Makhachkala, Daghestan. Pare uno di quei posti inventati dagli sceneggiatori americani per i film di spionaggio, fantasiose repubbliche ex-sovietiche perfette per ambientare storie di corruzione e malaffare su scala internazionale, luoghi dove ti aspetteresti possa succedere di tutto. Invece esiste davvero, anche se ogni descrizione che se ne legge sembra uscire proprio da quei film. Una repubblica autonoma della Federazione Russa, schiacciata tra il Mar Caspio, la Cecenia, la Georgia e l’Azerbaijan: quattro confini, tre zone ad altissima instabilità politica. La BBC lo definisce il luogo più pericoloso del mondo: attentati, rapimenti, sparatorie, gruppi di estremisti islamici che si comportano come associazioni malavitose. I poliziotti spesso girano senza divisa per timore di essere riconosciuti, chi deve fare perquisizioni le fa mascherato per celare la propria identità. All’improvviso, nell’agosto del 2011, questa distopia est-europea che pare scritta a Hollywood diventa il centro del mondo del calcio: una sconosciuta squadra locale ha versato 25 milioni di euro all’Inter per strappargli l’attaccante Samuel Eto’o, a cui vanno 20 milioni a stagione d’ingaggio.
Il club si chiama Anzhi, che in lingua kumyk significa “perla” ed è l’antico nome di Makhachkala. È nato solo nel 1991, un figlio della dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma è stato sostanzialmente sconosciuto anche in Russia fino a pochi mesi prima. Nel gennaio del 2011, la squadra è passata nelle mani di un nuovo proprietario, Suleyman Kerimov, un imprenditore originario di Derbent, 130 km a sud di Makhachkala, che ha subito deciso che l’Anzhi doveva diventare un colosso del calcio europeo. Così ha finanziato la costruzione di un nuovo stadio, un totale rinnovamento del settore giovanile, e ha iniziato a rinforzare la rosa. Il primo nome portato in squadra è stato Roberto Carlos, l’ex-terzino sinistro del Brasile che a 38 anni stava per ritirarsi dopo la fine dell’ultima stagione col Corinthians: 18 milioni di euro per due anni di lavoro lo hanno convinto a ripensare al suo futuro. Roberto Carlos si è portato dietro il compagno di squadra Jucilei e un altro connazionale, Diego Tardelli, facendo sborsare altri 15 milioni a Kerimov per creare questa piccola enclave brasiliana. Poi, in estate è arrivato Eto’o, e a quel punto anche il bel mondo del calcio occidentale si è accorto del Daghestan.
La lista della spesa dell’Anzhi si è allungata: Balázs Dzsudzsák dal PSV Eindhoven, Yuri Zhirkov dal Chelsea, Mbark Boussoufa dall’Anderlecht. Nel febbraio 2012, in panchina si siede uno degli allenatori più famosi al mondo, l’olandese Guus Hiddink, che viene contemporaneamente nominato anche vicepresidente, e alla squadra si aggiunge Christopher Samba del Blackburn. Arriva un’altra magica estate in Daghestan, e con il caldo giungono anche Lacina Traoré del Kuban’ e Lassana Diarra del Real Madrid. Nel febbraio 2013, il nazionale brasiliano Willian viene acquistato dallo Shakhtar Donetsk per 35 milioni di euro, che ne fanno l’acquisto più costoso della storia del calcio russo. L’Anzhi vola: arriva terzo in campionato, agli ottavi di finale di Europa League e in finale della Coppa di Russia. Poi, la storia la sapete. In un giorno di fine luglio del 2013, Hiddink rassegna le dimissioni, dicendo che la squadra non ha più bisogno di lui per crescere. Solo che non se ne va solo un allenatore, ma il secondo più importante dirigente del club: il messaggio è stranamente sinistro. Due settimane dopo, il presidente Konstantin Remchukov lincenzia René Meulensteen, che aveva preso il posto del suo maestro Hiddink in panchina, e annuncia che la società intende ridurre la spesa per gli ingaggi. Per la fine dell’estate, la rosa da sogno dell’Anzhi è completamente smantellata, e i proverbiali quindici minuti di gloria del club di Makhachkala sono finiti.
