“Se io fossi Maradona, andrei in mondovisione per gridare a quelli della FIFA che sono loro i veri ladri.”

Manu Chao

Juan Gilberto Funes, detto El Búfalo, se ne andò un giorno del gennaio del 1992 per un attacco di cuore, a nemmeno 29 anni. Era stato una leggenda del Millionarios de Bogotá e del River Plate, aveva vissuto anche un’ottima stagione in Grecia all’Olympiacos ma aveva sentito presto la mancanza dell’Argentina. Lì, gli avevano diagnosticato quella malformazione al cuore che lo costrinse anzitempo al ritiro, ma non gli salvò la vita. Se ne andava ancora troppo giovane, lasciando soli una moglie e un figlio, in una situazione economica tutt’altro che positiva.

Diego Armando Maradona era molto amico di Funes, con cui aveva giocato assieme alcune partite con l’Albiceleste nel 1987. In realtà, pare che Maradona fosse amico praticamente di tutti, ma questa è un’altra storia. Quando le condizioni del Búfalo si erano fatte serie, era andato a trovarlo a Buenos Aires, per passare con lui gli ultimi momenti di vita. Poteva farlo, perché all’epoca Maradona stava scontando un anno e mezzo di squalifica per uso di cocaina.

Per questo motivo, quando gli venne in mente di organizzare una partita per raccogliere fondi per la famiglia di Funes, si creò subito un problema: Sepp Blatter, presidente della FIFA, scrisse a Julio Grondona, il capo del calcio argentino, per dirgli che se Maradona fosse sceso in campo la sua squalifica sarebbe stata allungata. Grondona ordinò ai giocatori argentini di escludere Maradona o di spostare la partita a dopo la scadenza della sua squalifica. Invece, quel 15 aprile 1992, la partita si giocò lo stesso e con Maradona in campo: furono raccolti 200mila dollari. “Abbiamo messo il nostro piede in testa alla Mano Nera della FIFA” commentò Maradona, a fine partita.

Sì.

È lunga e tortuosa, la strada che separa i vicoli degradati di Lanús dal Monte Olimpo, luogo ideale e immaginario, più dell’anima che del corpo, nel quale da millenni trovano rifugio i miti dei mortali. Talmente lunga e tortuosa che a volte sembra di aver sbagliato strada. Perché di periferie ce ne sono tante, nel mondo: non tutti riescono a uscirne, e di quelli che ne escono non tutti seguono la stessa strada. Diego Armando Maradona, anche nei suoi non pochi momenti terribili, ha sempre dato l’impressione di potersi voltare indietro e di riuscire a scorgere la sua casa e quella gente povera che, privata della voce, doveva imparare a usare i piedi per farsi ascoltare.

Da quel mondo, non piccolo né tantomeno antico, Maradona non si separò mai veramente. Per tutta la sua carriera ritagliò attorno a sé lo spazio del vendicatore degli oppressi: lo fu a Barcellona, in un’epoca in cui Barcellona non era ancora il simbolo della ricca aristocrazia del calcio globale, e poi a Napoli. “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires” disse, al suo arrivo in città nel 1984.

Divenne, volente o nolente, il simbolo per antonomasia del riscatto sociale dei poveri di tutto il mondo. Degli argentini in particolare, in quell’estate del 1986 dove i suoi gol fecero giustizia di anni di sofferenze e soprusi, curando le ferite – invisibili come i cadaveri delle figlie e dei figli d’Argentina, cancellati dalla dittatura militare appena conclusa – più profonde della società.

Forse, tutta questa è solo mitologia, costruzione di una storia attorno all’uomo, volta a renderlo immortale. L’uomo-Maradona – a cui tanti fanno riferimento separandolo dal giocatore, e ricordando che non era affatto una figura positiva – non era però solo cocaina, amicizie discutibili, evasione fiscale e figli non riconosciuti. Tutte cose che sono vere, sono successe ed è giusto e doveroso parlarne, com’è giusto e doveroso parlare anche di tutto il resto.

