Garra Charrùa: l’Uruguay del 1930

“Le altre nazioni hanno la loro storia, l’Uruguay ha il calcio.” – Ondino Viera

Se i Mondiali del 1930 dimostrano qualcosa, è quanto quell’Uruguay fosse nettamente la squadra di calcio più forte del mondoa quell’epoca. Si potrebbe innanzitutto evocare il clamoroso curriculum con cui la Celeste si presentava alla prima edizione della Coppa del Mondo: dieci titoli continentali e due ori olimpici, peraltro nelle due edizioni precedenti al Mondiale.

Benché sconosciuta al grande pubblico europeo, la nazionale uruguayana era la portabandiera del calcio sudamericano: l’eurocentrismo del pallone, allora come oggi, si adagiava sulla semplice idea che quello sudamericano fosse un calcio secondario rispetto a quello del Vecchio Continente, dove il gioco era stato inventato. Eppure, all’epoca la Uefa, cioè l’associazione del football europeo, non era ancora nata (si sarebbe dovuto attendere il 1956), mentre la sua corrispettiva sudamericana, la Conmebol, esisteva già da quattordici anni. Il primo Europeo si sarebbe disputato solamente nel 1960, e con appena sette partecipanti, quando il Campeonato Sudamericano, antesignano della moderna Copa America, era già alla ventisettesima edizione, alla quale avevano preso parte cinque delle dieci nazioni del continente. E, come se non bastasse, tutta sudamericana era stata anche la finale olimpica di Amsterdam 1928: Uruguay – Argentina.

Agli occhi di un fanatico di calcio, però, l’Uruguay degli anni Venti doveva apparire con un miraggio: mentre nel resto del Sudamerica sorgeva uno stile tutto incentrato sull’esaltazione della tecnica individuale, e in Europa il calcio era ancora questione di atleti alti e possenti che superavano gli avversari di forza, il futbol oriental sceglieva una via intermedia che, alla classe latina, affiancava fisicità e solidità tipiche del gioco europeo. Laddove lo sport era ancora appannaggio di pochi, mezzo di divisione sociale come qualsiasi altro aspetto della società – che separava i ricchi dai poveri nelle università britanniche, e i bianchi dai neri sui campi del Brasile – in Uruguay si era imposto come uno sport per migranti, mescolando i figli degli italiani con quelli dei lavoratori scozzesi delle ferrovie, i figli degli ex-schiavi africani con quelli degli ex-colonizzatori spagnoli, il tango e la milonga.

uruguay-1916
L’Uruguay del 1916, vincitore della prima edizione del Campeonato Sudamericano, trascinato dai gol di Gradín e Piendibene.

Per una nazione che, all’epoca dei suoi primi successi nel pallone, non aveva neppure un secolo di vita, il calcio fece da collante sociale e resuscitò il sentimento degli indomiti guerrieri indigeni Charrùa, massacrati nel 1831 a indipendenza appena conquistata. Pulsava nelle maglie giallonere del Peñarol e bianco-rosso-blu del Nacional, e nei nomi dei primissimi campioni come Isabelino Gradín, Abdón Porte e José Piendibene. Gli ispanici chiamavano questo spirito combattente garra, una parola presa in prestito secoli prima dall’arabo gharfa, che i conquistatori del sud della penisola iberica usavano per sottolineare il proprio coraggio nella lotta.

Un’altra dimostrazione di quanto l’Uruguay fosse la squadra più forte del mondo la si ritrova nei suoi allenatori. È noto che, all’epoca, l’uomo che sedeva in panchina aveva un ruolo molto meno determinante rispetto a quanto sarebbe stato qualche decennio più tardi: lo stile di gioco era frutto di consuetudini e tradizioni spesso locali, e si evolveva a seconda dell’abilità dei giocatori schierati in campo; e così l’allenatore era prima di tutto un commissario tecnico, che diramava le convocazioni, sceglieva l’undici titolare e manteneva l’ordine e la disciplina nello spogliatoio. Ma nonostante ciò, l’Uruguay si segnalava per la totale assenza di continuità in panchina, e gli allenatori venivano sostituiti quasi da una competizione all’altra, a prescindere dai risultati: il coach dell’oro olimpico di Parigi era stato Ernesto Figoli, un preparatore atletico che occasionalmente si vedeva assegnato l’incarico di allenatore in capo (nel Campeonato Sudamericano del 1923 fu affiancato a Leonardo De Lucca, in quello del 1924 a Ernesto Meliante, nel 1927 assistette Luis Grecco e, nel 1928, Primo Gianotti), ma al Mondiale del 1930 in panchina era stato promosso il 32enne Alberto Suppici, un altro preparatore atletico, stavolta impiegato nelle giovanili del Peñarol.

