Venerdì 5 dicembre, la FIFA ha assegnato a Donald Trump il primo “Premio per la Pace” della sua storia. Un premio annunciato a sorpresa un mese prima, inventato da Gianni Infantino senza consultare nessun altro dirigente della FIFA, e coordinato da un comitato nato l’ottobre precedente e diretto da un uomo accusato di aver collaborato con la giunta militare birmana. Già solo quest’ultima frase dovrebbe essere sufficiente per spiegare il titolo di questo articolo: è il punto più basso mai toccato dal calcio. Ma la cosa peggiore è che, nei prossimi anni – che dico? Già nei prossimi mesi! – potremmo toccare un fondo ancora più fondo.
Una logica obiezione sarebbe: perché dovrebbe essere peggio di Qatar 2022? O di Argentina 1978? In fondo, in quei casi si parlava di gravissime violazioni dei diritti umani, di migliaia di morti, mentre qui siamo davanti solamente a un premio. Nel 1978 e nel 2022, la FIFA fece l’impossibile per nascondere queste problematiche e per minimizzarle, ma oggi ha compiuto un passo in più: le sta legittimando apertamente. Di più, il premio per la pace a Trump è un’aperta negazione della realtà in cui tutti noi viviamo, un tentativo di definire uno spazio parallelo e alternativo di pura propaganda. Argentina 1978 fu una parentesi, figlia di circostanze sfavorevoli (il Mondiale venne assegnato quando nel paese sudamericano c’era la democrazia; la giunta di Videla salì al potere solo nel 1976). Qatar 2022 è stato decisamente un evento ricercato in maniera più consapevole, ma che Infantino si ritrovò tra le mani (l’assegnazione avvenne alla fine del 2010, ai tempi di Blatter, che peraltro ha poi detto di non essere stato favorevole ma di aver dovuto accettare i risultati del voto). Nel 2025, la FIFA non ha e non intende neppure cercare delle scusanti.
Le guerre che Trump (non) ha fatto finire
Le motivazioni del premio assegnato a Trump ci offrono un quadro molto chiaro di questo mondo parallelo in cui la FIFA vuole costringerci a vivere. Il Presidente degli Stati Uniti è stato premiato per avere portato la pace tra: Repubblica Democratica del Congo e Ruanda; Israele e Palestina; Israele e Iran; Armenia e Azerbaijan; India e Pakistan; Egitto ed Etiopia; Thailandia e Cambogia; Serbia e Kosovo. E tuttavia nessuna di queste guerre è mai stata davvero interrotta:
- RD Congo/Ruanda: nei mesi successivi all’accordo di pace dello scorso giugno, i ribelli M23 (appoggiati dal Ruanda) hanno continuato a uccidere centinaia di persone in Congo. Il nuovo accordo di pace firmato giovedì scorso a Washington è stato definito “precario” da vari analisti internazionali, e già il giorno dopo nuovi scontri nella regione del Kivu meridionale hanno portato centinaia di persone a fuggire dalle proprie case.
- Israele/Palestina: non c’è ancora nessun accordo di pace, ma piuttosto un cessate il fuoco stabilito ad ottobre, e da allora l’esercito israeliano avrebbe già ucciso oltre 300 civili palestinesi a Gaza, portando il computo totale di questi oltre due anni di conflitto a più di 70.000 vittime.
- Israele/Iran: la “guerra” tra Israele e Iran è stata in realtà uno scambio di missili durato poche ore, nel giugno 2025. Trump rivendica un accordo di pace che è pura propaganda, meramente simbolico.
- Armenia/Azerbaijan: in questo caso, Trump ha fatto finire una guerra che era già finita. Il conflitto tra i due paesi andava avanti dai primi anni Novanta, ed è sostanzialmente terminato quando, nel settembre 2023, l’Azerbaijan ha dissolto nel sangue la repubblica armena dell’Artsakh, prendendo il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. L’Armenia, senza più nessuno a sostenerla (la Russia si è fatta silenziosamente da parte), non ha avuto altra scelta che riconoscere la vittoria azera.
