Gli anni Settanta sono l’epoca degli striscioni. Gli stadi italiani si riempiono rapidamente di questi strani e insoliti manufatti, marcati da nomi di battaglia che rivendicano la nascita di un nuovo modo di tifare. Ma ce n’è uno, a Torino, che è diverso da tutti gli altri, posto proprio accanto a quello degli Ultras Granata: S.L.A.S. Donne Ultras. Le donne, allo stadio, non sono mai mancate, neppure in curva, ma sono di solito una presenza marginale, spesso accompagnano un fidanzato ultras e, pur partecipando al tifo, restano figure di secondo piano. Nella Curva Maratona, invece, un piccolo gruppo di ragazze è diventato gradualmente influente tra gli ultras maschi, fino a conquistarsi un proprio spazio e il diritto di esporre uno striscione. Negli anni della seconda ondata femminista, anche gli spalti degli stadi sono diventati terreno di lotta politica ed emancipazione.
“S.L.A.S.” è semplicemente l’acronimo delle quattro fondatrici del gruppo: Susanna, Luisa, Anna e Silvia. Adolescenti ultras, che diventano immediatamente riconoscibili negli stadi d’Italia, anche grazie alle foto che vengono pubblicate sul magazine Calciofilm. Quella granata, per alcune di loro, è una fede di famiglia: Luisa è figlia di un ex giocatore della Primavera del Grande Torino, ha iniziato ad andare allo stadio nel 1971 assieme a sua cugina. Susanna, l’altra leader del gruppo, è cresciuta invece in una famiglia in cui il calcio si seguiva poco e la sua educazione sportiva si è svolta a scuola, attraverso un istinto di ribellione contro la netta predominanza juventina della classe. Nel 1972 ha convinto uno zio a portarla a vedere il Torino e si è subito convinta che il posto in cui doveva stare era la Maratona. In prima superiore ha conosciuto Silvia, venendo attirata dal suo zainetto con la scritta “Forza Toro”. Insieme, hanno iniziato ad andare a comprare di nascosto i biglietti per la curva, dove infine hanno stretto amicizia con Luisa. Nel 1973/74 si è poi aggiunta Anna, la più piccola del gruppo. Una domenica mattina, in piazza Castello, prima di una trasferta a Milano, Susanna ha preso una bomboletta e su un muro ha scritto le loro iniziali.
In campo, il Toro sta vivendo un’epoca d’oro sotto la presidenza di Orfeo Pianelli. Nel 1971 ha conquistato la Coppa Italia, grazie a una squadra solida che vanta elementi di esperienza come il capitano Giorgio Ferrini, Aldo Agroppi e Luciano Castellini, mescolati a giovani del calibro di Claudio Sala, Renato Zaccarelli e Paolino Pulici. È la stessa squadra che nel 1972 sfiora lo scudetto, fermandosi a un solo punto dalla Juventus, e che nel 1976, sotto la guida tecnica di Luigi Radice, vincerà il suo settimo titolo nazionale. Specularmente, sugli spalti gli Ultras Granata si stanno affermando come una delle tifoserie più organizzate e vivaci in Europa, diventando un punto di riferimento del nascente movimento ultras. Sull’onda del Sessantotto, i giovani reclamano un ruolo sempre più attivo nella società, portando avanti un cambiamento culturale che si ritrova tanto nelle strade quanto in altri spazi pubblici, stadi di calcio compresi.
Nato come fenomeno essenzialmente maschile, però, il tifo ultras si è ritrovato praticamente da subito a dover fare i conti con le donne, che diventano una sorta di nuova frontiera della rivoluzione sugli spalti. Il diritto di tifare in modo diverso, rivendicato dai giovani maschi nei confronti delle generazioni di tifosi adulti formatesi a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si trasmette alle giovani tifose donne, la cui battaglia non è solamente generazionale, ma anche di genere. Gli Ultras Granata, all’epoca tutti maschi, accettano nel proprio gruppo le S.L.A.S., che diventano una componente attiva della tifoseria: partecipano alle riunioni in cui si organizzano striscioni e coreografie, stanno in prima fila sugli spalti, prendono parte alle trasferte e, quando è necessario, anche agli scontri con gli ultras rivali. “Come da tutte le parti, siamo state accettate con molte difficoltà. – spiega Susanna, davanti alla telecamera di Daniele Segre – Una volta eravamo trattate molto male. Cioè, il solito ruolo sessuale delle donne e basta”.
Segre ha pochi anni più di loro, è un regista alessandrino che ha iniziato come fotografo per poi darsi ai documentari. È uno dei primi, nel mondo della cultura italiano, a cogliere la portata rivoluzionaria di questi ultras: a metà anni Settanta inizia a frequentare la curva della Juventus, e in particolare i Fighters, scattando una serie di fotografie che vengono poi raccolte, nel 1976, in un libro chiamato Il potere deve essere bianconero (uno slogan dei tifosi ripreso dalle manifestazioni della sinistra extra-parlamentare: “Il potere deve essere operaio”). Due anni dopo intervista i Fighters davanti alla macchina da presa, e trasforma il suo libro in un documentario. Poi si mette a lavorare a un film più ampio che racconti le tifoserie torinesi e questo nuovo fenomeno sociale e culturale che è il tifo negli stadi, largamente sottovalutato dai media italiani. Da una serie di interviste che, questa volta, coinvolgono anche gli Ultras Granata, nasce, nel 1980, Ragazzi di stadio. Tra i vari protagonisti del documentario di Segre, Susanna, portavoce delle S.L.A.S., emerge come una delle figure di spicco della tifoseria del Toro.
