Amare Matthias Sindelar

“Uno stelo appeso a due occhi azzurri che saettava come una freccia verso i gol più meravigliosi.” – Vladimiro Caminiti

Matej lo aveva conosciuto in un ospedale, forse il luogo meno romantico che esista. Aveva un ginocchio a brandelli perché se l’era appena vista con un rude argentino di nome Luis Monti. Anche se Camilla di calcio se ne intendeva poco, sapeva che in quei giorni si giocavano i Mondiali, e che l’Italia era in finale dopo aver appena eliminato la fortissima Austria, e che Matej era la stella di quell’Austria. Parlava solo tedesco, e nell’ospedale di Milano in cui era ricoverato nessuno conosceva il tedesco; Camilla, che quella lingua la insegnava a scuola, fu chiamata a fare da interprete.

Quello che si trovò davanti era un trentunenne magrolino, talmente sottile che stentava a credere fosse un atleta. Aveva un sorriso mite ed educato, che lasciava trasparire una personalità quasi timida. Lo chiamavano tutti Matthias, perché da bambino la sua famiglia aveva abbandonato la Moravia per Favoriten, il quartiere operaio di Vienna, e il suo nome era stato germanizzato di conseguenza. Timida anche lei, Camilla si attendeva la presunzione tipica del campione sportivo, ma scoprì invece un ragazzo sensibile. Si fece raccontare in seguito, da qualche collega che seguiva le partite, se Matej fosse davvero il calciatore famoso che si diceva. E questi, sgranando gli occhi, le avevano elencato appassionati le meraviglie di quell’attaccante unico al mondo, che giocava come una mezzala; la conquista della Mitropa Cup l’anno precedente con la maglia dell’Austria Vienna; i dribbling perfetti che trasformavano in vantaggio quel fisichino che si ritrovava. La faceva sorridere il fatto che lo chiamassero Der Papierene, “l’uomo di carta” – anche se in Italia qualcuno aveva tradotto malamente quel nomignolo in Cartavelina – per quanto era fragile: fosse stato un Marcantonio, non si sarebbero mai incontrati.

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Ma era un’altra cosa che l’aveva affascinata, un’altra storia che nessun tifoso conosceva, che stava al di là della barriera di trofei e gol e articoli di giornali più entusiasti delle recensioni del cinematografo, una storia che Matej aveva deciso di condividere con lei soltanto, e che li aveva legati indissolubilmente l’uno all’altra. Camilla, che era cresciuta in un’agiata famiglia milanese, non poteva capire cosa significasse la povertà delle periferie viennesi, o la vita senza un padre, morto sul fronte dell’Isonzo quando Matej era adolescente, e che lo costrinse a mettersi a lavorare per mantenere le sue tre sorelline, mentre la madre passava tutto il giorno a fare la lavandaia. Comprese che la gentilezza di Matej era quella di chi considerava ogni giorno un dono gradito, e non un dato di fatto: sapeva apprezzare ognuna di quelle piccole cose che le persone comuni davano per scontate.

Si sposarono a Vienna, dove la carriera di lui proseguiva con successo; nel 1936 aveva vinto un’altra Mitropa Cup e la sua quinta Coppa d’Austria. Fu dispiaciuta, quando dovette rivelargli di essere ebrea: avrebbe causato problemi, soprattutto con l’ingombrante vicino tedesco che era pronto ad annettersi tutta la nazione; temeva di diventare un peso per la carriera e la vita di suo marito. Lui le rispose che non gli importava, e non c’era nulla per cui dovesse sentirsi in colpa: sarebbe rimasto con lei fino alla fine. Il 3 aprile del 1938, durante l’ultima partita della nazionale austriaca contro la Germania, Matej e il suo compagno Karl Sesta, notoriamente socialista, si rifiutarono di salutare Adolf Hitler. Camilla fu orgogliosa di quel momento, e con lei, in silenzio, numerosi altri antinazisti sparsi in tutta l’Austria.

Qualcun altro, invece, ne fu alquanto seccato. Sesta passò un brutto quarto d’ora tra le mani della Gestapo; poco dopo, Michael Schwartz, presidente dell’Austria Vienna che per Matej era quasi un padre adottivo, fu rimosso dal suo ruolo dirigenziale e ostracizzato dalla società: anche lui era ebreo. Matej e Camilla non smisero mai di andarlo a trovare. I tedeschi tirarono fuori che anche una nonna di Matej pareva essere di origine ebraica, e una notte la caffetteria che avevano acquistato a Vienna – nella quale si rifiutavano di affiggere manifesti nazisti – venne devastata. Si abbracciarono e piansero, travolti dalla frustrazione; di una sola cosa erano sicuri: nessuno li avrebbe mai separati.

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Sindelar al tiro nella finale della Mitropa Cup 1936 contro il Bologna. La prima, nel 1933, l’Austria Vienna l’aveva vinta contro un’altra squadra italiana, l’Ambrosiana Inter.

La mattina del 23 gennaio 1939 furono ritrovati morti nel loro appartamento dall’amico Gustav Hartmann, soffocati dal monossido di carbonio della stufa. Le autorità dissero che la stufa era difettosa, e li aveva uccisi lentamente, senza che ne accorgessero, e l’indagine fu chiusa in fretta e furia. Sul Kronen Zeitung venne scritto qualcosa di diverso: quello di Sindelar era un caso di omicidio, e il danneggiamento della stufa era stato volontario. Non c’era bisogno di aggiungere altro, per far subito sospettare della responsabilità delle autorità naziste. Nel 1945, una poesia di Friedrich Torberg parlava invece di un romantico suicidio.

La verità su quella morte è andata perduta in un groviglio di sospetti e illazioni, ed è diventata irrimediabilmente la leggenda sulla morte di Matthias Sindelar, il “Mozart del calcio”. La storia si è così dimenticata della morte di Camilla Castagnola, sulla quale le informazioni che circolano sono scarse e contraddittorie (si legge che era un’infermiera o un’insegnante di tedesco; che si conobbero in ospedale nel 1934 o pochi giorni prima di essere trovati morti; che fosse sua moglie o solo la sua fidanzata), sue foto non se ne trovano e nessuno racconta altro di lei, se non che morì in ospedale, poco dopo che Hartmann fu entrato nell’appartamento. Eppure, probabilmente poche persone meglio di lei sapevano chi fosse Matej Sindelar.

 

Fonti

AA VV, Matthias Sindelar, storia di un campione che non si piegò al nazismo, Il Sole 24 Ore

BOBROV Isidro, Matthias Sindelar: O sulla morte di un calciatore, Lacrime di Borghetti

CARVIGNO Maurizio, Matthias Sindelar, il Mozart del pallone che disse no a Hitler, Passaggi Lenti

COLA Simone, Storie di calcio – L’ultima partita di Matthias Sindelar, Fox Sport

COLOMBINI Alessandro, Il buongiorno di Sindelar, Minuto Sessantotto

PANELLA Luigi, Sindelar, l’eroe fragile che sfidò il nazismo, La Repubblica

VERNAZZA Sebastiano, Hitler e il rifiuto di Cartavelina, La Gazzetta dello Sport

WILSON Jonathan, Sindelar: The ballad of the tragic hero, The Guardian

1 commento su “Amare Matthias Sindelar”

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