Un giorno dell’autunno del 1973, Pedro Graffigna, centrocampista 28enne del Santiago Wanderers, andò da sua moglie Patricia Montes e le disse che dovevano lasciare il paese. Il colpo di stato militre di Augusto Pinochet, avvenuto a settembre, aveva rivoltato il Cile: i militanti di sinistra sparivano nel nulla, arrestati e torturati dalla polizia. Graffigna aveva diverse conoscenze in Unidad Popular, la coalizione che nel 1970 aveva portato all’elezione a Presidente di Salvador Allende, suicidatosi il giorno del golpe per non essere preso vivo dai militari. Era un calciatore famoso e piuttosto apprezzato in Cile, ma non si sentiva al sicuro, soprattutto perché era un cittadino straniero. La sua idea fu dunque di farsi coraggio e portare la famiglia in Uruguay, il suo paese natale, sebbene qualche mese prima anche a Montevideo si era verificato un colpo di stato militare.

Graffigna lasciava così il Cile dopo sette anni. Quando era poco più di un ragazzo si era trasferito dall’Uruguay in Cile in cerca di fortuna come calciatore, firmando con l’Unión La Calera. Aveva subito avuto successo, diventando un punto di riferimento del club e uno dei centrocampisti offensivi migliori del campionato locale. Già nel 1968 aveva invitato suo fratello minore – Uruguay Graffigna, di professione attaccante – a raggiungerlo in Cile, dove quest’ultimo avrebbe poi avuto una discreta carriera e ottenendo la possibilità, nel 1972, di trasferirsi nel più ricco campionato messicano. Pedro aveva invece continuato a giocare e a segnare con le maglie dei Rangers de Talca e del Deportes Antofagasta, prima di trasferirsi al Santiago Wanderers nel 1973. Si divideva tra il lavoro da calciatore e l’attivismo politico nelle fila del Partito Comunista cileno, e si era ambientato talmente bene nel nuovo paese da aver sposato anche una donna del posto, da cui aveva avuto quattro figli.

La decisione di cambiare paese non era stata semplice per la famiglia Graffigna, ma necessaria. La prima opzione che gli si era presentata era stata quella di un trasferimento in Italia, in uno stato democratico e in un campionato molto ricco, ma era anche un rischio maggiore, comportando un ambientamento più complicato e maggiori difficoltà in termini di carriera. Tornare in Uruguay era sembrato più conveniente, sia per motivi famigliari che politici: Graffigna voleva continuare a impegnarsi in politica, e voleva farlo dove ce n’era più bisogno. Il fatto di essere un atleta famoso lo metteva teoricamente al riparo dalle conseguenze più feroci della repressione del regime di Juan María Bordaberry. Alla fine del 1973 rientrò quindi nel suo paese natale, firmando con il Defensor Sporting di Montevideo, il club in cui era cresciuto. Lì, si mise subito in contatto con i militanti del sindacato socialista Convención Nacional de Trabajadores (CNT), che durante il golpe aveva organizzato uno sciopero di protesta, a seguito del quale 18 dei suoi dirigenti erano stati fatti sparire nel nulla dai militari.

Il Defensor non fu solo una scelta di cuore, ma anche politica. Girava voce che la squadra, sebbene radicata nel quartiere alto-borghese di Punta Carretas, avesse una solida base di sinistra, con diversi giocatori – come ad esempio l’ala mancina Beethoven Javier – che gravitavano attorno al Frente Amplio, la coalizione di sinistra che era stata ufficialmente dissolta dal regime. L’allenatore era José Ricardo de León, che era stato un buon giocatore negli anni Quaranta, e che passato in panchina aveva iniziato a predicare uno stile di gioco in controtendenza con la tradizione uruguyana, preferendo la propensione offensiva e il pressing, in maniera simile a ciò che in Europa stava facendo l’Ajax. Anche De León era di idee socialiste, e questo finì presto per causargli problemi; così nel 1975 il tecnico decise di lasciare l’Uruguay per trasferirsi in Messico, conquistando il titolo nazionale con il Toluca, trascinato dai gol del centravanti ecuadoregno Ítalo Estupiñán.

José Ricardo de León con i giocatori del Toluca.

Nello stesso anno, invece, in Uruguay Pedro Graffigna scoprì per la prima volta che, anche da calciatore, fare l’attivista politico sotto la dittatura di Bordaberry poteva essere pericoloso. La polizia lo fermò e lo trovò in possesso di alcuni volantini del CNT, che il centrocampista aveva ottenuto da un amico, il militante comunista Roberto Cabrera. Graffigna fu arrestato e portato in prigione, e gli agenti fecero irruzione in casa sua con le armi in pugno, terrorizzando la moglie e i figli del giocatore. Non trovarono nulla di compromettente, ma Patricia Montes era convinta, in quel momento, che il marito avrebbe finito per aggiungersi alla terrificante lista dei desaparecidos. Fortunatamente, l’intervento di Julio Franzini, il presidente del Defensor, risolse in fretta le cose, e dopo due giorni Graffigna poté tornare a casa. Da quel momento, però, divenne uno degli obiettivi delle forze dell’ordine, che occasionalmente lo fermarono di nuovo nei mesi successivi, trattenendolo per qualche ora e poi rilasciandolo sempre per via delle pressioni di Franzini.