Era anche l’uomo che un giorno venne a sapere che il suo amico ed ex-compagno di Nazionale Alberto Tarantini si trovava in difficoltà economiche e non riusciva a pagare più la retta della scuola dei figli: Maradona lo andò a trovare e si offrì di pagarla per lui. L’uomo che un altro giorno ricevette la telefonata di Pedro Monzón, altro compagno di Nazionale, che gli disse che stava passando un momento difficile e aveva bisogno di un amico vicino: Maradona andò subito da lui, e gli rimase accanto finché Monzón non si sentì meglio. “Mi salvò la vita” ricorda l’ex-difensore dell’Argentina: non glielo aveva detto, ma appena prima di quella telefonata era nel suo salotto con una pistola tra le mani, pronto a spararsi in bocca.

Nel gennaio del 1985, Pietro Puzone, onesto centrocampista del Napoli, raccontò a Maradona di un amico di suo padre, che aveva un figlio nato con una grave malformazione alla bocca: era operabile, ma solo in Francia e con grossi costi, che la famiglia del ragazzo non poteva sostenere. Maradona decise di organizzare una partita per beneficenza, ma il presidente del Napoli Corrado Ferlaino si oppose, perché con la stagione in corso non avrebbe rischiato i suoi giocatori per una cosa del genere. Ma a marzo, Maradona e i giocatori del Napoli scesero lo stesso in campo, non al San Paolo, vietato da Ferlaino, ma su un rettangolo di terra infangato e sconnesso in periferia, ad Acerra. Vennero diecimila persone a vedere quella partita; furono raccolti 20 milioni di lire, più altri soldi donati grazie a una raccolta organizzata nello spogliatoio del Napoli. “Quel giorno ci fece capire che per lui, anche noi poveri cristi eravamo parte di una famiglia” confessa un tifoso.

Ha detto Luis Ventura, giornalista argentino molto legato a Maradona, che è morto povero, perché ciò che non gli è stato rubato dai parenti lo ha regalato. “Non era in grado di dire di no a nessuno, bastava chiedere e lui dava: era di una generosità smisurata”.

Verità o leggenda, fatti o suggestioni: è sempre difficile distinguere tra raccontare Diego Armando Maradona e raccontare della percezione che si ha di lui. Se era realmente un eroe delle classi povere o se questo è solo mito, è difficile a dirsi; ma il fatto che tanti poveri lo considerassero il loro eroe, è parte di una grande verità. Commentando la morte di Maradona, Jorge Valdano – che assieme a lui vinse il Mondiale del 1986 – ha scritto: “Era un uomo che, in quanto genio, smise di porsi limiti fin dall’adolescenza e che, a causa delle sue origini, crebbe con un orgoglio di classe. Per questo, e per ciò che rappresentava, con Maradona i poveri sconfiggevano i ricchi”.

“Quando morì aveva le braccia sudate e stanche / dal sostenere il cielo ogni giorno.”

Juan Octavio Prenz

3 risposte a “Sostenere il cielo ogni giorno”

  1. […] Quell’estate, il Torino non l’affrontò da club marchiato da fuoco da una cocente delusione, ma da squadra che puntava in alto. In panchina fu scelto Eugenio Fascetti, artefice del ritorno in A della Lazio nel 1988, mentre in campo non solo furono trattenuti i nomi più promettenti (il portiere Luca Marchegiani, la punta brasiliana Müller, la promettente ala Gianluigi Lentini), ma la rosa venne ulteriormente rafforzata con gli acquisti di giocatori di ottimo livello, dai milanisti Walter Bianchi e Roberto Mussi, al romanista Roberto Policano, fino al centrocampista Francesco Romano, che aveva appena vinto la Coppa UEFA col Napoli di Maradona. […]

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  2. […] vicinanza ai più deboli e agli svantaggiati, ben dimostrata nei suoi anni a Napoli e in vari atteggiamenti tenuti nel corso della sua vita. Chi lo ha conosciuto racconta di una persona estremamente […]

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  3. […] a sostegno dei prigionieri politici presenti nel paese latinoamericano. Marcos propose che fosse Diego Armando Maradona ad arbitrare la sfida, con Javier Aguirre e Jorge Valdano come guardalinee, e Sócrates quarto […]

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