“Aiutare gli altri mi ha dato un grande spinta nella vita. Ma io non parlavo per le persone: insegnavo loro come parlare per sé. Ero solo uno strumento, e mi piaceva.” – Darius Dhlomo

Nel gennaio del 1958 Darius Dhlomo ricevette una lettera inaspettata ma decisamente benvenuta: lo invitava ad Almelo, un cittadina dei Paesi Bassi orientali, per giocare a calcio nella squadra locale, l’Heracles. Per Dhlomo, quella chiamata – dopo tanti rifiuti ricevuti quando si era proposto ai club inglesi e svedesi – era un’ancora di salvezza. Per lui, in Sudafrica, non c’era più posto, né come atleta né come insegnante: nel giro di un decennio, il National Party aveva stravolto il paese e istituzionalizzato il razzismo a ogni livello. Emigrare, per quanto doloroso, era l’unica possibilità che gli restava e il calcio poteva essere uno strumento di emancipazione anche in Europa, come lo era stato per altri suoi connazionali, a partire dal suo vecchio amico Steve Mokone, che giocava all’Heracles e probabilmente aveva messo il suo zampino in quella lettera.

Si trattava di un bel salto, non solo sul piano tecnico: a quasi 27 anni era forse troppo vecchio per adattarsi a un calcio come quello europeo, sebbene non di primissimo piano. Dhlomo era un validissimo centrocampista in Sudafrica, dove giocava nelle competizioni limitate ai neri con il Baumannville City Blacks, e si era fatto la fama di giocatore talentuoso e di grande personalità, arrivando anche a capitanare la selezione nera della Provincia di Natal, nella quale aveva conosciuto Steve Mokone, attaccante che ai tempi militava nei fortissimi Bush Bucks di Durban. Se c’era una cosa che però tutti riconoscevano a Dhlomo era la sua grande determinazione e la capacità di riuscire in qualunque cosa volesse. Non era semplice, per un giovane uomo nero sudafricano, riuscire a ottenere i risultati che nella vita si era conquistato lui.

Figlio di un verniciatore in un garage di Durban, Darius Dhlomo era cresciuto in una famiglia mediamente agiata nella township di Baumanville, insieme a tre fratelli e due sorelle. I suoi genitori avevano investito molto nell’istruzione dei figli, consapevoli che solo lo studio poteva emanciparli dalle difficili condizioni della popolazione nera del paese. Attraverso la scuola Darius si era avvicinato allo sport, iniziando a giocare a calcio come portiere, ruolo per cui sembrava particolarmente portato grazie alla sua altezza. Una volta adolescente si sarebbe spostato più avanti nel campo, ma avrebbe anche iniziato a praticare il pugilato, riscuotendo anche qui un certo successo: a metà anni Cinquanta conquistò il titolo dei mediomassimi della Provincia di Natal e poi anche quello nazionale dei massimi leggeri, ovviamente sempre competendo solo con pugili neri. Alto e robusto, era un mediano formidabile per prestanza fisica ma possedeva anche una discreta precisione nei passaggi, caratteristiche che era certo gli sarebbero tornate utili in Europa.

Steve Mokone (a sinistra) e Darius Dhlomo, ai tempi dell’Heracles Almelo.

Dhlomo era un personaggio dai mille talenti. Alla passione per lo sport affiancava quella per la musica jazz: grande fan di Duke Ellington, Count Basie e Nat King Cole, da ragazzo aveva messo su un quartetto vocale con cui si esibiva per strada per raccogliere qualche soldo, ed era diventato abbastanza apprezzato come cantante in città. E poi c’era lo studio, che non aveva mai abbandonato. Si era diplomato e aveva ottenuto l’abilitazione a insegnante, ottenendo l’incarico di professore di lingua e letteratura inglese presso la Lamontville High School, il liceo di una cittadina pensata per ospitare la classe media nera sudafricana. Quando Lamontville era stata fondata, nel 1934, l’integrazione tra bianchi e neri era ancora possibile, per quanto distante; nel momento in cui Darius Dhlomo ci arrivò per insegnare a scuola, il regime dell’apartheid aveva già preso piede. Nel giro di pochi anni, il governo decise di riformare l’educazione per i neri attraverso il programma della Bantu Education, che prevedeva di impartire solo corsi utili al consolidamento di una classe di lavoratori sottospecializzati, escludendo i giovani africani dai più alti livelli di apprendimento. A quel punto Dhlomo decise che il lavoro da professore non aveva più senso, se non poteva insegnare qualcosa che potesse fare davvero crescere i suoi studenti.

