Quando la notizia si diffuse, si sollevò immediatamente un polverone: la Federcalcio irlandese FAI aveva accettato di giocare un’amichevole a Dublino contro la Jugoslavia socialista, un paese in cui i cattolici venivano perseguitati, e per questo aspramente disapprovato dall’opinione pubblica irlandese. La partita era prevista per il 19 ottobre 1955 presso il Dalymount Park, lo stadio del Bohemian FC che da un anno ospitava le gare internazionali della selezione della Repubblica d’Irlanda, ma subito sorsero delle voci contrarie, che chiedevano un passo indietro alla FAI. A proposito di voci, la più conosciuta dello sport irlandese, il commentatore radiofonico Phil Greene, devoto cattolico, dichiarò che si sarebbe rifiutato di fare la cronaca della partita, costringendo l’emittente RTE a dover prendere una decisione complicata. Ma c’erano figure ben più importanti che stavano facendo pressioni sulla Federcalcio, a partire da John Charles McQuaid.

McQuaid era l’arcivescovo di Dublino, e una delle personalità più influenti del paese. Conosceva Éamon de Valera, uno dei leader della lotta indipendentista, e aveva avuto un ruolo cruciale nella stesura della Costituzione del 1937. Oltre a questo, era un feroce anti-comunista, e tra i suoi nemici giurati c’era indiscutibilmente Tito, il Presidente della Jugoslavia. Nel 1947, McQuaid aveva spinto il parlamento e il governo a condannare ufficialmente l’arresto, da parte delle autorità jugoslave, dell’arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac. Buona parte dell’opinione pubblica si era schierata in favore della liberazione del prete croato, ignorando più o meno consapevolmente le accuse nei suoi confronti: durante la guerra, Stepinac era stato un collaboratore del governo fascista di Ante Pavelić, che si era macchiato di numerosi crimini contro l’umanità, in particolare verso gli ebrei, i serbi e i bosniaci.

Grande paese di calcio e con l’ambizione di diventare una delle migliori squadre al mondo, la Jugoslavia stava cercando di ampliare la propria visibilità internazionale attraverso lo sport, organizzando amichevoli anche con squadre esterne al blocco socialista. Nel giugno del 1949 aveva affrontato la Norvegia a Oslo, e un anno dopo aveva partecipato al Mondiale in Brasile. Nel 1954, trascinata da giocatori come Vladimir Beara, Stjepan Bobek e Branko Zebec, era arrivata fino ai quarti di finale della Coppa del Mondo in Svizzera. Per queste ragioni, l’eventualità di affrontare una nazionale di così alto prestigio aveva un grande valore per la piccola e isolata Irlanda. Il calcio non aveva la stessa popolarità che aveva nei Balcani, e la selezione della FAI non era abbastanza competitiva per riuscire a qualificarsi ai Mondiali, sebbene nel 1949 avesse ottenuto una storica vittoria sull’Inghilterra a Goodison Park.

Le amichevoli internazionali erano dunque l’occasione migliore per la FAI per mettere alla prova la propria squadra e, nel caso delle gare casalinghe, guadagnare un po’ di soldi. L’Irlanda poteva vantare alcuni ottimi giocatori impegnati nella First Division inglese, come l’ala destra dello Sheffield United Alf Ringstead, la mezzala del Middlesbrough Arthur Fitzsimons, e il polivalente Con Martin dell’Aston Villa, un centravanti che però si destreggiava egregiamente anche come terzino e addirittura come portiere. A maggio, l’Irlanda aveva battuto per 1-0 l’Olanda a Dublino, per poi perdere di misura ad Amburgo contro la Germania Ovest, detentrice del titolo mondiale. Cimentarsi con la Jugoslavia era quindi un’opportunità importante per la FAI, sebbene il suo segretario, Joe Wickham, fosse consapevole dei complicati risvolti politici della partita. Nel 1950, la FAI aveva rifiutato la proposta jugoslava di un’amichevole, che era però stata reiterata due anni più tardi. In quell’occasione, Wickham consultò McQuaid, il quale consigliò di non accettare, e di nuovo non se n’era fatto nulla.

