Il calciatore tiranno: viaggio calcistico nella Libia di Gheddafi

“Le migliaia di spettatori che riempiono le gradinate degli stadi per applaudire e ridere sono migliaia stolti incapaci di praticare lo sport di persona.”

Mu’ammar Gheddafi

Si dice che il grande gesto di riconciliazione tra l’Italia e la Libia avvenne quando il dittatore nordafricano Mu’ammar Gheddafi sancì, nel 2004, la trasformazione del Giorno della Vendetta – una commemorazione dei crimini del colonialismo italiano – nel Giorno dell’Amicizia. In realtà, due anni prima era già avvenuto un significativo passo avanti, quando la Lega Calcio si era accordata col governo libico per organizzare a Tripoli, a fine agosto, la Supercoppa italiana tra Juventus e Parma. La partita la vinsero i bianconeri, favoriti d’obbligo ma anche, in un certo senso, squadra di casa: a maggio 2002, il 7,5% delle quote del club torinese era passato nelle mani della Lafico, la banca d’investimento statale libica, che già deteneva circa il 10% della Fiat, l’azienda proprietaria della Juventus.

Dietro quei numeri si annidava un nome, quello di al-Sāʿadī al-Qadhdhafi, o più semplicemente Saadi Gheddafi, terzogenito del dittatore e grande appassionato di calcio della famiglia. Suo padre era un militare salito al potere con un colpo di stato nel 1969, deponendo il re e instaurando una repubblica che presto si rivelò essere un regime autoritario e nepotistico. Il succo del suo pensiero politico venne riassunto da lui stesso qualche anno dopo nel Libro verde, mescolando assieme socialismo e panarabismo; in un capitolo, il colonnello Gheddafi condannava lo sport di massa attraverso una bizzarra interpretazione delle teorie marxiste: i tifosi erano considerati una massa apatica che non solo si era fatta sottrarre il monopolio del gioco dagli atleti, ma addirittura investiva grande impegno nell’idealizzare e nell’applaudire questi ultimi, rinunciando a giocare. Il calcio era destinato a godere di poca fortuna, sotto il regime di Gheddafi, che mal sopportava quella tendenza a creare rivalità tra gruppi sociali, come ad esempio avveniva tra i club della Tripolitania, regione più favorevole al dittatore, e quelli della Cirenaica, rimasta maggioremente legata alla monarchia.

Ma nonostante le limitazioni del regime, il calcio libico aveva continuato a crescere e, nel corso degli anni Ottanta, aveva anche raggiunto alcuni importanti traguardi. Nel 1980, la Nazionale aveva affrontato per la prima volta una rappresentativa italiana – quella della Lega Dilettanti – avviando sul rettangolo verde quel lungo e tortuoso processo di distensione politica tra i due paesi. Due anni dopo, ospitando la Coppa d’Africa, la Libia raggiunse un’insperata finale, perdendo solo ai rigori contro il Ghana; e nel 1985 aveva sfiorato la qualificazione ai Mondiali messicani perdendo la finale del torneo africano contro il Marocco. A fine decennio, la Tamoil, cioè la compagnia petrolifera di stato, arrivò addirittura ad apporre il proprio nome sulle maglie di un club di Serie A, l’Atalanta, che con la qualificazione alla Coppa UEFA 1990/1991 portò il marchio libico alla ribalta del calcio internazionale.

Il terzetto d’oro dell’Atalanta 1990/1991, sponsorizzata Tamoil: da sinistra, Evair, Claudio Caniggia e Glenn Strömberg. Chiuse decima in Serie A e arrivò fino ai quarti di finale di Coppa UEFA.

Saadi Gheddafi crebbe in quegli anni e non poté che diventare, a differenza del padre, un grande tifoso di calcio. Quand’era poco più che un ragazzo, assunse il controllo de facto dell’Al-Ahly Tripoli e avviò un proprio piano personale per aumentare il livello del calcio libico: nel dicembre 1995, invitò per un torneo amichevole nella capitale nordafricana la Lazio e l’Inter, il cui nuovo proprietario Massimo Moratti – la cui famiglia possedeva le raffinerie Saras – era molto interessato ad accordi petroliferi col governo locale. Pian piano, la Libia stava cercando di lavarsi di dosso l’immagine di nazione ostile all’Occidente e, anche attraverso il calcio, mostrarsi più amichevole e progredita di quanto non si sarebbe detto: di fatto, si trattò di uno dei primissimi progetti di sportwashing della storia. Ma se le amichevoli coi club di Serie A facevano notizia all’estero, passavamo molto più sotto silenzio match come quello del luglio seguente tra Al-Ahly e Al-Ittihad, un derby della capitale degenerato in scontri violenti che, dopo l’intervento della polizia, lasciarono come macabra eredità almeno 8 morti.

