Quelli del 1966 si apprestavano a essere i Mondiali di calcio più entusiasmanti di sempre: il ritorno del football a casa sua, in Inghilterra, con i Three Lions pronti a contendere il titolo al fortissimo Brasile di Pelé, vincitore delle ultime due edizioni. Ma nei mesi precedenti l’inizio del torneo, a far discutere era stata soprattutto la minaccia degli emergenti paesi africani figli della decolonizzazione: se non fosse stato assegnato loro almeno un posto di qualificazione diretta, avrebbero boicottato interamente il torneo. Se la FIFA intendeva davvero organizzare un “campionato del mondo”, allora tutto il mondo aveva diritto di parteciparvi. Solo che a Zurigo i dirigenti del calcio internazionale erano di ben altro avviso.

Nel gennaio 1964, la FIFA aveva annunciato la suddivisione dei posti per le qualificazioni al Mondiale inglese: 10 squadre sarebbero arrivate dall’Europa, 4 dal Sudamerica, 1 dall’America Centrale e Settentrionale, e l’ultimo posto sarebbe spettato contemporaneamente ad Africa, Asia e Oceania. Significava che 19 squadre su tre continenti avrebbero dovuto contendersi un unico posto per il torneo finale, mentre nell’area CONMEBOL tre squadre su nove (più il Brasile, detentore del titolo mondiale) avrebbero avuto l’accesso diretto, e in quella CONCACAF sarebbe stata comunque una squadra su nove a volare in Inghilterra. Ma all’inizio degli anni Sessanta si era in piena fase di decolonizzazione: sempre più paesi africani diventavano indipendenti dalle potenze europee, e facevano affidamento sul calcio come strumento di coesione e di sviluppo sociale. Avere un posto garantito ai Mondiali era parte di una più ampia battaglia contro l’impostazione coloniale ed eurocentrica della FIFA.

La CAF (Confédération Africaine de Football) era stata fondata nel febbraio 1957 a Khartoum, in Sudan, inizialmente con soli quattro membri (Egitto, Sudan, Etiopia e Sudafrica), ma era rapidamente cresciuta e in pochi anni aveva superato la decina di federazioni iscritte, diventando la seconda confederazione per grandezza dopo quella europea. Il suo valore andava ben oltre l’ambito sportivo, rappresentando l’unica organizzazione panafricana fino al 1963, quando venne creata l’Organizzazione dell’Unità Africana. Per contro, però, il calcio europeo aveva iniziato a reagire arroccandosi su sé stesso: la nascita della UEFA era motivata proprio dal bisogno di creare, all’interno della FIFA, un’istituzione che salvaguardasse gli interessi delle federazioni del Vecchio Continente di fronte all’emergere di nuovi paesi in Africa e in Asia. Il timore degli europei era che, sulla base del principio democratico della FIFA per cui ogni membro esprimeva un voto e tutti avevano lo stesso peso politico, la decolonizzazione avrebbe significato che il Terzo Mondo avrebbe preso il sopravvento sul Primo.

Una delle prime idee per far fronte a questa eventualità era stata quella di dare più peso alle federazioni europee, per controbilanciare il crescente numero delle federazioni africane e asiatiche. Vista l’impraticabilità di questa soluzione, però, si era deciso di concentrarsi sulla questione dei posti per la qualificazione alla Coppa del Mondo. Dalle fasi preliminari del Mondiale del 1962 era emerso il Marocco come vincitore del girone africano, ma i Leoni dell’Atlante erano stati costretti a un proibitivo spareggio contro la prima eliminata dalle qualificazioni europee, ovvero la Spagna, costruita sull’ossatura del Grande Real Madrid e con Alfredo Di Stéfano come stella. Le Furie Rosse si erano prevedibilmente imposte per 1-0 a Casablanca e per 3-2 a Madrid. Quando, in vista del Mondiale del 1966, era stato ribadito che l’Africa non avrebbe avuto un posto assicurato nella fase finale, le federazioni della CAF decisero di insorgere, e a dare il via alla protesta fu il Ghana.

