Il momento in cui ruggì il Senegal

Quando la palla si insaccò – con un’azione che arrivava quasi all’improvviso: pallone teso in area dalla destra, girata e rete che tremò, impazzita – El-Hadji Diouf prese la Storia e la portò a festeggiare con sé sotto la curva dello stadio Léopold Sédar Senghor di Dakar, gonfio di 60mila persone. Senegal 1 Marocco 0: c’erano ancora oltre 70 minuti da giocare, ma les Lions de la Teranga stavano già per viaggiare al loro primo Mondiale della storia.

In realtà non era ancora ufficiale, per la qualificazione il Senegal avrebbe dovuto vincere in casa della Namibia ultima nel girone; ma era lecito pensare che il più era fatto. Il Marocco veniva da due Mondiali consecutivi, il gol di Diouf aveva messo fine all’epoca della generazione d’oro marocchina, quella di Noureddine Naybet e Mustapha Hadji, e apriva le porte alla novità senegalese.

Meglio: alla rivoluzione senegalese. Quel gol cambiava per sempre la storia del paese africano, arrivava nel posto giusto al momento giusto. Il posto giusto era lo stadio che portava il nome dell’uomo che aveva sognato il Senegal e un po’ anche l’Africa moderni: Senghor era stato uno dei più importanti poeti e intellettuali africani, colui che aveva creato il concetto di négritude, un movimento culturale che voleva affrancare gli africani dall’ingombro della cultura europea, e valorizzare quella del proprio continente. Non aveva pensato che, più della poesia, sarebbe stato il calcio a dare finalmente un’identità al Senegal.

Il momento giusto era quello appena seguito alle elezioni del 2000, che avevano visto la sconfitta, per la prima volta nella storia, del Parti Socialiste du Sénégal, il partito che fu di Senghor e poi di Abdou Diouf. Si temevano scontri, in caso di vittoria dei rivali del Parti Démocratique Sénégalaise di Abdoulaye Wade: un cambio di potere che finisce nella guerra civile, una storia purtroppo tipicamente africana. E invece tutto avvenne in pace, il Senegal diede prova di una grande maturità democratica che poteva finalmente significare l’inizio di una nuova fase della sua storia.

Wade prometteva cambiamento e riforme. Contro la povertà, che riguardava circa il 55% della popolazione, l’analfabetismo e l’economia stagnante. Prometteva di raggiungere un accordo di pace nel Casamance, la regione meridionale del paese, dove la maggioranza della popolazione è cristiana di etnia Jola: nel 1982, la rivolta armata portata avanti dal Mouvement des Forces Démocratique de Casamance aveva costretto Senghor a dimettersi, e dato inizio alla più lunga guerra civile della storia africana.

Uno scorcio in bianco e nero di una delle strade principali di Dakar, fotografato nel 2000 da Maurizio Totaro. La capitale senegalese, che conta oltre 2 milioni di abitanti, occupa una penisola che si protende nell’Atlantico, guardando in faccia l’arcipelago lusofono del Capo Verde.

Sempre nel 2000, la Federcalcio senegalese aveva chiamato il francese Bruno Metsu ad allenare la semisconosciuta nazionale di Dakar. Metsu era un personaggio bizzarro, dalla folta chioma riccia e che si era appassionato alla cultura africana durante la sua precedente esperienza in Guinea. Avvertiva, in qualche modo, quel bisogno di cambiamento che pervadeva il Senegal, e pensò di avere la possibilità di seguirlo: la Nazionale andava rinnovata, aveva bisogno di nuova linfa.

Durante gli anni Ottanta, Dakar aveva espresso alcuni buoni giocatori come Roger Mendy (che aveva giocato anche al Pescara), Jules Bocandé e Abdoulaye Diallo, ma di quella generazione era rimasto molto poco. La forte emigrazione causata dalla crisi economica della seconda metà degli anni Settanta aveva sottratto al Senegal gran parte dei suoi potenziali talenti, come Patrick Vieira, i cui genitori avevano lasciato Dakar nel 1984, o anche Ibrahim Ba, Édouard Cissé e Ousmane Dabo.

Metsu ebbe l’intuizione che avrebbe cambiato non solo il calcio senegalese, ma anche quello africano: andare a riprendersi in Francia i giocatori che la sua selezione aveva perso. Nei suoi primi due anni alla guida del Senegal rivoltò la rosa come un calzino, riempiendola di novità: Ferdinand Coly, Sylvain N’Diaye, Souleymane Camara, Khalilou Fadiga, Lamine Diatta, Salif Diao, Pape Sarr, El-Hadji Diouf. Tredici dei ventitré convocati per i Mondiali del 2002 erano stati scoperti da Metsu.

Tutti figli dell’emigrazione, nati in Africa e cresciuti in Francia. Coly, difensore centrale del Lens, aveva lasciato Dakar a sette anni, nel 1980; l’ala mancina Fadiga, dell’Auxerre, a sei; Lamine Diatta, titolare della retroguardia del Rennes, a un anno appena. Il mediano del Paris Saint-Germain Aliou Cissé era nativo di Ziguinchor, e la sua famiglia era dovuta espatriare a Parigi nel 1985 a causa della guerra nel Casamance. Anche l’attaccante El-Hadji Diouf, talento cristallino che Metsu aveva scovato appena 19enne al Lens aveva lasciato il paese pochi anni prima, dopo che il padre lo aveva abbandonato da bambino.

