È il febbraio 1986, e il Milan – una delle più gloriose società di calcio italiane, da tempo in profonda crisi – viene acquistato dall’uomo-nuovo di Milano, Silvio Berlusconi. In Italia lo conoscono tutti: ha 50 anni, ed è il proprietario di un impero mediatico che comprende giornali, televisioni e una concessionaria di pubblicità. Dice di essere venuto fuori dal nulla, sostenuto solo dalla sua abilità imprenditoriale, ma chi vuole sapere sa che in realtà deve tutto al Presidente del Consiglio Bettino Craxi, che nel 1984 ha emesso un apposito decreto per legalizzare le tv di Berlusconi e permettere loro di fare concorrenza alla Rai. Quelli che hanno approfondito sanno anche altro: che ha costruito la propria fortuna attraverso l’edilizia e a strani affari con banche legate alla massoneria e alla mafia. Pare che abbia provato a comprare l’Inter, ma che gli sia stato detto di no, così ha virato verso l’altra squadra della sua città, appena in tempo per salvarla dal fallimento. Berlusconi dice che ripianerà tutti i debiti e costruirà un grande Milan. Molti ci sperano.

Tre anni dopo, il Milan è la squadra più forte del mondo. Nel 1988 ha vinto lo scudetto, l’anno dopo la Supercoppa italiana e la Coppa dei Campioni, poi la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale. Fininvest, la holding che controlla il club, è il terzo gruppo finanziario italiano dopo FIAT e Montedison, e ha ricavi annuali per più di 7 miliardi di lire. Berlusconi è l’uomo di maggiore successo nel paese, e non è intenzionato a porsi alcun limite. Nell’Italia degli anni Ottanta, della “Milano da bere” e del benessere economico, la popolazione ha sempre più voglia di svago e di novità, e l’idea di Berlusconi è che il calcio non basti: in tre anni ha portato il Milan a dominare il proprio settore, e adesso vuole che il club rossonero faccia lo stesso con tutto il mondo dello sport italiano. Il Milan come un brand, come la Ferrari, non limitato solamente al pallone. Nasce così il sogno di trasformare il club in una polisportiva, come Real Madrid e Barcellona. La comunicazione di Fininvest parla di usare lo sport come strumento educativo per i giovani, per tenerli lontani dalla droga, ma c’è molto di più: con lo sport e le televisioni, un uomo solo mira a controllare tutto l’intrattenimento degli italiani.

Nel 1988 muove la sua prima pedina sulla scacchiera dello sport italiano, acquistando l’Amatori Rugby Milano, una delle squadre pionieristiche della palla ovale italiana, vincitrice di 14 titoli nazionali tra il 1929 e il 1946, prima di entrare in una profonda crisi. Il rugby è un allettante banco di prova: l’anno prima è stata organizzata la prima edizione della Coppa del Mondo, che ha visto protagonista proprio l’Italia, anche se sconfitta dalla Nuova Zelanda. Ma le prospettive di crescita per questo sport nella Penisola sono ottime, e nonostante le sue difficoltà la compagine milanese annovera alcuni ottimi giocatori. Berlusconi fa il resto, esattamente come ha fatto al Milan: mettendo in campo un potenziale economico che nessun’altro società di rugby nel paese può anche solo immaginare, rinforza la rosa con Alessandro Ghini dal Parma, e poi con Stefano Barba dal CUS Roma, Massimo Bonomi dal Brescia, e soprattutto fenomeno come Diego Dominguez, fatto arrivare direttamente dall’Argentina, e l’australiano David Campese del Petrarca di Padova. L’Amatori, nel frattempo, abbandona la sua tradizionale maglia bianca con calzoncini neri e adotta una nuova divisa con strisce orizzontali (com’è di moda nel rugby) rosse e nere, mentre il nome diventa immancabilmente Milan.

Il secondo passo avviene su un terreno ghiacciato, ed è la decisione in effetti più logica, almeno per ragioni storiche. Nel lontano 1933 l’Excelsior, prima storica squadra di hockey del capoluogo lombardo, era stato assorbito proprio dal club di calcio del Milan, assumendo il nome di Diavoli Rossoneri. La società ha attraversato anni difficili, e ciò che ne rimane nel 1989 viene acquistato dalla Polisportiva Milan e successivamente fuso col Como (che ironicamente era nato proprio da una scissione dei Diavoli nel 1971), diventando l’Hockey Club Devils Milano, noto anche come Mediolanum, dal nome della banca (anch’essa parte del Gruppo Fininvest) che lo sponsorizza. Ma ovviamente, fin dai colori sociali – una doppia banda orizzotale rossonera su campo bianco – è chiaro per tutti che qua siamo davanti al Milan Hockey. Berlusconi strappa a Bolzano il portiere Roberto Romano, a Fiemme Mike De Angelis, ad Alleghe Tony Circelli, ad Asiago Santino Pellegrino, e addirittura da Edmonton fa arrivare la stella finlandese Jari Kurri. In un batter d’occhio, una squadra sull’orlo del fallimento è diventata una delle principali contendenti al titolo nazionale italiano.