L’anno successivo De León fece ritorno sulla panchina del Defensor, dopo un fugace passaggio su quella del Rosario Central, appena prima che pure in Argentina i militari prendessero il potere. Il club viola era arrivato solo nono nel precedente campionato, ma sotto le nuove indicazioni tattiche di De León e con Graffigna all’apice della forma il rendimento della squadra fu subito eccellente. Le prestazioni sportive della squadra erano accompagnate anche dalle crescenti simpatie dei dissidenti politici, che elessero la squadra a simbolo dell’opposizione al regime militare. Un parallelismo che divenne ancora più forte quando, dopo un pareggio per 2-2 al Centenário contro il Nacional, la giovane ala destra Julio Filippini dedicò il suo primo gol tra i professionisti al fratello Eduardo, che in quel momento era in carcere con l’accusa di essere un militante dei Tupamaros. Subito dopo, il giornalista che aveva raccolto le sue parole – un 28enne Víctor Hugo Morales – venne prelevato e interrogato dalla polizia, mentre nei giorni successivi Filippini subì un’aggressione da uno sconosciuto: la paura fu tale che per diverso tempo non uscì di casa, e finì per ritirarsi dal calcio senza più tornare a giocare una sola partita.

Dopo i primissimi anni di assestamento, nel 1976 la dittatura uruguayana aveva inasprito la propria spinta repressiva, e le notizie delle torture dei prigionieri politici iniziarono a diffondersi. In quel clima, il Defensor era divenuto un simbolo di resistenza: nello spogliatoio si intonavano le canzoni di Alfredo Zitarrosa, cantante e militante del Frente Amplio che dal febbraio di quell’anno era andato in esilio in Spagna, e a ogni gol Graffigna festeggiava levando il pugno sinistro al cielo. Il 25 luglio, vincendo all’ultima giornata contro il Rentistas con reti di Alberto Santelli e del veterano Luis Cubilla, il Defensor conquistava un clamoroso titolo nazionale: per la prima volta dal 1932, anno in cui era stato istituito il campionato professionale uruguayano, una squadra che non fosse il Peñarol o il Nacional conquistava la Primera División. E quel successo divenne l’ennesima opportunità per i giocatori per mandare un messaggio contro la dittatura.

Inizialmente avevano pensato di scendere in campo a ritirare la coppa di campioni nazionali vestiti a lutto, ma la dirigenza del club si era opposta, ritenendolo un gesto troppo esplicito che il regime non avrebbe lasciato passare impunito. Si optò dunque per una protesta più sottile: al momento della volta olimpica – il tradizionale giro di campo con il trofeo – i giocatori del Defensor si mossero insolitamente in senso antiorario, percorrendo il perimento del campo verso sinistra invece che verso destra. Alla maggior parte del pubblico e dei giornalisti sembrò soltanto una cosa bizzarra, e lo stesso Graffigna si rese conto in seguito che anche dei militanti di sinistra che conosceva non avevano compreso il gesto della squadra. Ma nonostante questo il giro di campo del Defensor, che rompeva gli schemi della tradizione – a margine di un campionato che aveva spezzato il potere tradizionale dei due più prestigiosi club del paese – passò alla storia, diventando il primo grande segnale di dissenso della popolazione verso la dittatura all’interno di uno spazio pubblico.

La squadra del Defensor Sporting del 1976: Pedro Graffigna è il primo in basso da destra.

Ciò non fece altro che esacerbare ancora di più i rapporti tra i militari e Graffigna, che negli anni successivi fu nuovamente infastidito e provocato in vario modo. Alla fine, per via della sua attività politica il regime decise di ritirargli il passaporto con una scusa nel 1978, di fatto impedendogli di rappresentare ancora la Nazionale. Nel 1981, dopo un’ultima esperienza al Rampla Juniors, decise di ritirarsi dal calcio giocato. Nel frattempo in Uruguay c’era stato il Mundialito del 1980, un evento con cui la dittatura sperava di ottenere una grade visibilità positiva a livello internazionale, e che invece si rivelò una piattaforma straordinaria per la contestazione contro i militari. Dopo quel torneo, il regime uruguayano entrò in declino, cadendo infine nel 1985. Proprio in quell’anno Pedro Graffigna divenne allenatore del Club Atlético Progreso, ma quell’esperienza si interruppe dopo 23 giorni a causa dei conflitti con la dirigenza del club, visto che l’ex-centrocampista si lamentava costantemente delle pessime condizioni contrattuali dei suoi giocatori. Con il ritorno alla democrazia, abbandonato il calcio, Graffigna ottenne un lavoro nella distribuzione dei giornali del Partito Comunista.

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Fonti

GAMA Pablo, El profesor Ricardo de León, el entrenador del legado infinito, ESPN

KETELHUTH Fernão, A história de Graffigna, o jogador que peitou a ditadura no Uruguai, Vice

LARA Miguel Ángel, Defensor, el equipo ‘rojo’ que ganó a la historia, Marca

Pedro Graffigna, Que la Cuenten Como Quieran

Una risposta a “Pedro Graffigna e il Defensor Sporting contro la dittatura”

  1. Molto interessanti questi tuoi articoli sul rapporto (e scontro) tra calcio e dittatura in Uruguay. Grazie!

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