Nel frattempo, altri gruppi di tifo femminili che si schierano al fianco dei maschi in curva stanno emergendo anche in altre città, in particolare a Genova, dove le Girls della Sampdoria contendono alle S.L.A.S. la palma di primo gruppo ultras al femminile in Italia (così come i blucerchiati Ultras Tito Cucchiaroni contendono ai Granata il titolo di primi tifosi a definirsi “ultras”). In alcune tifoserie, le donne contribuiscono all’organizzazione del gruppo e, a volte, hanno anche ruoli di responsabilità, come suonare i tamburi o gestire la tesoreria. Ma, alla fine degli anni Settanta, solo negli Ultras Granata sono arrivate ad assumere un ruolo alla pari dei maschi: come viene spiegato a Segre, il gruppo ha una sorta di consiglio direttivo composto da otto membri, di cui la metà sono ragazze. “Noi lavoriamo come loro. – dice Susanna – Cioè, allo stadio alla mattina alle 9.00, cinque o sei ore prima della partita. Poi due volte a settimana a trovarci, poi le bandiere…”. E aggiunge anche un commento che conferma che essere donne in curva è anche, in qualche modo, una battaglia per i propri diritti, sottolineando il problema che, negli stadi, ci sono i bagni solo per gli uomini.
Ribellione ed emancipazione vanno a braccetto. Le S.L.A.S. sono diventate, in pochi anni, una componente fondamentale degli Ultras Granata: si occupano di tutta la logistica del gruppo, della gestione del materiale, della realizzazione degli striscioni da portare in trasferta. Questo forse non cancella del tutto un atteggiamento sessista di fondo dell’ultras maschio nei loro confronti, ma di sicuro lo mitiga: la loro dedizione alla causa le rende del tutto pari ai colleghi maschi più attivi nella curva, e permette loro di guadagnarsi il rispetto del gruppo, e anche delle altre tifoserie italiane. Diventano così delle pioniere. “Non so se mi hanno dato spazio o me lo sono preso, forse entrambe le cose. – racconterà, anni dopo, Giusi, che negli anni Settanta era una componente dei Forever Ultras del Bologna – Gli ultras sono inclusivi, accolgono. In curva ci sono tutti, senza distinzione di censo e appartenenza sociale”. Le nuove tifose, sebbene ancora minoritarie e ignorate anche dalla maggior parte di quei pochi media che trattano il mondo ultras, rappresentano una rottura non solo con la rappresentazione classica della donna italiana, ma anche con il modello dell’attivista politica. “A 14 anni andavo allo stadio, con addosso l’eskimo e le Clarks. E con il tamburo legato dietro alle spalle. – dirà in seguito Cinzia Toniolo, ultras del Vicenza – Le mie amiche andavano in discoteca, io allo stadio. I pregiudizi c’erano: eri una ragazza fuori dagli schemi”.
“Non volevo essere la donna del guerriero. Io volevo essere il guerriero.” – Susanna Penna, S.L.A.S.
Cinquant’anni dopo, la presenza delle donne negli stadi di calcio è decisamente più normalizzata, anche nelle curve. Quella del Torino è ancora frequentata da Susanna e Luisa, che nel 2018 sono state intervistate dal programma di Rai2 Nemo, raccontando la loro passione per il tifo e il loro essere ancora, dopo tutti questi anni, delle ultras. Mostrano i loro tatuaggi del Toro con il numero 12, simbolo della Maratona, e le magliette e i cimeli collezionati negli anni. Dicono che la vita da ultras “ci ha forgiato” e ha dato loro “la non paura di combattere e di affrontare a viso aperto quello che ti capita”. Sono ancora in contatto, anche se Anna si è trasferita da tempo in Emilia-Romagna e Silvia è morta, ancora molto giovane, nel 2004.
La loro eredità vive sulle gradinate dello stadio olimpico Grande Torino, che oggi sono tra quelle con la maggiore presenza di donne, anche tra gli ultras. “In curva le donne granata spesso sono ancora più calde degli uomini: le si vede con le bandiere, io stessa ho suonato il tamburo in mezzo agli ultras. – racconta a La Stampa Erika Borotti, presidente del gruppo ‘Bogia Nen Granata’, rispondendo nel 2018 a un volantino degli Ultras Lazio, che escludeva le donne dalle prime fila della curva biancoceleste – Non ho mai visto discriminazioni di questo tipo in Maratona: nei gruppi del Torino una cosa del genere non accadrebbe mai.”
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Fonti
–CROCIFISSO Ivana, “In curva suono il tamburo”: l’urlo delle donne del Toro, La Stampa
–MERCATANTE Rosita, Donne ultras: “Volevo essere il guerriero”, La Via Libera
–ORZELLA Selenia, ROSSI TANI Giorgia, La mia domenica da Ultrà, Nemo (Rai2)
–PIOVANO Diego, Slas Donne Ultras, Toro News
-SEGRE Daniele, Ragazzi di stadio








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