- India/Pakistan: uno scambio di missili durato quattro giorni, tra due paesi che sono da sempre sull’orlo della guerra atomica. L’accordo rivendicato da Trump è un cessate il fuoco che non pone le basi per nessuna pace duratura nella regione. E, secondo il governo indiano, Trump non ha avuto alcun ruolo nell’accordo.
- Egitto/Etiopia: non c’è stata alcuna guerra tra Egitto ed Etiopia, e non è stato firmato alcun trattato di pace tra i due paesi nel 2025.
- Thailandia/Cambogia: ad agosto, Trump ha imposto ai due paesi (che dipendono dalle esportazioni verso gli Stati Uniti) di interrompere le scaramucce al confine, durate un paio di giorni. A novembre le tensioni sono tornate a crescere e la Thailandia ha abbandonato le trattative di pace.
- Serbia/Kosovo: non c’è stata alcuna guerra e nessun accordo di pace è stato firmato. I due paesi sono da sempre ai ferri corti, a volte si verificano tensioni ai confini, ma non ci sono combattimenti in corso dal 1999. Lo scorso giugno, però, Trump ha annunciato di punto in bianco di aver evitato lo scoppio di una guerra tra Serbia e Kosovo, senza aver mai chiarito cosa avrebbe fatto nel concreto o quanto si sarebbe stati vicini a un conflitto.

Una bugia ripetuta più volte diventa una verità, ed è ciò che Trump sta cercando di fare con questa storia delle guerre: aveva bisogno di un premio che certificasse il suo essere un “uomo di pace”, ma il Comitato del Nobel non lo ha voluto assecondare. Così è intervenuto l’amico Infantino. E mentre la FIFA sposa completamente la propaganda MAGA, negli ultimi dodici mesi Trump ha minacciato l’annessione del Canada, espulsioni di massa e una guerra col Venezuela. Con queste premesse, viene da domandarsi quali saranno i futuri vincitori di questo premio per la pace, che avrà una cadenza annuale (quasi certamente Bin Salman, magari tra qualche anno, più vicino al Mondiale del 2034 in Arabia Saudita; forse Putin, vecchio amico di Infantino, nel caso in cui si dovesse arrivare a un qualsiasi accordo di pace in Ucraina). L’ambizione, tutt’altro che segreta, del capo della FIFA, è che il premio diventi più importante del Nobel per la Pace, in una rincorsa ad affermare la FIFA come il principale organo politico-diplomatico (oltre che culturale ed economico, ovviamente) del pianeta. D’altronde, come fa sempre bene ricordare, già vanta più membri dell’ONU.
Perché Infantino è intoccabile
È legittimo domandarsi come sia possibile che un personaggio come Infantino, dopo tutto quello che sta facendo e il modo in cui sta umiliando il calcio davanti agli occhi del mondo, possa restare a capo della FIFA. La sua popolarità, specialmente in Europa, non è altissima, sia per via della performance in Qatar e della successiva assegnazione del Mondiale del 2034 all’Arabia Saudita, sia per i ben noti conflitti con la UEFA. Ma nel resto del mondo gode di ampio consenso, ed è questo che conta: l’elezione del presidente della FIFA avviene tramite un voto a maggioranza tra tutte le 211 federazioni; quelle europee sono appena 55, mentre Africa e Asia da sole (101) rappresentano quasi la metà dei consensi necessari per essere rieletti.