Ohene Djan Ghana
Ohene Djan divenne presidente della Federcalcio ghanese GAFA nel settembre 1957, e fu l’artefice della costituzione della selezione nazionale, della FA Cup e del campionato ghanesi, prima di essere promosso da Kwame Nkrumah a Ministro dello Sport nel 1960.

Il Ghana era divenuto indipendente dal Regno Unito nel 1957, ed era stato il primo paese subsahariano a liberarsi dal colonialismo. Il suo Presidente, Kwame Nkrumah, era un convinto sostenitore del panafricanismo ed era persuaso che il calcio potesse essere uno strumento utile non solo per costruire un senso comunitario in paesi che mettevano arbitrariamente assieme etnie e culture differenti, ma anche per perseguire l’unità e la fratellanza tra i vari stati africani. Aveva dato quindi grande impulso a questo sport, mettendolo al centro delle celebrazioni annuali dell’indipendenza, fondando lui stesso un club polisportivo (il Real Republicans) e inaugurando nel 1960 una competizione interafricana che portava il suo nome, la Kwame Nkrumah Gold Cup. Nel 1963, il Ghana aveva ospitato e vinto la sua prima Coppa d’Africa, trascinato dalle reti di Edward Acquah e travolgendo in finale il Sudan per 3-0. La straordinaria qualità delle Black Stars sarebbe stata confermata nell’edizione di due anni dopo, rivinta in Tunisia grazie alle prestazioni dell’eccezionale ala destra dell’Asante Kotoko Osei Kofi.

La squadra ghanese si presentava alle qualificazioni ai Mondiali del 1966 con i favori del pronostico per la vittoria almeno del girone africano, ma la questione politica sull’accesso diretto alla fase finale era ritenuta molto più importante dalle autorità politiche. Con il sostegno di Nkrumah, il Ministro dello Sport Ohene Djan inviò un telegramma alla FIFA per protestare contro l’allocazione dei posti per la Coppa del Mondo, ricevendo subito il supporto ufficiale di Ydnekatchew Tessema, il presidente della Federcalcio etiope. Il tema politico era ovviamente centrale, ma nelle loro rimostranze i due dirigenti sportivi segnalavano anche un problema economico non secondario: uno spareggio tra Africa, Asia e Oceania avrebbe costretto i giovani paesi coinvolti in spese considerevoli per le rispettive trasferte. La presa di posizione di Djan era particolarmente importante, perché il capo dello sport ghanese era anche entrato da poco nel Consiglio Esecutivo della FIFA. Tuttavia, non fu sufficiente a ricevere una risposta positiva da parte del presidente Stanley Rous, e così nel luglio del 1964 le federazioni della CAF minacciarono di disertare le gare di qualificazione.

In quei mesi, Nkrumah e Djan avevano agito diplomaticamente presso le altre federazioni africane per arrivare proprio a una presa di posizione comune, nell’ottica unitaria panafricana che stava guidando il movimento post-coloniale. Il contrasto con la FIFA non era però limitato alla questione della qualificazione diretta al Mondiale, bensì anche al problema del Sudafrica. La federazione sudafricana era stata tra i membri fondatori della CAF, ma ne era stata pure immediatamente sospesa, in seguito al rifiuto di schierare una squadra mista alla prima edizione della Coppa d’Africa. Nel 1958, ai tempi della presidenza di Arthur Drewry, la FIFA aveva dato seguito alle richieste della CAF e sospeso a sua volta il Sudafrica, ma quando, nel 1961, Rous era salito al vertice dell’organizzazione, l’atteggiamento della FIFA era cambiato. Nel 1963, Rous aveva ottenuto la promessa – per la verità molto poco credibile – che il Sudafrica avrebbe schierato una squadra di soli neri nelle qualificazioni ai Mondiali del 1970 e una di soli bianchi in quelle per i Mondiali del 1966. La FIFA aveva dunque riammesso i sudafricani, inserendoli nel girone asiatico per aggirare il boicottaggio della CAF.