Gli argentini Diego Dominguez e Federico Williams con la maglia rossonera del Milan di rugby.

A gennaio del 1989, alla Polisportiva Milan si aggiunge il pregiatissimo pezzo del Volley Gonzaga di Milano. Non potrebbe esserci scelta più perfetta: la pallavolo maschile è il vero sport emergente, in Italia. Tutti parlano della straordinaria Panini Modena di Julio Velasco, che ha vinto gli ultimi tre scudetti, due Coppe Italia ed è arrivata due volte seconda in Coppa dei Campioni. Il Gonzaga è invece un disastro, e l’anno precedente i debiti gli hanno impedito di iscriversi in A2. Ancora una volta, l’imprenditore milanese ha le idee ben chiare su cosa vuole fare: rimette in sesto il bilancio e porta immediatamente la squadra in Serie A1, comprando in estate il titolo sportivo del Mantova. La banca Mediolanum diventa sponsor anche di questa società e le conferisce il proprio nome, mentre la maglia diventa bianca con bordini rossi, con due strisce orizzontali al centro, una rossa e una nera, più il logo di Mediaset, il colosso televisivo di Berlusconi. Il modus operandi è facilmente riconoscibile: da Parma vengono acquistati Andrea Zorzi, Claudio Galli e Dusty Dvorak; da Ravenna giunge Stefano Margutti; dagli Stati Uniti viene fatto arrivare Bob Ctvrtlik; e dalla Panini Modena Andrea Lucchetta. Sono semplicemente alcuni dei migliori pallavolisti del mondo, e adesso, per la prima volta, sono riuniti a Milano.

Il prossimo step è ovviamente il basket, ovvero il secondo sport più seguito in città. Berlusconi vuole metterci su le mani da tempo, ma la famiglia Gabetti – i suoi grandi rivali nel settore immobiliare meneghino – non ne vogliono sapere di cedere l’Olimpia. A differenza delle società milanesi di rugby, hockey su ghiaccio e pallavolo, quella del basket non ha il minimo problema economico o di risultati, anzi è la squadra più forte d’Europa. Ci giocano campioni assoluti come Mike D’Antoni, Bob McAdoo e Dino Meneghin; nell’ultimo lustro ha vinto tre scudetti, due Coppe Italia, due Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale: è esattamente il Milan, solo che non è di proprietà del Milan. Certo, secondo molti la sua generazione d’oro sta volgendo al termine, e Berlusconi vuole rilanciarla, ad esempio riportando come dirigente Dan Peterson, l’uomo che negli anni precedenti ha costruito i successi dell’Olimpia e adesso commenta la NBA sulle reti Mediaset. Accanto a Peterson, l’idea del Cavaliere è di avere alla dirigenza il suo amico Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan ma grandissimo tifoso di pallacanestro. I Gabetti però non ci stanno. A vendere ci penserebbero pure, ma l’Olimpia è troppo vantaggiosa, e i modi di fare di Berlusconi – che cerca di forzare loro la mano diffondendo la notizia, attraverso le sue televisioni, che la trattativa sia ormai ai dettagli – non li convincono.

Ma ormai la Polisportiva Milan è in piedi: quattro squadre in altrettanti sport diversi, tutti a Milano, tutti rossoneri. Per gestire questo impero sportivo senza eguali (nemmeno in Spagna un imprenditore, in una manciata di anni, ha fatto così man bassa dei club sportivi locali arricchendoli di alcuni dei migliori giocatori in circolazione), Berlusconi sceglie un suo uomo di fiducia: un poco più che quarantenne signore goriziano con un passato da calciatore, Fabio Capello. È stato un centrocampista noto soprattutto per le sue annate con la maglia della Juventus e della nazionale italiana, ma si ritirato giocando nel Milan, nel 1980, per poi diventare un tecnico delle giovanili. Berlusconi è stato il primo a dargli fiducia come allenatore, affidandogli temporaneamente la guida della prima squadra nel 1987, dopo l’esonero di Liedholm. Poi, il patron rossonero aveva preso una decisione insolita, allontanando Capello dal campo e spedendolo alla scuola manageriale di Fininvest. Il naturale sbocco di questo percorso è stata l’affidargli la gestione di un’organizzazione sportiva senza precedenti in Italia.