La propaganda a mezzo sportivo del giovane Gheddafi, unita al restyling del padre dittatore davanti al resto del mondo, portò nel 1999 all’annullamento delle sanzioni economiche contro la Libia. Nello stesso periodo, Saadi Gheddafi era stato messo a capo della Federcalcio e aveva assunto, come allenatore della Nazionale, Eugenio Bersellini, ex-tecnico dell’Inter campione d’Italia 19 anni prima; dopo di lui, quel posto sarebbe andato addirittura a Carlos Bilardo, che nel 1986 aveva guidato l’Argentina al suo secondo titolo mondiale. Il terzogenito del raìs aveva preso in mano tutto il calcio locale, al punto da imporsi come attaccante titolare e capitano dell’Al-Ahly, di cui era ormai anche presidente. Nel 2002 affidò il ruolo di ct a Franco Scoglio, che aveva avuto una lunga carriera in Serie A e qualche anno prima aveva guidato pure la vicina Tunisia; ma quando l’allenatore siciliano si rifiutò di convocarlo in Nazionale per evidenti limiti tecnici, il rampollo del dittatore lo rimpiazzò col più malleabile Ilija Lončarević.

Proprio in quel periodo – era il 2002 – si affermava a Trieste un 24enne esterno di centrocampo chiamato Jehad Muntasser: nativo di Tripoli, rappresentava un caso assolutamente unico, dato che Gheddafi Sr. non consentiva ai calciatori di lasciare la Libia, temendo che una star internazionale potesse rivaleggiare con la sua immagine. Ma Muntasser era sfuggito ai suoi radar: a fine anni Ottanta aveva seguito i genitori per lavoro a Milano, ed era cresciuto in Lombardia, entrando nel 1995 nelle giovanili dell’Atalanta. Di lui si era iniziato a parlare quando, a soli 19 anni, era stato notato dagli osservatori dell’Arsenal e portato a Londra, prima di fare ritorno in Italia nelle serie minori. Alla Triestina, in Serie B, era improvvisamente sbocciato e Saadi Gheddafi – che pochi anni prima, scoperto che giocava nelle giovanili dei Gunners, gli aveva telefonato per chiedergli di unirsi alla Nazionale – aveva deciso di sostenerne la carriera, acquistando un terzo del club giuliano.

Da qui in avanti la carriera di Muntasser divenne pesantemente influenzata dal giovane Gheddafi: nel 2004, si trasferì al Perugia, appena retrocesso in B, dove da un anno era arrivato uno sponsor di stato libico – di cui il presidente Gaucci aveva bisogno come il pane, per coprire gli enormi debiti della società – che in cambio aveva chiesto di inserire Saadi Gheddafi come giocatore nella rosa del club, facendogli addirittura disputare pochi minuti in campo contro la Juventus. Il figlio del dittatore era così divenuto non solo il primo libico a giocare in Serie A, ma anche il primo calciatore a scendere in campo contro un club di cui possedeva delle quote. Un anno dopo, col Perugia fallito, gli sponsor libici vennero dirottati sul Treviso, che subito acquistò Muntasser, il quale poté così disputare le sue ultime due stagioni in Italia prima di fare ritorno al proprio Paese d’origine. Gheddafi Jr., invece, proseguì la sua avventura nel calcio italiano trasferendosi prima all’Udinese, e poi alla Sampdoria, usando le risorse del proprio governo come moneta di scambio per comprarsi il sogno di essere un calciatore professionista.

25 agosto 2002: a Tripoli si assegna la Supercoppa italiana. Saadi Gheddafi è uno dei grandi protagonisti della serata, qui ritratto accanto ad Adriano Galliani, presidente della Lega Calcio e amministratore delegato del Milan, e Luciano Moggi, direttore generale della Juventus.