Questa è storia nota, appunto. Meno noto è cosa sia successo attorno a questa fugace fantasia cinematografica prestata al calcio. Molte supposizioni si sono rincorse negli anni tra gli appassionati di sport, tutte in linea con la trama da thriller che ci era stata promessa all’inizio di questo film, nell’estate del 2011. Ma alla fine quasi nessuno si è deciso ad approfondire, e l’Anzhi è rimasto uno di quegli esperimenti esotici che ogni tanto emergono, immettono un po’ di denaro nel settore, facendo contenti tutti, e poi svaniscono. Partiamo allora da lui, dal misterioso proprietario uscito dalle ceneri della Guerra Fredda, Suleyman Kerimov. Nel 2016 si è definitivamente disfato dell’Anzhi, cedendolo a un uomo di nome Osman Kadiyev, che era stato il presidente della Dinamo Makhachkala, lo storico club cittadino, fallito dieci anni prima. Nel 2017 è stato arrestato dalla polizia francese a Nizza, con l’accusa di evasione fiscale e riciclaggio di denaro; ha pagato una cauzione da 20 milioni di euro ed è tornato in Russia, anche se il suo caso in Francia è ancora aperto. Nel frattempo, è stato inserito nella lista delle persone non gradite prima negli Stati Uniti, nel 2018, e poi nel Regno Unito, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina del 2022. Il motivo sono ovviamente i rapporti che Kerimov intratterrebbe con Vladimir Putin.

Come il Presidente russo, anche Kerimov è emerso in maniera ambigua dalla Russia post-sovietica. Al momento della caduta del Muro, era contabile presso la centrale elettrica di Makhachkala; pochi anni dopo, ne era divenuto il vicedirettore generale. Nel 1993, quando aveva appena 27 anni, si arricchiva grazie alle operazioni condotte per mezzo della banca Fedprombank; due anni dopo aveva un’importante posizione dirigenziale all’interno della finanziaria, Soyuz-Finans, e nel 1997 possedeva metà delle quote di Vnukovo Airlines. Nel 1999, Kerimov acquistò la maggioranza delle azioni della campagnia petrolifera Nafta Moskva, trasformandola nel giro di un anno in un colosso del settore. Contemporaneamente, aveva scoperto la passione per la politica, venendo immediatamente eletto alla Duma per il Partito Liberal-Democratico. Nei primi anni Duemila divenne uno dei maggiori investitori del colosso energetico Gazprom, che in quegli anni iniziava a imporsi come una delle principali potenze economiche globali. Alla fine del decennio, possedeva azioni di società energetiche, istituti bancari e ricche compagnie minerarie: da contabile statale in Daghestan, era divenuto il 36° uomo più ricco al mondo.
Fu a quel punto che il suo nome iniziò ad avere un respiro internazionale. Nel 2007, Kerimov colse i primi indizi di una contrazione del mercato finanziario, e realizzò che in caso di crisi globale le compagnie russe avrebbero avuto molti più problemi di quelle occidentali. Decise allora di vendere tutte le sue azioni di Gazprom, Sberbank e Polymetal, e scommise sul crollo di Wall Street: di fatto, fu uno di quegli oscuri personaggi parodiati nel film La grande scommessa. Suleyman Kerimov si spostò a New York e iniziò a investire grandi quantità di denaro in istituti come Morgan Stanley, Goldman Sachs, Deutsche Bank e Credit Suisse, garantendo di fatto la stabilità di queste compagnie contro le vendite allo scoperto. Quando la crisi esplose, la sua posizione era divenuta talmente vitale che il Dipartimento del Tesoro americano lo contattò per chiedergli di non cedere le sue azioni. Perse un sacco di soldi – in un anno, il suo patrimonio crollò da 17,5 a 3,1 miliardi di dollari – ma quando la polvere si posò, aveva conquistato un’inflenza nell’economia occidentale che nessun altro oligarca russo aveva mai avuto. E a più di uno dei suoi nuovi partner finanziari venne il dubbio che in realtà Kerimov fosse un prestanome del governo di Mosca.
