Kosovo: giochiamo, quindi siamo

La sera del 22 giugno 2018, a Kalinigrad si sfiora una crisi diplomatica: la Serbia va in vantaggio, ma poi viene rimontata e sconfitta dalla Svizzera, con gol di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri. Festeggiando i loro gol, i due svizzeri fanno un gesto unendo le mani a imitare la forma di un’aquila, e i serbi capiscono subito che si tratta di una provocazione contro di loro, contro tutto il loro paese. Xhaka e Shaqiri sono svizzeri, ma origine kosovara, la terra contesa tra albanesi e serbi e che a fine anni Novanta fu teatro di una guerra sanguinosa.

Il padre di Xhaka è stato un attivista politico nell’ultimo decennio di vita della Jugoslavia unita, è stato un indipendentista kosovaro e, per questo, si è fatto tre anni di galera prima di emigrare in Svizzera. Shaqiri, in Kosovo, ci è nato e cresciuto e ha visto la guerra in faccia. Sono solo due nomi dei tanti figli del Kosovo scappati in giro per l’Europa.

Dall’altra parte, però, c’è la Serbia, nazione egemone nei Balcani per tutto il Secolo Breve, al centro della lunga guerra civile degli anni Novanta e di numerosi casi di violazioni dei diritti umani. Se ammettere l’indipendenza di Slovenia, Croazia, Bosnia e Montenegro è una cosa, ben diverso è accettare quella del Kosovo: un territorio quasi sacro, per ragioni storiche che affondano le radici fino al 1389, data della Battaglia della Piana dei Merli, primo grande spartiacque della storia balcanica. Ma restiamo al nostro secolo, che è già abbastanza complicato.

Lo scorso 31 marzo, il Kosovo è sceso in campo con la propria Nazionale contro la Spagna nelle qualificazioni mondiali, ed è stata occasione per un altro incidente diplomatico. La Spagna è uno dei paesi che ancora non ne riconoscono l’indipendenza, dato che questa potrebbe dare adito alle rivendicazioni interne di catalani e baschi. Così, dove aver a lungo trattato con la UEFA per consentire lo svolgimento del match, la Spagna ha praticamente cancellato il Kosovo dai propri media, ricorrendo a giri di parole, sigle in minuscolo o a soluzioni come “Federazione Calcio del Kosovo”.

La diretta di Spagna-Kosovo sulla tv pubblica spagnola.

Ad alcuni potrà sembrare un’assurdità: in cosa “Federazione Calcio del Kosovo” sarebbe diverso da dire “Kosovo”? Banalmente, perché il Kosovo non è pienamente riconosciuto come nazione dall’ONU, mentre la Federcalcio kosovara è pienamente riconosciuta da UEFA e FIFA. Il calcio è diventato la leva con cui il paese balcanico sta cercando di imporsi a livello diplomatico: quando nazioni come Spagna, Serbia e Russia iniziano ad accettare di giocare a calcio contro il Kosovo, viene fatto un piccolo passo avanti nell’accettazione dell’esistenza dello stato. Giochiamo, quindi siamo, dicono i kosovari.

Il Kosovo si ritiene indipendente dal 2008, ma questa è solo teoria: esiste un governo autonomo che amministra il territorio, ma il nord del paese, oltre il fiume Ibar, è a maggioranza serba e di fatto risponde a Belgrado. Le squadre di questa zona giocano nel campionato serbo, e infatti nell’ottobre 2019 una di esse, il FK Trepča, è stata sorteggiata in coppa contro la Stella Rossa; quando quest’ultima ha provato a raggiungere Zvecan – cittadina a maggioranza serba a nord di Mitrovica – la polizia kosovara glielo ha impedito.

Il Kosovo è uno di quei paesi in cui il calcio è molto più che uno sport. Se dovessimo elencare i padri fondatori della nazione moderna, dovremmo citare i nomi di Ibrahim Rugova, il leader pacifista dei primi anni Novanta; di Hashim Thaçi, ex-capo dei guerriglieri dell’UÇK; e infine di Fadil Vokrri. Stella del Partizan di fine anni Ottanta e poi emigrato in Francia (Nîmes) e Turchia (Fenerbahçe), Vokrri è stato il primo albanese-kosovaro a giocare nella Nazionale jugoslava e, una volta ritiratosi, è divenuto presidente della Federcalcio di Pristina. È stato lui a pensare di usare il calcio come strumento di affermazione politica del Kosovo: prima ha ottenuto di far giocare amichevoli a una selezione locale, senza poter esporre alcun simbolo nazionale; nel 2014 è arrivato il riconoscimento ufficiale di UEFA e FIFA, e due anni dopo la prima partecipazione a un torneo internazionale, con le qualificazioni ai Mondiali di Russia.

