni, e che nemmeno ci voleva venire. La sua storia, al di là del nomignolo roboante che gli ha conferito il giornalista Gianni Brera, è fatta di sofferenza e tortuosità. È nato in una famiglia povera di un paesino sulla sponda lombarda del Lago Maggiore: il padre Ugo era morto in fonderia nel 1953, trapassato allo stomaco da una scheggia di metallo, così la madre Edis aveva dovuto occuparsi della famiglia facendo un doppio lavoro, principalmente in filanda e, appena poteva, come donna delle pulizie. Non aveva tempo per occuparsi dei figli, e così il piccolo Luigi era stato mandato in un severissimo collegio cattolico, dove subì le più indegne umiliazioni della sua vita. Obbligato a pregare se voleva avere del pane da mettere sotto i denti, obbligato a dire sempre umilmente grazie a chi gli infliggeva quegli abusi. “Ci umiliavano perché eravamo poveri”. Pochi anni dopo, quand’era adolescente e stava iniziando a farsi notare sui campi di calcio, anche sua madre morì, uccisa da un cancro, e toccò alla sorella Fausta, più grande di lui, fargli da genitore a soli 24 anni.

Un diciottenne Gigi Riva, ai tempi del Legnano.

Riva è titubante. I soldi che offre la Juventus sono molti, ed è chiaro che il Cagliari è più che disposto a venderlo. I soldi, quando si nasce poveri, sono una cosa che conta. Erano stati quelli a convincerlo a venire al Cagliari: giocava in Serie C al Legnano, e i sardi erano un club di Serie B ma con grandi ambizioni, che alle spalle potevano vantare l’appoggio economico del petroliere Angelo Moratti, già proprietario dell’Inter, e del Credito Industriale Sardo. Non fosse stato per il denaro e il sogno di diventare un calciatore importante, non sarebbe mai andato così lontano da casa. Quando atterrò a Cagliari assieme al suo allenatore al Legnano Luciano Lupi, disse che gli sembrava di stare in Africa, tanto era desolato e distante quel posto. La Sardegna era una regione poverissima e marginalizzata, scarsamente collegata con il resto d’Italia, d’economia prevalentemente agricolo-pastorale e segnata da una massiccia emigrazione. L’entroterra era impervio e selvaggio, popolato da banditi e sequestratori. L’anno prima il parlamento aveva approvato un piano di sviluppo industriale per modernizzare l’isola, ma gli effetti stentavano ancora a vedersi, soprattutto fuori da Cagliari. Lupi reagì con un calcio nel sedere del giovane Riva: “Non ripetere più una cosa simile” gli aveva detto.

“Sono arrivato a Cagliari massacrato dalla vita, incazzato, chiuso e anche cattivo, se mi toccavano reagivo”. Gigi Riva era un ragazzo a cui la vita non aveva dato praticamente nulla, e che da sempre aveva dovuto lottare per seppellire sotto le corse e i gol la depressione di cui aveva sempre silenziosamente sofferto. “Ho dovuto semplicemente fare i conti con l’infanzia che ho avuto, con i lutti, con le nottate a occhi spalancati aspettando il sonno che non arrivava”. Eppure in quell’esilio sardo, che all’inizio sperava sarebbe durato solo lo stretto indispensabile, aveva trovato finalmente quella famiglia che la vita gli aveva tolto. La prima stagione, la promozione immediata in Serie A, e i gol che iniziavano ad ammucchiarsi rapidamente nel suo curriculum, mentre la gente lo sentiva sempre più come uno di loro, dal pescatore all’edicolante, dal macellaio al pastore. Quando il Cagliari andava sul continente a giocare, i tifosi di casa gli insultavano chiamandoli “banditi”. “E io mi arrabbiavo. I banditi facevano i banditi per fame, perché allora c’era troppa fame”.

La sua vita lo aveva involontariamente forgiato per adattarsi perfettamente a un posto come quello. Anni dopo, al momento del suo ritiro dal calcio, Gianni Brera lo avrebbe psicanalizzato così: “Le frustrazioni subite nell’infanzia gli impedivano ogni forma di prepotenza morale. Nessuno più di lui era disposto a capire gli umili. Pensandoci bene, nella sua fuga in Sardegna era improrogabile voglia di riscatto, direi di evasione nel sacrificio, e quindi fatalmente nel dolore”. In un universo di persone che vedono il calcio come una piacevole passione, Gigi Riva non ha mai potuto fare a meno di vederlo innanzitutto come un lavoro, una necessità per affrancarsi dalla povertà che aveva sempre perseguitato la sua famiglia. Tanti colleghi dedicavano i gol a qualcuno, lui invece non ne riusciva a capire il senso: “Non facciamo ridere. Io non ho nessuno a cui dedicare nulla. Segno per dovere”.