D’altronde, che fosse un parlamentare non era certo un segreto (nel 2008 passò dal sedere alla Duma al farlo al Senato), così com’era vero che i suoi grandi investimenti finanziari erano stati sostenuti dai prestiti ottenuti dalle banche russe, spesso vicine al Cremlino. Dal canto suo, Kerimov ha sempre sostenuto di agire solo in rappresentanza di se stesso, e di avere incontrato Putin di persona una sola volta a un evento in Russia. Fatto sta che già dal 2009, grazie al credito ottenuto presso le grandi banche americane, ebbe accesso a comodi prestiti con cui ricostruire il proprio impero, acquistando quote determinanti in compagnie russe in crisi come Polyus Gold, PIK Group e Uralkali (che fu acquistata da Dmitry Rybolovlev, il quale un anno dopo usò quei soldi per comprare il Monaco). Il mondo dell’informazione ha iniziato allora a interessarsi a lui, in particolare per le feste che si tenevano nella sua villa nei pressi di Antibes, in Costa Azzurra, e che gli sono valsi il nomignolo di “Gatsby russo”. Parliamo di esclusivi eventi mondani in cui potevi si potevano incontrare banchieri occidentali e politici moscoviti, popstar come Amy Winehouse e addirittura Anna Chapman, una giovane donna che nel 2010 era stata prima arrestata a New York e poi espulsa dagli Stati Uniti perché si scoprì che in realtà si chiamava Anna Vasilyevna Kushchenko ed era un’agente dormiente dei servizi segreti russi.
Suleyman Kerimov era diventato dunque l’anello di collegamento tra Mosca e Wall Street, consentendo alla Russia di riprendersi economicamente dalla crisi del 2008 attirando investimenti stranieri nel paese. E così, all’inizio del 2011 ha finito per avvertire anche il richiamo nel natio Daghestan, tornando a casa intenzionato a usare i suoi soldi per migliorare la situazione del paese. La repubblica caucasica è funestata, praticamente dalla fine dell’URSS, da violenti scontri tra il governo locale e le milizie islamiche vicine ai gruppi separatisti ceceni, oltre che da corruzione dilagante e una disoccupazione alle stelle. E proprio come nel paese limitrofo, l’idea per pacificare il Daghestan era di affidarsi al calcio. Così Kerimov ha acquistato l’Anzhi e ha subito investito centinaia di milioni di euro per trasformare la squadra, a partire dai lavori di ampliamento dell’omonimo stadio, portato a una capienza di oltre 26.000 posti e messo in regola con le norme UEFA. Una dichiarazione d’intenti abbastanza esplicita: l’obiettivo doveva essere giocare nelle coppe europee.

Volontà di aiutare la propria terra natale, o forse qualcosa di più. Il suggerimento di acquistare l’Anzhi sarebbe in realtà arrivato da Magomedsalam Magomedov, il potente governatore del Daghestan, forse in cambio di favori in ambito commerciale e finanziario. La storia per cui l’Anzhi doveva servire a migliorare la vita degli abitanti di Makhachkala non ha ovviamente mai convinto: le superstar del club, in città, non ci vivevano neppure; Kerimov li aveva alloggiati al sicuro a Kratovo, un’elegante cittadina a sud di Mosca, a circa 1.600 chilometri di distanza dal Daghestan. Quando c’era da giocare in casa, i giocatori dell’Anzhi salivano su un jet privato, atterravano a Makhachkala, e poi venivano scortati da una sorta di milizia fino allo stadio, per ripartire dunque subito dopo la fine dell’incontro. Quando la squadra arrivò a competere nelle coppe europee, lo fece giocando i propri incontri casalinghi a Mosca, in un luogo irraggiungibile dai propri tifosi. L’Anzhi era la squadra di Makhachkala solo sulla carta: nella pratica era completamente scollegata dalla città e dai suoi abitanti. Rappresentava un’idea astratta e irreale di un Daghestan pacifico, bello e vincente, mentre la gente moriva per le strade.
