Ruanda, il calcio contro il genocidio

“La tempesta è passata e la pioggia è passata, ma posso ancora sentire la voce del tuono.” – Amina Umuhoza

Quando Jimmy Gatete spedì la sfera alle spalle del portiere ghanese, tutta Kigali impazzì. Quel gol eliminava il quotatissimo Ghana – che solo due anni dopo avrebbe staccato il pass per il suo primo Mondiale – e qualificava il Ruanda per la Coppa d’Africa del 2004, il primo importante torneo internazionale a cui la squadra africana avrebbe partecipato nella sua storia. Il momento più alto della storia, non solo sportiva, del paese giungeva esattamente dieci anni dopo la sua più grande tragedia.

Nel 2004, Eric Eugène Murangwa non era già più il portiere della nazionale, sebbene avesse solo 29 anni. Il calcio, era stato costretto ad abbandonarlo presto: aveva debuttato a sedici anni nel Rayon Sports di Nyanza, il club più popolare del paese, ma era ancora un ragazzo quando, nell’aprile del 1994, le milizie filo-governative irruppero nel suo quartiere, massacrando decine di persone, fino a raggiungere casa sua. Erano quelli dell’Interhamwe, il gruppo paramilitare che si era formato tra i tifosi estremisti di Kigali e che aveva presto preso il comando delle operazioni di pulizia etnica. Entrarono anche in casa di Murangwa, lo gettarono a terra e gli puntarono un fucile alla testa, pronti a fare fuoco; lo salvò una fotografia, che lo qualificava come uno dei giocatori del Rayon Sports, e gli uomini che lo avevano sotto tiro pensarono che, per il momento almeno, potevano lasciarlo andare. Si rifugiò da un compagno di squadra, Longin Munyurangabo, che riuscì infine a farlo uscire dal paese e raggiungere il Regno Unito.

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Durante la sua lotta per la sopravvivenza, Eric Eugène Murangwa trovò rifugio anche nell’Hotel Des Mille Collines di Kigali, divenuto celebre dieci anni più tardi grazie al film Hotel Rwanda.

Murangwa era di etnia tutsi, e per questo ritenuto nemico dalle milizie filo-governative. Quando i belgi avevano ereditato dalla Germania il controllo del Ruanda, alla fine della Prima Guerra Mondiale, avevano deciso arbitrariamente che i Tutsi, che rappresentavano il 14% della popolazione del paese, fossero una razza superiore agli Hutu, l’etnia maggioritaria, e all’altra minoranza Twa – gruppi che fino ad allora non erano mai stati nemici – e li trasformarono in una casta aristocratica con cui condividere il potere. Qualche decennio più tardi, la decolonizzazione portò con sé la rivolta degli Hutu, che costrinsero il Belgio ad abbandonare il Ruanda e lasciare a loro il governo; da vittime che erano stati, gli Hutu si trasformarono in carnefici, iniziando una dura politica razziale contro i Tutsi. Il 6 aprile 1994, l’aereo con a bordo il presidente Juvénal Habyarimana venne abbattuto da un missile, e la colpa ricadde sui gruppi ribelli Tutsi; solo in seguito emerse la possibilità di un complotto degli estremisti Hutu, contrari alla nuova politica di distensione che il governo aveva dovuto adottare per fermare la guerra civile. La sera stessa dell’attentato, le milizie iniziarono i massacri dei Tutsi e di tutti quegli Hutu favorevoli all’integrazione: migliaia di persone morirono solo nella prima notte, e furono oltre 800mila le vittime tre mesi più tardi, quando iniziò la pacificazione del Ruanda. Di queste, oltre settanta erano calciatori, uccisi nella maggior parte dei casi dai proprio compagni di squadra. Longin Munyurangabo, che aveva una fidanzata Tutsi, fu uno di loro, così come il capitano del Kiyovu Sports, Martin Rudasingwa, e il portiere del Rwinkwavu, Louis Kirenga.

All’epoca, ogni ruandese doveva avere scritto, sulla propria carta d’identità, il gruppo etnico d’appartenenza; dopo il genocidio, nel nuovo Ruanda quelle differenze furono bandite. “Non sappiamo chi sia hutu o tutsi. E francamente non ce ne importa nulla” dice Charles Jemsi, ex-portiere e poi dirigente nella nazionale durante la Coppa d’Africa del 2004. Dopo la fine del conflitto, la selezione fu affidata a un allenatore locale, Longin Rudasingwa, e poi all’esperto tedesco Rudi Gutendorf; nel 2001 in panchina si sedette Ratomir Dujkovic, portiere di buon livello con Stella Rossa e Real Oviedo, ma soprattutto uno che la guerra la conosceva bene: nel 1992, con la Jugoslavia travolta da un sanguinoso scontro civile, era riuscito ad abbandonare il paese e il suo lavoro come preparatore, arrivando in Venezuela e divenendo allenatore della nazionale sudamericana.

Sundsvall-Oster 2-1, Superettan 2011
Subito dopo la Coppa d’Africa del 2004, il ventenne attaccante Olivier Karekezi passò agli svedesi del Helsingborgs; oggi è il recordman di gol con la maglia del Ruanda.

Il Ruanda non aveva mai avuto una tradizione particolarmente distintiva, come squadra nazionale. I suoi componenti erano i bambini sopravvissuti al genocidio del 1994 o ai massacri dei decenni precedenti, come la punta Said Makasi, nato nel 1982 a Bukavu, nello Zaire, dove la famiglia era riparata per sfuggire al regime di Habyarimana; si era poi trasferito in Uganda, dove aveva iniziato a giocare a calcio e da cui, nel 2003, aveva spiccato il volo per l’Europa, firmando con il FC Brussels. Sempre nel campionato belga giocavano anche i membri più esperti della formazione, il difensore Hamad Ndikumana, in forza al Gent, e l’attaccante Désiré Mbonabucya, sotto contratto con il Sint-Truiden.

Nel loro primo match, gli Amavubi – le “Vespe” – persero di misura contro i padroni di casa della Tunisia, poi vincitori della coppa; successivamente riacciuffarono all’ultimo minuto la Guinea, e infine sconfissero la Repubblica Democratica del Congo con un gol di Makasi, anche se il pareggio in contemporeanea tra gli altri avversari li relegò a un onorevole terzo posto nel girone eliminatorio. Da allora, il calcio ruandese non ha più avuto altri acuti, ma lo sport è divenuto lo strumento con cui appianare le divergenze razziali inventate dai colonizzatori e ricostruire la nazione. Nel 2010, Eric Murangwa ha fondato Football for Hope, Peace and Unity, un’organizzazione che sfrutta il calcio per insegnare ai giovani a collaborare e imparare i valori della convivenza pacifica. Oggi, il Ruanda è una dei paesi maggiormente in crescita dell’Africa.

 

Fonti

BANA Didier, Genocide, football and peace in Rwanda, Goal-Click

BRAMBILLA Roberto, Ruanda, se (anche) lo sport aiuta a rinascere, Vita

DOYLE Paul, How being a footballer saved me from death in Rwanda genocide, The Guardian

TRINCIA Pablo, Un calcio all’odio, Peace Reporter

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