E intanto che i Gabetti prendono tempo e cercano di smarcarsi dal pressing del presidente rossonero, Berlusconi decide di consolarsi aggiungendo il baseball alla sua collezione. Il Milano 1946 è stato la squadra più forte d’Italia negli anni Sessanta, ma a questo punto, nel 1990, è ormai una nobile decaduta: vale a dire la squadra perfetta per la cura Berlusconi. Il nuovo Mediolanum, o Milan che dir si voglia, fa indossare la sua maglia rossonera addirittura a James Morrison, veterano della Major League statunitense, e a Roberto Bianchi, cioè il miglior giocatore in Europa, sottratto a peso d’oro dalla Fortitudo Bologna. Nel baseball italiano iniziano a girare una quantità di soldi mai visti prima, e la formazione di Milano, fondamentalmente dilettantistica nell’approccio, si tuffa all’improvviso nel professionismo. Al punto che dopo la prima stagione, conclusa con la vittoria della Coppa Italia, tutta la squadra viene invitata a cena a Milano 2, il prestigioso complesso residenziale che proprio Berlusconi aveva fatto edificare negli anni Settanta vicino a Segrate (e che solo anni dopo si sarebbe scoperto essere stato finanziato in gran parte da Cosa Nostra).

Andrea Zorzi, Claudio Galli e Dusty Dvorak con la maglia rossonera del Milan di pallavolo.

La Polisportiva Milan è esattamente quello che il suo proprietario vuole che sia: una società vincente. Mentre la squadra di calcio continua a confermarsi la migliore di tutte, quella di volley conquista nel 1991 il Campionato del Mondo, mentre nello stesso anno la sezione di rugby torna a vincere il titolo italiano dopo 45 anni di attesa, e quella di baseball mette in bacheca la seconda Coppa Italia. Un’ubriacatura di successi in un’Italia che però sta rapidamente cambiando. Nel febbraio del 1992 viene arrestato a Milano il presidente del Pio Albergo Trivulzio, l’ingegner Mario Chiesa, che è anche un uomo di spicco del Partito Socialista locale: da un piccolo caso di corruzione sorge uno scandalo che travolge il mondo della politica italiana, coinvolgendo molti importanti imprenditori e soprattutto il leader socialista Bettino Craxi. Tutto il sistema di connivenze su cui Berlusconi ha prosperato viaggiando ai limiti, e spesso anche oltre, della legalità, sta franando. In mancanza di uno scudo politico che lo protegga dalle inchieste giudiziarie, il Cavaliere inizia a pensare che sia il caso di fare da sé.

Nell’estate del 1993, assieme a un gruppo di fedelissimi di Fininvest crea un club – politico, questa volta – chiamato Forza Italia, che pian piano inizia a raccogliere consensi. A gennaio del 1994, Silvio Berlusconi si presenta con un messaggio televisivo di nove minuti in cui annuncia la trasformazione di Forza Italia in partito e la sua candidatura a Presidente del Consiglio per le elezioni di marzo: è l’inizio di una nuova fase della storia italiana. Lo sport, a questo punto, passa in secondo piano. Non tutto, perché comunque Berlusconi ha intuito che i risultati sportivi sono il modo migliore in cui comunicare al pubblico (ops! All’elettorato) che una persona è vincente, ma vanno sapientemente concentrate le risorse. In un paese in cui il 9o% delle persone segue il calcio e poco altro, non vale la pena continuare a investire in discipline di minor presa sulla popolazione, e che peraltro stanno avendo scarso ritorno economico.

Il baseball, che ha portato alla polisportiva rossonera appena due Coppe Italia e due Coppe delle Coppe, è il primo ormeggio da mollare. Senza più il supporto economico di Fininvest, il Milano 1946 si ritrova affogato dai debiti e decide di autoretrocedersi in Serie C: non vincerà mai più un altro trofeo nella sua storia. Mentre Berlusconi vince inaspettatamente le elezioni e forma il primo governo della storia repubblicana senza la Democrazia Cristiana, la sua polisportiva naufraga nell’indiffernza. Nel 1995, viene abbandonata la squadra di hockey, che ha conquistato tre scudetti ma continua a giocare in un’arena semivuota; un anno dopo, per sopravvivere il club si dovrà trasferire a Courmayeur. Stesso discorso per la sezione volley: ha vinto due Mondiali per Club (nome roboante per un torneo in realtà di secondo piano) e una Coppa delle Coppe, ma non ha mai sedotto i milanesi, e con la cessione del titolo sportivo nel 1995 si ritrova costretta a ripartire dalla Serie B2. Il rugby è l’ultimo baluardo a crollare, nel 1998, dopo quattro scudetti e una Coppa Italia, finendo per scomparire per quattro anni.