Mu’ammar Gheddafi, nel frattempo, era improvvisamente diventato il leader arabo che piaceva all’Occidente: l’11 settembre 2001 aveva ridefinito l’agenda mondiale, con il terrorismo islamico che era divenuto il nuovo grande nemico. Il Colonnello lo sapeva bene, lui che da anni doveva avere a che fare con gli estremisti che trovavano nel radicalismo religioso un nuovo collante per la propria ribellione contro il regime. Ma allo stesso tempo, il nuovo decennio segnò l’emergere delle primavere arabe, che animavano il Medio Oriente di nuovi scontri sociali. Anche la Libia non ne fu esente: nel febbraio 2011 si verificarono violenti scontri a Bengasi, durante una manifestazione contro l’arresto di un avvocato dei diritti umani. Bengasi non era una città qualsiasi: è il capoluogo della Cirenaica, il posto dove, nel luglio di undici anni prima, un’altra manifestazione spontanea era stata duramente repressa dal regime. Tutto era partito da un calcio di rigore fischiato contro la squadra locale e in favore dell’Al-Ahly Tripoli, il club di Saadi Gheddafi. Qualche mese dopo, per vendetta, il calciatore tiranno aveva fatto radere al suolo lo stadio dei ribelli cirenaici.

Il Gheddafi calciatore, bisogna confessarlo, sebbene sia passato alla storia come “il figlio del Colonnello” era in realtà solo uno di tanti fratelli, e nemmeno il più stimato dal padre, che per la successione guardava piuttosto ai più giovani Mutassim e Saif. Non era nemmeno l’uomo a cui era stato affidato lo sport in toto, ruolo toccato al primogenito Muhammad, presidente del Comitato Olimpico. Ma Saadi era l’erede più in vista, quello ritenuto in un certo senso più popolare. Con la sua fama di volto del regime, venne scelto dal padre per fermare la rivolta di Bengasi: Saadi Gheddafi decise di contattare Moataz Ben Amer, il capitano del suo Al-Ahly e uno dei calciatori più amati del Paese, per convincerlo a prendere pubblicamente posizione contro i ribelli. Ma Ben Amer declinò l’invito, così come altri suoi importanti colleghi; pochi giorni dopo, la BBC riportava che 17 tra i più noti esponenti del calcio libico stavano dalla parte del Consiglio Nazionale di Transizione che aveva ormai preso il potere in Cirenaica. Tra di essi c’era anche Adel bin Issa, l’allenatore dell’Al-Ahly Tripoli, che al network britannico dichiarò: “Io dico al colonnello Gheddafi di lasciarci in pace e che ci permetta di costruire una Libia libera”.

La guerra civile in Libia fu lunga e dolorosa, e al suo posto ha lasciato solo macerie e altra violenza; non è ambizione di questo articolo farne un racconto completo, ma queste poche righe possono dire già molto: la squadra che aveva incarnato il regime di Gheddafi gli si era rivoltata contro, sia al Colonnello che al suo ingombrante figlio calciatore. Ad agosto, Mu’ammar Gheddafi aveva dovuto abbandonare Tripoli assediata, trincerandosi a Sirte, dove due mesi dopo venne catturato dagli insorti, torturato e infine ucciso. Il suo cadavere venne esposto in pubblico a Misurata, per celebrare la fine del regime. Poche settimane prima, Saadi Gheddafi era riuscito a fuggire in Niger, dove fu arrestato dall’Interpol con le accuse di appropriazione indebita con l’uso della forza e intimidazione armata, risalenti al suo operato alla guida della Federcalcio. Venne estradato in Libia secondo le leggi internazionali, e qui processato per l’omicidio del calciatore Bashir al-Riani. È stato infine scarcerato, dopo sette anni di dure prigionia, a inizio settembre 2021.

Fonti

BAGOZZI Marco, Giocare a calcio nella Libia di Gheddafi, Il Nobile Calcio

LACERENZA Vincenzo, Il rais, l’Italia e il calcio, Nigrizia

MARINONE Lorenzo, La partita di calcio che segnò il destino di Gheddafi, East Journal

MOCCIARO Gaetano, L’Arsenal, Gheddafi, i Talent Show: parla Muntasser, primo libico in Premier, TuttoMercatoWeb

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