Era chiaro che Rous era un sostenitore del regime suprematista bianco del National Party e un aperto oppositore dei movimenti anti-colonialisti. Riteneva, ipocritamente, che il calcio africano non fosse ancora abbastanza maturo per poter competere con quello europeo o americano. Per questo motivo, nel 1965 la FIFA stabilì che ogni federazione calcistica che si fosse rifiutata di partecipare alle qualificazioni mondiali avrebbe ricevuto una multa di 5.000 franchi svizzeri, abbastanza da mandare in bancarotta le associazioni sportive africane. La CAF cercò una mediazione per salvare sia il movimento che la protesta, e riuscì a ottenere una riduzione della sanzione a 1.000 franchi. Tessema accusò apertamente la FIFA di adottare pratiche intimidatorie e repressive contro chi osava dissentire. Il compromesso trovato non accontentava nessuno, ma al tempo stesso accontentava tutti: le federazioni africane non avevano ottenuto il posto al Mondiale, ma potevano portare avanti il loro boicottaggio; la FIFA non era riuscita a farle desistere dalla protesta, ma aveva salvato la faccia multandole.

Memo CAF FIFA 1966
La lettera del 1964 in cui la CAF annunciava la possibilità di boicottare le qualificazioni al Mondiale di due anni dopo.

Il girone di qualificazione tra Asia e Oceania era stato ridotto a sole quattro squadre, ma alla fine appena due riuscirono effettivamente a scendere in campo: la Corea del Nord e l’Australia. La Corea del Sud era stata invece costretta a ritirarsi nel 1965 per problemi logistici, mentre il Sudafrica era stato nuovamente squalificato nell’autunno del 1964, grazie a un voto interno alla FIFA in cui le altre federazioni africane avevano messo in minoranza Rous. Quell’esperienza aveva probabilmente fatto capire al presidente della FIFA che, di quel passo, i paesi africani sarebbero divenuti talmente numerosi e influenti nell’associazione da poter compromettere la sua rielezione. Così, nel 1967 la FIFA decise di garantire alla CAF il tanto agognato posto assicurato alla fase finale dei Mondiali: nell’edizione del 1970, il Marocco sarebbe divenuto la prima selezione africana a disputare la Coppa del Mondo nel dopoguerra.

Per Nkrumah e Djan, però, fu un successo solamente morale. Nel febbraio del 1966, mentre il Presidente si trovava in missione di pace ad Hanoi, in Vietnam, in Ghana avvenne un colpo di stato militare che esautorò il suo governo, compreso Djan. Ma pure Stanley Rous aveva i giorni contati: i suoi continui tentativi di proteggere il regime dell’apartheid sudafricano gli avevano ormai del tutto alienato il sostegno delle federazioni africane. Alle elezioni presidenziali della FIFA del 1974, il brasiliano João Havelange si presentò con un programma apertamente in favore dei paesi del Terzo Mondo, e riuscì così a ottenere la nomina. Pochi giorni dopo, durante i Mondiali in Germania Ovest, lo Zaire sarebbe diventato la prima selezione dell’Africa subsahariana a prendere parte alla fase finale della Coppa del Mondo. Negli anni successivi, Havelange portò avanti una politica di ampliamento dei partecipanti al torneo, dando così alle africane e alle asiatiche lo spazio che meritavano, senza sottrarre posti alle federazioni degli altri continenti.

Nella foto di copertina: il Presidente ghanese Kwame Nkrumah stringe la mano ai giocatori della squadra del suo paese.

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Fonti

-DARBY Paul, Politics, resistance and patronage: the African boycott of the 1966 World Cup and its ramifications, Ulster University

EDWARDS Piers, How Africa boycotted the 1966 World Cup, BBC News

-SIMIYU NJORORAI Wycliffe W., Contextualization of Africa’s Historic Boycott of the 1966 World Cup and Its Legacy, in ‘Sport and Protest in the Black Atlantic’, Routledge

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