Nel giro di un lustro, la Polisportiva Milan era costata, calcio escluso, circa 80 miliardi di lire: aveva messo Milano sulla mappa degli sport italiani, ma ne aveva ricavato meno del previsto. I costi di gestione dei club erano molto più alti degli introiti, dimostrando il divario tra il calcio e le altre dicipline, e il pubblico milanese raramente si era dimostrato interessato alle ulteriori sezioni rossonere. Anzi, talvolta il rapporto era stato di aperta ostilità. Nell’hockey, ambito in cui Berlusconi aveva saccheggiato e tendenzialmente distrutto la rivale cittadina Saima, il pubblico non fece mai mancare la sua ostilità ai rossoneri: nel novembre 1992, in occasione di un match di Coppa dei Campioni al Forum di Assago, vennero esposti striscioni contro Berlusconi, e gran parte del pubblico tifava per il Düsseldorf, avversario di serata. Il canto “Abbiamo un sogno nel cuore, Berlusconi a San Vittore”, poi molto popolare nelle proteste politiche del decennio successivo, era stato coniato proprio dai tifosi della Saima.

I giocatori dei Devils, la squadra di hockey del Milan, celebrano lo scudetto del 1992 accanto a Silvio Berlusconi.

Chi ha vissuto da protagonista quell’epoca non può che ricordarla con orgoglio, per il credito e il riconoscimento che Berlusconi diede ai suoi “sport minori”, ma la verità è che la Polisportiva Milan fu solo una parentesi: non costruì nulla di solido, nemmeno ci provò. Era sport senza tutto quello che gli sta attorno, spettacolo senza una comunità a supportarlo. Berlusconi inflazionò i prezzi in settori in cui questi, a differenza del calcio, non erano sostenibili in alcun modo, e finì per devastare tutte le altre società che furono incluse nel progetto, distruggendo così gran parte della tradizione sportiva milanese. Eppure, in una maniera senza dubbio perversa, la polisportiva rossonera finì per anticipare i tempi: è impossibile non scorgere, nella metodologia con cui Berlusconi omologava ogni squadra al Milan del calcio, quello che poi avrebbe fatto nel solo ambiente del football la Red Bull. Così come non si può non guardare a queste squadre, sponsor esplicito di un marchio aziendale che giocano in impianti semivuoti, senza pensare al Sassuolo della Mapei, di successo sul campo ma con una delle medie spettatori più basse della Serie A.

Fonti

Anche il Milano piange Silvio Berlusconi, l’uomo che creò la grande Mediolanum, Milano Baseball

CABRIO Pietro, Berlusconi ci provò con tutti gli sport, Il Post

CALIGARIS Francesco, Berlusconi, la guerra dell’hockey e il sogno infranto della Polisportiva Milan, Rivista Undici

COEN Leonardo, Il Berlusconi Pigliatutto, la Repubblica

CURRÒ Enrico, La Fininvest smantella la Polisportiva, La Repubblica

Gli anni della Mediolanum, Indiscreto

PASTONESI Marco, Il rugby vincente di Berlusconi e la fine dell’Amatori Milano, Il Foglio

2 risposte a “Polisportiva Milan: il crollo dell’impero sportivo di Silvio Berlusconi”

  1. Sul Sassuolo con me tocchi un nervo scoperto: io vivo a Cesena, che è la città che condivide con la squadra emiliana il record di piazzamento in Serie A più alto per la squadra di una città non capoluogo di provincia (quando il settimo posto venne centrato, negli anni Settanta, Cesena era provincia di Forlì), ma che differenza nella risposta degli abitanti. La squadra qui è radicata, l’anno che retrocessero tra i dilettanti, comunque, lo stadio faceva una media di quattromila spettatori a partita, e ti posso assicurare, abitando a meno di un chilometro in linea d’aria dallo stadio, che il supporto non manca mai… un altro mondo, rispetto alle creazioni artificiali di questi imprenditori rapaci (e non serve pensare agli sceicchi) che cercano di costruirsi una vetrina in cui sponsorizzare i loro prodotti (anche se pure a Cesena, in questo momento…).

    Ciò detto, il tuo articolo mi ha fatto pensare ad una cosa che esula dal calcio: e cioè, a quanto la nascita del Movimento Cinque Stelle sia simile a quella di Forza Italia.

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  2. […] con acquisti costosissimi e difficilmente sostenibili dalle società straniere. E non fu Berlusconi a lanciare questa moda, che iniziò ben prima del suo approdo al Milan e non riguardò unicamente […]

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