John Charles McQuaid
Monsignor John Charles McQuaid, arcivescovo di Dublino dal 1940 al 1971.

Quando, però, nel 1955 i giornali annunciarono che la partita con la Jugoslavia si sarebbe finalmente giocata, Wickham ricevette una lettera da John O’Regan, il cancelliere della diocesi di Dublino e stretto collaboratore di McQuaid, il quale lo informava del rammarico dell’arcivescovo per non essere stato contattato per dei consigli, come era invece avvenuto in passato. È probabile che la FAI avesse deciso di procedere autonomamente, confidando che le polemiche attorno al caso di monsignor Stepinac si fossero ormai sopite, e si evitò di informare McQuaid proprio per non rinfocolarle. Infatti, le lamentele dell’arcivescovo erano tardive: ormai il match era stato ufficializzato, e non si poteva più cancellare. McQuaid, però, non era uomo da arrendersi facilmente, e così diede fondo ai suoi contatti politici per controbattere alla Federcalcio con un’insolita campagna di boicottaggio di un evento sportivo.

L’arcivescovo si rivolse a John Aloysius Costello, il Taoiseach della Repubblica d’Irlanda (vale a dire, il Primo Ministro) e leader del partito conservatore Fine Gael. Costello e il suo governo, inizialmente, non avevano posto alcun ostacolo al match, e anzi alcuni ministri avevano accettato ben volentieri l’invito della FAI al Dalymount Park, ma a quel punto venne chiesto loro di rinunciarci, anche per non inimicarsi l’elettorato. La stessa richiesta fu rivolta pure al Presidente della Repubblica, Seán O’Kelly, esponente dell’altro principale partito conservatore del paese, il Fianna Fáil. Pure O’Kelly dovette rinunciare ad assistere alla partita, ma soprattutto per non creare una crisi costituzionale con il governo di Costello, e nel frattempo scrisse al presidente della FAI, Oscar Traynor, per spiegargli i motivi della sua scelta. I due si conoscevano da tempo, dato che Traynor era un parlamentare del Fianna Fáil e, fino all’anno precedente, era stato Ministro della Difesa.

Si mosse, infine, anche il Ministro della Giustizia, Thomas Coyne, che convocò Wickham e Traynor per un ultimo disperato tentativo di convincerli a cancellare la partita. Di fronte all’opposizione dei due, Coyne arrivò a minacciare di non concedere i visti agli jugoslavi per entrare nel paese, usando come scusa la possibilità che alcuni di loro potessero approfittarne per defezionare all’Ovest, causando quindi una crisi diplomatica col governo di Belgrado. Si trattava di un’eventualità alquanto improbabile: da anni la Jugoslavia giocava partite all’estero, e non si erano mai verificate defezioni. I dirigenti della FAI replicarono al ministro spiegandogli che il danno diplomatico maggiore per l’Irlanda si sarebbe verificato proprio in caso di cancellazione della partita, e protestarono ricordando che non era mai successo che venissero negati dei visti ad atleti impegnati in una competizione ufficiale in Irlanda. Alla fine, Coyne dovette arrendersi all’evidenza che il match era ormai inevitabile, ma insistette che, in caso di defezioni dei giocatori jugoslavi, sarebbe stata la FAI a dover coprire le spese per il loro alloggio in Irlanda.

Questo ovviamente non bastò a far desistere l’arcivescovo. Il rifiuto di Phil Greene di commentare la partita condusse alla decisione della RTE di non trasmettere l’incontro via radio, e fece molto scalpore. Alla banda militare che avrebbe dovuto suonare gli inni nazionali prima del calcio d’inizio fu vietato di presentarsi, e anche il preparatore atletico della Nazionale, Dick Hearns, che lavorava in polizia, si ritirò dall’incontro. Alcuni tifosi arrivarono a fermare per strada il calciatore Con Martin per chiedergli di non giocare. Ufficialmente, McQuaid non si espresse mai sull’evento, ma istruì bene i preti irlandesi su come condannarlo nella maniera più ferma possibile durante i loro sermoni. I dirigenti della FAI vennero accusati di aver tradito il Cattolicesimo, mentre l’organizzazione irlandese dei Boy Scout denunciò pubblicamente la partita come un evento di propaganda in favore del regime titino. Diverse associazioni cattoliche promossero delle manifestazioni di protesta, minacciando di turbare il regolare svolgimento della partita.