Mentre in Europa si affermavano il Metodo e il Sistema, Suppici riproponeva un 2-3-2-3 che altro non era che un rimaneggiamento della Piramide di Cambridge, il primo schema tattico della storia del calcio, in uso praticamente in tutto il continente, tanto che pure l’Argentina, rivale in finale della Celeste, proponeva la stessa formazione. Questa versione sudamericana della tattica del Blackburn di fine Ottocento era molto meno improntata all’attacco, con il centromediano Lorenzo Fernandez – detto el Gallego, poiché figlio di immigrati galiziani – che spesso retrocedeva sulla linea difensiva a dar man forte ai terzini; in questo modo, la fase di non possesso uruguayana si regolava di consequenza, andando ad infoltire il centrocampo in una sorta di 3-4-3 dei primordi – con le mezzali che arretravano a loro volta – così da fare valere non solo la superiorità numera, ma anche quella tecnica della squadra.

lineup

Ma Suppici non aveva inventato nulla, così come non lo avevano fatto i suoi predecessori. Il punto di forza della Celeste erano i suoi giocatori, interpreti di prim’ordine e con pochi eguali al mondo: José Leandro Andrade era un centrocampista totale, e sostanzialmente la vera stella della squadra; José Nasazzi, detto el Gran Mariscal, era capitano e di fatto il vero allenatore in campo dell’Uruguay; Pedro Cea un numero 10 atipico, che alla cartura tecnica accostava quella atletica; Pedro Petrone un centravanti rivoluzionario, che in un’epoca di prime punte di manovra si era scoperto implacabile finalizzatore, oltre che giocatore estremamente duttile sul piano tattico; Héctor Scarone il talento per eccellenza, un jolly d’attacco dalla straordinaria visione di gioco e precisissimo nei passaggi. Tutti in forza al Nacional Montevideo erano la spina dorsale della squadra, e assieme avevano già vinto tre titoli sudamericani e due titoli olimpici, prima di quello mondiale.

Ciò in cui seppe imporsi Suppici, allora, fu la sua capacità di fare scelte importanti e coraggiose, nonostante la giovane età e la modesta esperienza di panchina. E qui emerge l’ultima grande conferma della superiorità dell’Uruguay sui suoi avversari. La prima “vittima” della severità di Suppici è Andrés Mazali, l’insuperabile portiere protagonista di molti successi della nazionale sudamericana e del Nacional: a pochi giorni dall’inizio del Mondiale, l’allenatore si vede arrivare Mazali una matina, scarpe al collo e occhi arrossati da una notte di bagordi, e lo rispedisce subito a casa propria. Al suo posto viene convocato Miguel Capuccini del Peñarol, per fare da secondo a Enrique Ballesteros, modesto estremo difensore del Rampla Juniors. Tra gli esclusi figurano anche il terzino sinistro Pedro Arispe, l’ala destra Juan Pedro Arremón e l’ala sinistra Roberto Figueroa, a cui vengono preferiti i giovani Ernesto el Tío Mascheroni e Pablo Dorado, e il ventottene Santos Iriarte.

Persino Pedro Petrone si limiterà a una sola comparsata in tutto il Mondiale: ad appena 25 anni, il centravanti protagonista di molti successi della Celeste sembra quasi al culmine della carriera, a causa di una serie di infortuni che non gli danno tregua. Suppici gli preferisce Juan Peregrino Anselmo, punta del Peñarol, che si rivela l’attaccante più in forma della squadra. La storia di Anselmo si fermerà, però, a un passo dalla gloria: colto da un attacco di panico prima della finale con l’Argentina, si rifiuterà di giocare, e al suo posto verrà scelto Héctor el Manco Castro, punta con più cuore che piedi, che doveva il suo soprannome al moncherino che gli sostituiva la mano destra, persa a causa di un incidente con una sega elettrica, occorso quando aveva 13 anni e lavorava come operaio.

Tutti questi cambiamenti avrebbero tranquillamente potuto mettere in crisi una squadra di alto livello, e invece l’Uruguay seppe superarli tutti. Solo Ballestreros fece venire qualche dubbio sul proprio impiego – dubbi comunque cancellati dalle pagine di storia, dopo la vittoria finale – mentre tutti gli altri nuovi innesti si rivelarono giocatori imprescindibili per la conquista del Mondiale. Mascheroni, che con Nasazzi andò a formare una coppia perfetta, qualche anno dopo si sarebbe trasferito all’Ambrosiana Inter, e avrebbe anche disputato due partite con la nazionale italiana; Dorado, Iriarte e Castro segnarono tutti e tre nella finale contro l’Argentina. Anselmo giocò in nazionale fino al 1934, ma senza più scendere in campo. Pedro Petrone si trasferì alla Fiorentina, segnando 37 reti in due stagioni, e dimostrando che non era affatto un giocatore finito.

 

Fonti

-AA VV, Il grande calcio: Enciclopedia del calcio mondiale, Fabbri Editori

-AA VV, Il Pallone d’Oro, Perna

-AA VV, Passione mondiale, La Gazzetta dello Sport

AA VV, Mondiali 1930: Uruguay, Storie di calcio

-BIZZOTTO Stefano, Giro del mondo in una coppa, Il Saggiatore

COLA Simone, “Juan” John Harley, o della nascita del calcio in Uruguay, Uomo nel Pallone

FABBRI Alberto; Uruguay, la terra del pallone, Contrasti

-ROTA Massimo, DASSISTI Franco, Il Mondiale è un’altra cosa: la Coppa del Mondo raccontata dagli Azzurri, Bompiani

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