“Non un gioco alla Arsenal, incurante di stile e scuola. Il nostro gioco non deve basarsi per l’80% sul caso e per il 20% sui fatti coscientemente voluti, ma, al contrario, per l’80% su quelli e per il 20% su quello.” – Hugo Meisl

Questa storia comincia con un esule. Jimmy Hogan non aveva mai avuto fortuna in Inghilterra: aveva avuto una modesta carriera da giocatore, e una volta divenuto allenatore aveva deciso di emulare quel passing game che gli avevano insegnato alcuni amici scozzesi, ma di cui agli inglesi importava poco; aveva allora girovagato per l’Europa, e quando era rientrato in patria dopo la guerra lo avevano accusato di essere un traditore perché aveva lavorato per i nemici, invece che combatterli (anche se, in realtà, in Austria era stato imprigionato proprio in quanto britannico). Aveva ripreso a viaggiare, quindi, e nel 1924 aveva affiancato il connazionale Teddy Duckworth – un altro esule – nella conquista dell’argento olimpico da parte della Svizzera. Da lì, all’inizio degli anni Trenta e dopo una proficua esperienza al MTK Budapest, era giunto nuovamente in Austria.

12302015_Jimmy_Hogan_BundesligaClassic_header
Jimmy Hogan, durante un allenamento.

Tutto il calcio mitteleruopeo gravitava attorno all’Austria, che dal 1924 era divenuto il primo paese del continente ad avere un campionato professionistico. Tutto merito del segretario generale della Federazione, Hugo Meisl, che a tempo perso era anche allenatore della selezione nazionale e che da anni era alla ricerca di un nuovo stile di gioco che favorisse la tecnica dei suoi giocatori: che diventassero amici, doveva essere scritto nelle stelle.

Il 16 maggio 1931, quell’amicizia marcò un punto fondalmentale nella storia del calcio: l’Austria di Meisl, giocando il calcio di Hogan, superava 5-0 la Scozia, che per la prima volta conosceva la sconfitta contro una formazione del continente. Fu da qui che si iniziò a parlare di una squadra delle meraviglie, un Wunderteam imbattile che per la prima volta diede lustro al calcio dell’Europa centrale. L’Austria restò imbattuta per oltre un anno, quattordici partite senza subire sconfitte che valsero il trionfo nella Coppa Internazionale, antesignana degli Europei, interrote solo dall’Inghilterra a Londra, che però mai così tanto aveva sofferto per superare un avversario non britannico. E ancora, nei successivi due anni solo altre due sconfitte: una contro la Cecoslovacchia e una contro l’Italia, che però avvenne ai Mondiali del 1934 e mise la parola fine ai sogni iridati del Wunderteam. In quelle 31 partite, gli austriaci avevano messo a segno 101 reti.

lineup
Il Wunderteam a Italia 1934.

Lo chiamavano “stile scozzese”, da quegli scozzesi che già nel 1872, ostinatamente contrari al gioco rude, fisico e disorganizzato degli inglesi, avevano per primi commesso il sacrilegio di passarsi la palla tra loro. Significa un calcio fatto di rapidi passaggi, di un continuo movimento del pallone alla ricerca della costruzione del gioco, tanto che leggenda vuole che non si tirasse in porta prima che tutti e cinque i giocatori d’attacco avessero toccato la palla. Meisl e Hogan sostenevano qualcosa di più una tattica vincente: sostenevano che il calcio dovesse essere uno sport di squadra, in cui tutti potevano partecipare alla manovra, a prescindere da quanto fossero alti e robusti.

Va da sé che, in mezzo a fenomeni assoluti come Rudi Hiden – forse il più forte portiere dell’epoca assieme a Zamora, che saltò i Mondiali del 1934 dopo essersi trasferito al Racing Club de Paris – i difensori Walter Nausch e Karl Sesta, il centrocampista Pepi Smistik e punte come il giovane fenomeno Josef Bican, il carismatico Johann Horvath e l’ala destra Karl Zischek, l’elemento simbolo della squadra fosse Matthias Sindelar, detto Der Papierene, “cartavelina”, per il suo fisico esile. Centravanti atipico, che arretrava sulla trequarti per iniziare l’azione offensiva a mo’ di rifinitore, Sindelar era una perla rara nel calcio europeo dell’epoca, con una tecnica tale da renderlo più affine ai fuoriclasse sudamericani che alle stelle del Vecchio Continente.

Il tempo remava contro gli austriaci. Nel 1936, una giovane formazione non-professionistica, guidata in prima persona da Jimmy Hogan con la supervisione di Meisl, cercò di proseguire la leggenda del Wunderteam e raggiunse un sorprendente argento olimpico a Berlino, ancora una volta dietro l’Italia di Vittorio Pozzo. Meisl era malato, e da almeno due anni bersaglio delle critiche della stampa, che gli rimproveravano di non voler abbandonare la panchina su cui sedeva ormai dal 1912. Nelle vicina Germania tirava una brutta aria, e Hogan decise di tornare a casa, per allenare l’Aston Villa. Nel 1937, Hugo Meisl morì d’infarto; guidata dal suo successore, l’Austria ottenne la qualificazione ai Mondiali del 1938, ma non vi partecipò mai: nel marzo 1938, il paese fu annesso alla Germania nazista, e i suoi migliori giocatori inglobati nella nazionale tedesca.

meisl-monografie-wp-777x437
Hugo Meisl può essere considerato sotto ogni aspetto il padre del calcio austriaco e uno dei padri di quello europeo: fu tra i fondatori della Federazione austriaca e tra i promotori della sua affiliazione alla Fifa, sostenne la nascita del calcio professionistico e fu l’ideatore della Mitropa Cup, antesignana della Coppa dei Campioni, e della Coppa Internazionale.