In un sistema che, di fatto, non ha scopo di lucro, il potere di un presidente della FIFA risiede nella quantità di fondi che può distribuire tra le varie federazioni. Questi dipendono ovviamente dai guadagni dovuti a sponsor e competizioni, ma variano da una federazione all’altra a seconda dei risultati che le rispettive squadre ottengono nelle competizioni FIFA. È per questo motivo che Infantino sta puntando molto sull’aumentare il numero dei tornei, la loro frequenza e anche il numero delle partecipanti: significa avere più fondi da dividere tra più membri dell’associazione. Si sta così creando una rete clientelare sempre più ampia, che gli garantisce di essere rieletto. Non è che sia proprio una novità: nel 1974, João Havelange divenne il primo presidente della FIFA non europeo proprio grazie alla promessa di aumentare il numero delle squadre partecipanti ai Mondiali, dando più spazio alle federazioni asiatiche e africane. Negli ultimi anni, Infantino ha invece:
- inaugurato un nuovo Mondiale per Club quadriennale a 32 squadre (che si somma dalla nuova Coppa Intercontinentale annuale a 6 squadre);
- ampliato la Coppa del Mondo a 48 squadre;
- proposto di ampliare il Mondiale per Club a 48 squadre e di renderlo biennale dal 2029;
- ipotizzato la trasformazione della Coppa del Mondo per nazionali in un torneo biennale;
- ampliato la Coppa del Mondo femminile a 48 squadre a partire dal 2031;
- proposto di portare la Coppa del Mondo maschile a 64 squadre nel 2030;
- assegnato le prossime due edizioni della Coppa del Mondo maschile complessivamente a 7 paesi diversi;
- assegnato le prossime tre edizioni della Coppa del Mondo femminile complessivamente a 6 paesi diversi (differenti dai sette che ospiteranno i prossimi Mondiali maschili);
- inventato un Mondiale per Club femminile a 16 squadre con cadenza quadriennale (debutterà nel 2027) e una seconda competizione mondiale per club femminili a 6 squadre (la Women’s Champions Cup) che si disputerà annualmente a partire dal 2026.

Peggio del 1978, peggio del 2022
Un altro aspetto poco considerato ma assolutamente fondamentale per comprendere il punto di ineguagliabile bassezza che il calcio ha raggiunto a causa del suo perverso legame con Trump, è quello segnalato da Simon Kuper (per chi non lo conoscesse, l’autore di Football Against The Enemy). Quando, in precedenza, sono stati organizzati dei Mondiali in paesi autoritari, le autorità locali hanno sempre fatto in modo di mostrare al mondo un volto positivo e, soprattutto, estremamente accogliente. Lo si è visto soprattutto in Russia nel 2018, in un paese che, secondo Kuper, in tutta la sua lunga storia non era mai stato così aperto ai visitatori stranieri come in quel momento. Tre anni fa, il Qatar fece alcune concessioni piccole e puramente simboliche, permettendo il consumo di alcol (sebbene in spazi delimitati e teoricamente solo per i turisti) e addirittura dicendosi pronto ad accogliere anche i tifosi della comunità LGBTQ+.
Ovviamente si trattava solo di una facciata, da tenere in piedi per la durata limitata dell’evento, ma queste banalissime iniziative ci sono state. Gli Stati Uniti di oggi si vantano invece di non essere accoglienti: i tifosi iraniani e haitiani probabilmente non potranno entrare negli USA a causa del travel ban emesso da Trump lo scorso giugno. Addirittura il presidente della Federcalcio dell’Iran, Mehdi Taj, non ha ricevuto il visto per assistere al sorteggio di venerdì a Washington: una cosa molto grave ma di cui è parlato poco, e che ha smentito le rassicurazioni che le stesse autorità statunitensi avevano dato nei mesi scorsi, dicendo che il travel ban non avrebbe riguardato atleti, personale tecnico e dirigenti sportivi. Trump e la sua cricca hanno denigrato gli immigrati haitiani, descrivendoli come selvaggi che mangiano i cani e promettendo di espellerli dal paese. Negli scorsi giorni ha definito gli immigrati somali come “spazzatura” e ha fatto altre simili promesse.
Gli Stati Uniti di oggi schifano quasi tutto il resto del mondo, minacciano persone vulnerabili e anche i loro stessi alleati (le tensioni dei mesi scorsi con Canada e Messico, co-organizzatori del Mondiale, sono un elefante nella stanza piuttosto ingombrante), ma pretendono di essere amati e riveriti. È il ritorno della mentalità assolutista, ma su scala globale. Davanti a tutto questo, la FIFA – a nome dell’intera comunità del calcio, che, ci piaccia o meno, di fatto rappresenta – non è solo condiscendente, come poteva essere stata in passato con altri governi autoritari, ma addirittura esplicitamente a favore. Venerdì, Infantino ha assicurato a Trump il proprio “appoggio” per le sue politiche, mettendosi dalla parte del Presidente statunitense molto più di quanto aveva fatto tre anni fa col Qatar o sette anni fa con Putin, o di quanto avesse fatto Havelange con Videla. Questo, purtroppo, è il mondo in cui viviamo (e giochiamo) oggi.
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