Una nuova generazione multietnica di senegalesi cresciuti in Francia – di emigranti cresciuti nelle periferie europee, ai margini del primo mondo – andava così ad aggiungersi ai talenti locali, che avevano imparato a giocare a calcio per le strade di Dakar prima di fare il salto in Europa: Tony Sylva, portiere del Monaco; Omar Daf, difensore del Sochaux; Henri Camara e Pape Bouba Diop, entrambi in forza agli svizzeri del Neuchâtel Xamax. Era questo il Senegal che Metsu aveva costruito quasi da zero, simbolo di un mondo che cambiava in un paese che voleva cambiare.

Bruno Metsu con il suo staff senegalese. Nativo dell’estremo nord della Francia, al confine col Belgio, Metsu s’integrò perfettamente nel paese africano, convertendosi all’Islam e sposando Viviane Dièye, una donna senegalese. Nel 2013 è morto, a soli 59 anni, per un cancro al colon.

Teranga, in wolof, significa grossomodo “ospitalità”. Ma forse è un concetto un po’ troppo difficile per tradurlo perfettamente con una sola parola di una lingua così culturalmente diversa: è un’ospitalità intesa come un gesto di cortesia che porta onore a chi ospita; è il piacere di ospitare, è altruismo. Mohamed Ba, scrittore e attore italo-senegalese, la descrive così: “Grande sarà il tuo nome se convincerai l’ospite a prolungare il suo soggiorno presso la tua dimora; più grande ancora, se ti toglierai qualcosa per darla a lui”. Dice che, nella sua lingua madre, non esiste la parola “straniero”, ma quella di “ospite”.

Così, in un paese in cui nessuno è straniero, senegalesi, francesi e franco-senegalesi si mescolarono e divennero realmente leoni. A fine anno, Diouf venne premiato con il Pallone d’Oro africano: era la prima volta che un senegalese vinceva il trofeo, e solo un altro ventenne era riuscito a conquistare il premio, il nigeriano Nwankwo Kanu. Non male, per un ragazzo che, fino a pochi mesi prima, girovagava per i bassifondi della Division 1 francese.

Alla qualificazione raggiunta nell’estate del 2001, seguì, agli inizi dell’anno seguente, l’impresa della Coppa d’Africa. Il Senegal raggiunse a sorpresa la finale, dopo aver sconfitto la quotatissima Nigeria, e cedendo solo ai rigori contro il Camerun di Lauren, Geremi, Eto’o e Mboma. In meno di due anni, i Lions si erano trasformati da una squadra anonima a una delle principali potenze continentali. Sopi, “cambiamento”, era stata la parola d’ordine della campagna elettorale di Wade, e adesso diventava quella di Diouf, Bouba Diop, Metsu e tutti gli altri.

Il coronamento di quella storia di concretizzò nell’estate asiatica dei Mondiali, con il gol da sogno di Bouba Diop nel match d’esordio contro la Francia, detentrice del titolo mondiale ed Europeo. Nella quasi mitologica vittoria dell’ex-colonia sull’ex-colonialista (che comunque ancora influenzava l’economia del paese), si inaugurava un torneo in cui il Senegal non avrebbe recitato solo la parte della fugace sorpresa, ma avrebbe coinvolto tutti i tifosi in una corsa arrivata fino ai quarti di finale, conclusi al golden goal contro la Turchia.

El-Hadji Diouf contrastato dai francesi Marcel Desailly e Patrick Viera, entrambi nati in Africa (rispettivamente in Ghana e Senegal) e cresciuti in Francia. Vieira, che era figlio di genitori di Capo Verde, rivide il suo paese natale solo nel 2003.

Lì, in quella ribattuta in scivolata, davanti alla porta ormai sguarnita, il Senegal si presentò al mondo non solo come squadra di calcio ma anche come paese. Quello che sarebbe venuto dopo non fu però la favola che si sarebbe voluto: la povertà diminuì, ma non abbastanza; le riforme di Wade furono poche e solo parzialmente efficaci, e il suo nome divenne presto legato alle accuse di corruzione.

Mentre il paese ancora faticava a svilupparsi e i cittadini continuavano a emigrare in Europa, il presidente si autocelebrava con l’inutile e costosissimo monumento al Rinascimento Africano: simbolo di quel cambiamento di cui si era fatto promotore, la statua ne rappresentava anche il rovescio della medaglia, realizzata da architetti stranieri, finanziata da soldi stranieri, per essere ammirata da turisti stranieri. La statua in sé ricordava espressamente figure dai tratti vagamente stereotipati e sessisti. Il cambiamento assomigliava tanto alla solita vecchia storia.

Anche la guerra nel Casamance, formalmente cessata nel 2004, andava avanti sotto la spinta di alcune frazioni oltranziste del MFDC. Lì, nel profondo sud del Senegal, in quella martoriata striscia di terra in cui s’incastra il Gambia, cresceva in quegli anni nella città di Sédhiou un ragazzino di nome Sadio Mané. Un’altra grande storia germogliava, nel cuore dell’Africa.

Fonti

PASTORE Giuseppe, La Nazionale più emozionante della storia, L’Ultimo Uomo

TECLAB Yousef, The Joy and Despair of a Superb Senegal Side at the 2002 Africa Cup of Nations, These Football Times

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