Un mese dopo l’Anschluss, il Wunderteam giocò la sua ultima partita, superando la Germania. Sesta e Sindelar, autori delle due reti, furono gli unici che non salutarono Hitler a inizio match. Zischek si ritirò dalla nazionale. Bican migrò in Cecoslovacchia, terra d’origine dei genitori, e giocò con lo Slavia Praga fino a dopo la guerra. Sindelar morì in casa propria nel 1939, insieme alla fidanzata – un’italiana di origine ebrea – avvelenato dal monossido di carbonio di una stufa difettosa, dando vita a numerose speculazioni a proposito di suicidio o della complicità dei nazisti nella sua dipartita.

Questa storia finisce nel 1953. Allo stadio Wembley di Londra, l’Ungheria batte sonoramente l’Inghilterra per 6-3: è la seconda sconfitta degli inglesi in casa, la prima contro una squadra non britannica. A fine partita, commentando la clamorosa vittoria, l’allenatore magiaro Gusztav Sebes e il presidente della Federazione Sandor Barcs dedicarono la vittoria all’uomo che l’aveva resa possibile: “Jimmy Hogan ci ha insegnato tutto quello che sappiamo a proposito del calcio. Quando la storia del calcio verrà raccontata, il suo nome dovrà essere scritto in lettere dorate.”

Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.

Fonti

AA VV, Hugo Meisl – The banker’s son who masterminded a Wunderteam, FIFA

AA VV, Nascita e morte del Wunderteam, Storie di Calcio

AA VV, Meisl Hugo: Il padre del Wunderteam, Storie di Calcio

BEVAN Chris, Jimmy Hogan: The Englishman who inspired the Magical Magyars, BBC Sport

JENSEN N.F., Great Reputations: Austria’s Wunderteam – The godfathers of football’s soul, Game of the People

9 responses to “Padri e figli del Wunderteam”

  1. […] quei giorni si giocavano i Mondiali, e che l’Italia era in finale dopo aver appena eliminato la fortissima Austria, e che Matej era la stella di quell’Austria. Parlava solo tedesco, e nell’ospedale di […]

    "Mi piace"

  2. […] L’Italia l’aveva riscoperta, in panchina, ad Andria. Tra Fidelis, Nocerina, Cagliari e Bari, si fece un nome nel calcio di secondo piano, perché erano gli anni Trenta, e avere un ebreo come allenatore non faceva comodo a nessuno. A Giuseppe Della Santina, patron della Lucchese, questo importava poco, e anche se la sua squadra stava nella terza serie, aveva ambizioni di tornare presto nel calcio che conta: in Toscana, Erbstein trovò la dimensione che stava cercando, con un presidente che gli lasciava molte libertà manageriali, quasi quanto quelle di Herbert Chapman all’Arsenal, e che era aperto a uno nuovo stile di gioco, più propositivo e mitteleuropeo, seguendo l’esempio dell’Austria di Hugo Meisl. […]

    "Mi piace"

  3. […] Docherty si era formato filosoficamente nelle idee di calcio moderno e offensivo portate avanti da Jimmy Hogan, Matt Busby e Ron Greenwood, e in breve trasformò il suo Chelsea in una delle squadre più […]

    "Mi piace"

  4. […] che, a quelle latitudini, è sempre stato osteggiato, come insegnano le difficili esperienze di Jimmy Hogan e Jack Reynolds. “Se Dio avesse voluto che giocassimo a calcio nelle nuvole, lassù ci avebbe […]

    "Mi piace"

  5. […] la loro spettacolare filosofia di gioco era radicata in quella Mitteleruopa che già aveva prodotto il Wunderteam austriaco degli anni Trenta. Ma senza dubbio la fallita rivoluzione del 1956 segna uno spartiacque nella storia, sportiva e […]

    "Mi piace"

  6. […] supervisore della nazionale austriaca nel marzo del 1964: l’obiettivo era di far risorgere il mito del Wunderteam e qualificare la nazionale ai Mondiali inglesi, dopo l’eliminazione nella qualificazioni agli […]

    "Mi piace"

  7. […] nella capitale magiara gli servì per apprendere i dettami del passing game scozzese direttamente da Jimmy Hogan, ponendo solide basi per la sua carriera da allenatore. Così, nel 1927 aveva colto la palla al […]

    "Mi piace"

  8. […] ma ben presto i suoi allenatori – tra i quali, in quei primi anni Trenta, ci fu anche Jimmy Hogan – capirono che era abbastanza rapido e tecnico da poter essere schierato all’occorrenza […]

    "Mi piace"

  9. Appreciate thhis blog post

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Amare Matthias Sindelar – Pallonate in faccia Cancella risposta

LEGGI ANCHE