E quindi la risposta che dovrebbe dare a Boniperti è scontata: sì, per i soldi e per il dovere di regalarsi una vita più prospera. Il calcio è un mezzo, non un fine; per lui lo è sempre stato. E allora perché proprio adesso non sembra così semplice pronunciare quella parola così breve e banale? Forse sono le lettere, a centinaia, che gli sono state scritte dai tifosi in questi anni. Non solo gente che segue il Cagliari all’Amsicora: emigranti andati in Francia, in Svizzera o in Germania, che nel leggere sul giornale dei successi di quella squadra per loro ormai così distante ritrovano i nodi delle proprie radici. Ci sono sicuramente squadre migliori del Cagliari in cui può giocare, ma non è sicuro che in altri posti giocare a calcio significhi la stessa cosa che significa giocare a Cagliari. Forse ci sono altre cose, a volte, che non i soldi e i trofei: c’è il bisogno di pensare a stare bene tu in prima persona, alle tue condizioni e nel posto che senti giusto per te. Non è mancanza d’ambizione, ma un diverso modo di essere ambiziosi.

Riva in mezzo ai minatori sardi, nel 1970.

Arrica va su tutte le furie. Già in passato Riva ha rifiutato un ricco trasferimento, quando a cercarlo era stata l’Inter, ma all’epoca era diverso: all’epoca il Cagliari non aveva ancora vinto lo scudetto, mentre ora sì. Ora, che la vetta è stata raggiunta e lui è all’apice della carriera, venderlo avrebbe un senso e una giustificazione. Ma ormai ha detto no, anche al miliardo. Si imbufalisce pure Enrico Albertosi, perché la Juventus aveva ventilato anche la possibilità di un doppio affare coi sardi, acquistandone il portiere oltre all’attaccante. Ma è deciso: non se ne farà nulla, Gigi Riva resta al Cagliari. Quelle esperienze della vita lo hanno portato a chiudersi, a isolarsi – “Il silenzio è stata una parte importante della mia vita, che quand’ero troppo giovane mi ha detto: «Arrangiati». E io mi son dovuto arrangiare.” – e all’improvviso si è accorto che tra essere un uomo-isola e un uomo su un’isola, il passo è breve, ma la seconda condizione è molto più piacevole. È l’accettazione di ciò che siamo, con i nostri limiti e le nostre difficoltà, in uno spazio che è fatto su misura per noi. Uno spazio che non esclude, ma che accoglie, alle nostre condizioni e nel benessere reciproco.

Mentre il Cagliari sarebbe entrato nella sua fase discendente, la Juventus avrebbe prevedibilmente vissuto l’epoca della propria rinascita. Per tre anni, periodicamente Boniperti telefonerà a Riva per proporgli di salire a Torino, e ogni volta si sentirà rispondere di no. I bianconeri vinceranno lo scudetto nel 1972 e nel 1973, e nello stesso anno raggiungeranno la finale della Coppa dei Campioni, perdendola però contro l’Ajax. Sugli spalti, assistendo a quella sconfitta, Gianni Agnelli commenterà: “Vede Boniperti, questa partita con Riva l’avremo vinta”. Alla fine, Gigi Riva telefonerà davvero al dirigente juventino, ma solo per fargli auguri di compleanno, molto tempo dopo: “Non sarei sincero – gli risponderà Boniperti – se non ti dicessi che io questa telefonata da te l’aspettavo 50 anni fa”.

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Fonti

BRERA Gianni, Per gli eroi autentici non si guasti il ricordo, Storie di Calcio

Gigi Riva e il grande “no” alla Juve: «Boniperti mi chiamava ogni anno», L’Unione Sarda

MASTROLUCA Alessandro, Gigi Riva: il Rombo di Tuono che disse No alla Vecchia Signora, Gioco Pulito

MURA Gianni, “I gol, gli amici, la mia isola. Questi 60 anni duri e felici”, La Repubblica

ORNANO Fabio, Il grande cruccio di Fausta Riva, Calcio Casteddu

-RIVA Gigi, Mi chiamavano Rombo di Tuono, Rizzoli

VACIAGO Guido, Gigi Riva, l’adorato dall’Avvocato Agnelli e quel rifiuto alla Juventus, Tuttosport

Una risposta a “Io sono un’isola”

  1. Non immaginavo avesse avuto una storia così complicata ed affascinante. Grazie!

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