I veri motivi dietro all’impegno di Kerimov nel club non sono tutt’oggi noti. Un fattore importante furono sicuramente la volontà del Cremlino di decentralizzare risorse e investimenti, cercando di stabilizzare una problematica regione di confine come appunto il Daghestan. Gli investimenti nello sport erano visti da Mosca come la soluzione più rapida per raggiungere questi obiettivi, senza dover elaborare progetti politici su larga scala in zone così periferiche. Poi, però, c’erano anche le ambizioni politiche di Magomedsalam Magomedov, che poté spendere il successo dell’Anzhi per guadagnare una nomina, nel gennaio 2013, alla carica di vice capo di gabinetto dell’Ufficio Esecutivo Presidenziale della Russia, ruolo che riveste tutt’oggi. È forse una coincidenza che, l’estate successiva al trasferimento di Magomedov da Makhachkala a Mosca, l’intero progetto dell’Anzhi sia imploso? Se le ragioni dell’approdo di Suleyman Kerimov nel club sono in gran parte ignoti, lo stesso vale per quelle del suo addio. La prima ipotesi circolata nel giornalismo sportivo era che il magnate russo si fosse semplicemente stufato del suo giocattolo, ma quasi certamente le ragioni erano molto più complesse.
Qualcuno arrivò a parlare di una grave malattia che lo aveva convinto a concentrarsi sul proprio benessere, ma la verità è che, a dieci anni dalla chiusura dei rubinetti dell’Anzhi, niente lascia pensare che Kerimov abbia mai avuto significativi problemi di salute. La pista principale, allora, resta quella dei soldi. Nell’estate del 2013, la sua compagnia Uralkali ha vissuto una grave crisi, dopo aver inaspettatamente abbandonato un lucrativo accordo con la consociata Belaruskali, assieme alla quale controllava il 70% dell’esportazione globale di potassio. I bielorussi hanno così deciso di arrestare uno dei soci più fedeli di Kerimov, Vladislav Baumgartner, e di aprire un’indagine contro di lui, chiedendo all’Interpol di diffondere un mandato di cattura internazionale (richiesta che, però, è stata declinata). Una circostanza che apre a nuove domande: visti i rapporti tra Minsk e Mosca, è credibile che la prima potesse sferrare un simile attacco a un uomo di fiducia di Putin? Il caso Uralkali avrebbe potuto benissimo portare Kerimov a tirarsi indietro dall’Anzhi, per contenere le perdite della sua principale azienda, ma a dicembre 2013 l’imprenditore russo si liberava già di tutte le sue quote di Uralkali. L’indagine contro di lui in Bielorussia venne chiusa nel giro di due anni, eppure Kerimov non tornò mai a investire nella sua squadra di calcio.
L’Anzhi, ormai in crisi e retrocesso in seconda divisione, venne ceduto solo alla fine del dicembre 2016, quasi un anno prima che Kerimov venisse arrestato in Francia per evasione fiscale. Le sanzioni del governo statunitense per i suoi supposti legami con Putin, spesso indicate come uno dei motivi del suo improvviso ritiro dal calcio, sono state emesse solamente nell’aprile 2018. Nel frattempo, secondo Forbes nel 2014 il suo patrimonio ammontava a 6,9 miliardi di dollari: la crisi di Uralkali gli era costata “appena” 200 milioni. Forse la storia dietro il declino dell’Anzhi è davvero così semplice, e sono bastati alcuni piccoli cambi del contesto economico e politico in cui si muoveva per convincere Suleyman Kerimov che fosse più saggio fare un passo indietro. Forse, dopo tutta questa trama hollywoodiana, chiunque si aspetterebbe una verità più clamorosa, un epilogo all’altezza delle premesse. Oggi, la fortuna dell’oligarca di Derbent è stimata in 10,5 miliardi di dollari (ma nel 2021, prima delle sanzioni dovute alla guerra in Ucraina, era addirittura di 15,8 miliardi), mentre nell’estate del 2022 l’Anzhi di Makhachkala ha rinunciato all’iscrizione alla terza divisione russa, dichiarando bancarotta.
Fonti
–APPELL James, Anzhi Makhachkala: Why are big-spending Russians cutting back?, BBC
–BELTON Catherin, Suleiman Kerimov, the secret oligarch, Financial Times
–ELDER Miriam, Why Dagestan’s FC Anzhi Makhachkala is seen as a cure for all ills, The Guardian


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