La prima apertura, arrivata nel 2012 per conto della FIFA, aveva subito suscitato un putiferio. Anche l’allora presidente della UEFA Michel Platini era stato critico, dicendo che lo statuto della confederazione europea impediva l’affiliazione di una nazione non formalmente riconosciuta a livello politico dall’ONU. Vokrri ha così dovuto mediare con il suo collega serbo Tomislav Karadžić, approfittando della sua fama a Belgrado dovuta agli anni da giocatore, e al supporto di tanti noti calciatori di origine kosovara, come Behrami e Shaqiri. La diplomazia kosovara è stata fondata sui calciatori.

Fadil Vokrri è stato una leggenda del calcio kosovaro, ha vinto un campionato e una coppa nazionale con il Partizan Belgrado, e giocato 12 partite nella Jugoslavia segnando 6 reti. Dopo la sua morte, avvenuta nel giugno 2018, gli è stato dedicato lo stadio di Pristina.

In meno di 10 anni, il Kosovo si è trasformato in una delle nazionali con il miglior rapporto tra popolazione e forza della squadra di calcio: meno di due milioni di abitanti e una selezione che, grazie ai tanti giocatori stranieri che hanno scelto di rappresentare la terra d’origine dei genitori, può schierare elementi come Arijanet Murić, Amir Rrahmani, Mërgim Vojvoda, Valon Berisha, Milot Rashica, Arbër Zeneli e Vedat Muriqi. Tutti nomi piuttosto noti a livello internazionale, di cui non pochi impegnati in Serie A, dove in passato hanno giocato pure Behrami e Shaqiri.

Nel 2018, la panchina della Nazionale è stata affidata all’esperto svizzero Bernard Challandes, ex-tecnico dello Zurigo e dell’Under 21 elvetica. Sotto la sua gestione si è dispiegata una striscia d’imbattibilità di quasi due anni, iniziata appena prima del suo arrivo: 15 partite senza sconfitta, con risultati eccellenti che comprendono una clamorosa vittoria per 3-0 in Albania, un pareggio interno con la Danimarca, e una vittoria per 2-1 sulla Repubblica Ceca. Il Kosovo ha vinto in carrozza il proprio girone di Lega D della Nations League 2018/2019, ottenendo una promozione nella categoria superiore e sfiorando la qualificazione agli Europei del 2020.

Il calcio è la punta di diamante di una strategia diplomatica alternativa. Non ottenendo grande successo a livello politico, il paese balcanico ha scelto di prediligere altri ambiti, dallo sport fino alla cultura e al mondo digitale: il Kosovo ha lottato per essere riconosciuto ufficialmente con i suoi profili istituzionali sui social network o per poter partecipare all’Eurovision Song Contest. Ma è indubbiamente lo sport il campo in cui sono stati raggiunti i risultati migliori: nel 2014, sulla scorta del calcio, è arrivato anche il riconoscimento del CIO. Due anni dopo la prima partecipazione alle Olimpiadi e la prima medaglia (d’oro), conquistata dalla judoka Majlinda Kelmendi, che in precedenza doveva gareggiare per l’Albania.

Quanto successo con la Spagna nel marzo 2021 è l’ennesima conferma del successo della strategia di Pristina. La Spagna, pur non riconoscendo il Kosovo, è stata costretta dalla UEFA e dalla FIFA a giocarci contro, pena l’esclusione dai prossimi Mondiali; e nel tentativo di salvare la faccia, Madrid è riuscita solo a coprirsi di ridicolo davanti a tutto il mondo. Nella conferenza stampa post-partita, il team manager kosovaro Bajram Shala ha rincarato la dose, accusando sarcasticamente la stampa iberica di aver omesso il nome del suo paese durante tutto il match. Facile dire chi ne sia uscito bene e chi no da questo scontro, molto più importante del 3-1 in favore della Spagna maturato sul campo.

Vedat Muriqi, 26 anni, centravanti della Lazio e miglior marcatore della storia del Kosovo con 11 reti. Nato e cresciuto a Prizren, da bambino ha vissuto la guerra ed è stato testimone delle violenze serbe.

Resta il fatto, però, che se la reputazione del Kosovo va migliorando nel mondo europeo ed occidentale, nell’ultimo lustro ben 15 nazioni hanno deciso di ritirare il riconoscimento del paese balcanico, e di queste molte sono nazioni africane come Burundi, Togo e Ghana. In Asia e in America Latina, il Kosovo praticamente non ha nessuno a sostenerlo. La diplomazia del pallone può fare molto, ma non tutto.

Fonti

KHAN Stephen, Le Kosovo indépendent et le football: «Nous jouons donc nous sommes», The Conversation

L’indipendenza del Kosovo, nel calcio, Il Post

OLIVA Alessandro, Kosovo, lo stato non riconosciuto avrà una nazionale, Linkiesta

RASO Federico, L’indipendenza calcistica del Kosovo, QuattroTreTre

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