Irlanda-Jugoslavia 1955
Il volantino ufficiale della partita.

Considerato tutto questo, quel che accadde effettivamente il 19 ottobre fu piuttosto sorprendente. 22.000 persone vennero al Dalymount Park per assistere alla partita: non certo una folla oceanica, in uno stadio da 40.000 posti, ma di certo un buon numero, considerando che si trattava di un’amichevole di calcio giocata il mercoledì sera. Fu ancora più significativo se si pensa che la quasi totalità della popolazione irlandese era cattolica e, quindi, teoricamente stava dalla parte di McQuaid. La protesta organizzata dalla Legion of Mary fuori dallo stadio raccolse invece un numero molto esiguo di persone, contrariamente alle attese. Un individuo solitario, appena fuori dall’ingresso dello stadio, sventolò pacatamente una bandiera del Vaticano. La squadra jugoslava, accolta da Traynor in sostituzione delle autorità irlandesi, che avevano disertato l’incontro, venne addirittura applaudita dal pubblico al suo ingresso in campo.

Il fallimento del boicottaggio orchestrato dall’arcivescovo di Dublino fu una sorpresa per tutti, soprattutto tra le massime autorità politiche irlandesi. Era probabilmente il segno che la classe lavoratrice, che rappresentava la stragrande maggioranza del pubblico del calcio, non vedeva di buon occhio le ingerenze del clero nelle materie sportive. Molto stimato in quanto figura religiosa, McQuaid era però spesso ritenuto abbastanza ingombrante in ambito politico. Le sue invettive contro i comunisti, del tutto minoritari in Irlanda, sembravano ai più esagerate e l’influenza che esercitava sui politici aveva un valore piuttosto controverso. Se la sua campagna di boicottaggio poteva aver allontanato dal Dalymount Park un certo numero di tifosi cattolici, aveva finito per attirare persone non interessate al calcio ma infastidite dagli atteggiamenti dell’arcivescovo. Era il caso di Dan Breen, eroe della guerra d’indipendenza e grande tifoso di calcio gaelico, che decise di andare alla partita come forma di solidarietà verso Oscar Traynor, sia in quanto uomo di sport sia in quanto collega di partito nel Fianna Fáil.

La Jugoslavia s’impose per 4-1, ma questo ha finito per diventare un dettaglio secondario nella storia. Due anni dopo, la FAI organizzò una seconda amichevole a Dublino contro un paese del blocco socialista, la Romania, e di nuovo McQuaid cercò di boicottarla, facendo pressioni sul governo perché non concedesse i visti ai calciatori romeni. Nel frattempo, però, Traynor era stato nominato Ministro della Giustizia, e fu subito molto chiaro sul fatto che i visti sarebbero stati emessi regolarmente. Per l’arcivescovo, fu la sconfitta definitiva: nel 1958, l’Irlanda ospitò la Polonia, e l’anno successivo anche la Cecoslovacchia, senza la minima protesta da parte delle autorità ecclesiastiche. Questa non fu comunque la vicenda più controversa in cui fu coinvolto John Charles McQuaid: alla fine degli anni Novanta, molto tempo dopo la sua morte, emersero diverse testimonianze che lo accusavano di pedofilia e di aver coperto altri preti pedofili.

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Fonti

DUNGAN Miles, On This Day – 19.10.1955 Ireland v Yugoslavia – John Charles defied, MilesDungan.com

MCCABE Conor, Catholics, Communists & Hat-Tricks: The Ireland v Yugoslavia Soccer International Of 1955, Beyond the Last Man

QUINN James, Hosting ‘the tools of Tito’ – Ireland v. Yugoslavia, 19 October 1955, History Ireland

Una risposta a “1955: il caso del boicottaggio della Jugoslavia a Dublino”

  1. Certo che questo intreccio tra politica, religione e sport ha dell’inquietante… Il poster della partita è meraviglioso, sto pensando di stamparmene una replica ed appenderlo a casa.

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