Aveva abbandonato un buon lavoro, venendo assunto temporaneamente come istruttore di educazione fisica presso la Young Men’s Christian Association di Durban. Un cambio di occupazione che non serviva solo a mantenersi, ma anche ad allontanare da sé sospetti politici: se le autorità avessero scoperto che aveva smesso di insegnare lo avrebbero probabilmente interrogato sulle sue ragioni, ed era facile che la sua militanza per l’African National Congress e la sua attività anti-apartheid sarebbero venute fuori. Ma anche così, trasferirsi effettivamente all’estero non sarebbe stato facile: oltre a dover pagare 100 sterline per ottenere il passaporto, avrebbe dovuto superare i controlli delle autorità sudafricane, molto severe nel concedere l’espatrio agli atleti noti per il loro impegno politico. Il rischio era che Dhlomo andasse all’estero non solo per giocare a calcio, ma anche per fare propaganda contro il governo di Pretoria. Dovette attendere fino a novembre prima di avere il documento, quando sua sorella lo convinse a contattare un avvocato bianco, che era peraltro il segretario locale del National Party: quattro giorni dopo gli fu consegnato il passaporto e poté andare in Olanda.

Il suo nuovo paese non era certo privo di pregiudizi razziali, ma rispetto al Sudafrica era davvero un altro mondo. Dhlomo venne accolto calorosamente dai dirigenti bianchi dell’Heracles, che lo accompagnarono in auto fino ad Almelo; venne accolto gentilmente da uomini bianchi in un hotel che lo chiamavano “Signore” ed erano al suo servizio; venne celebrato con affetto da tifosi bianchi ansiosi di vederlo in campo. Il giorno del suo primo allenamento, quasi senza pensarci, andò a cambiarsi in uno stanzino dove tenevano i palloni: era talmente indottrinato dalle regole segregazioniste che aveva dato per scontato che anche in Europa funzionasse così. Furono i compagni di squadra ad andare a chiamarlo e dirgli di venire con loro negli spogliatoi, perché lì tutti si cambiavano assieme. Anche durante l’allenamento, era esitante nell’andare al contrasto con i giocatori bianchi, e l’allenatore Jan Bilj dovette prenderlo da parte per spiegargli che poteva giocare liberamente, senza trattenersi. Debuttò il 16 novembre nel derby contro il Rigtersbeek Enschede, e in breve divenne uno dei punti di riferimento della squadra.

All’epoca, il suo stile di gioco aggressivo e proattivo era abbastanza insolito nei Paesi Bassi, e gli valse rapidamente i favori del pubblico. Il calcio olandese era ancora praticamente amatoriale, tatticamente e tecnicamente arretrato rispetto al resto d’Europa, e anche a livello economico le possibilità erano abbastanza limitate. Così Dhlomo trovò altre occasioni per integrare i propri guadagni, riprendendo anche l’attività pugilistica, grazie alla conoscenza con l’allenatore di boxe Theo Huisaanr: il 14 settembre 1959 disputò il suo primo incontro professionistico a Rotterdam, sconfiggendo ai punti in dieci riprese il tedesco Gerhard Moll. Siccome Huisaanr era venuto a conoscenza anche del talento canoro del suo atleta, al termine dell’incontro lo fece esibire in un piccolo show, e Dhlomo cantò così il popolare brano jazz I Can’t Give You Anything but Love, Baby. Le canzoni a fine incontro sarebbero divenute un trend ricorrente della sua carriera pugilistica in Olanda.

Dhlomo, anziano, assieme a Nelson Mandela, nei primi anni Novanta.

La vita da atleta di Darius Dhlomo si concluse nel 1962, dopo aver giocato anche con Vitesse Arnhem, DHC Delft, Tubantia Hengelo ed Enschedese Boys. Per quella data, aveva perfezionato la sua padronanza dell’olandese e aveva completato gli studi per diventare assistente sociale, assicurandosi un lavoro importante da svolgere una volta ritiratosi. Si integrò perfettamente nella società olandese, sposando anche un donna del posto, Gerry, da cui ebbe due figli, Lindiwe e Nandi. Nel frattempo, il 21 marzo 1960 in Sudafrica era avvenuto il massacro di Sharpeville: 70 persone erano state assassinate dalla polizia, che aveva aperto il fuoco su una folla che stava manifestando pacificamente contro l’apartheid. Per via della sua attività politica non gli fu mai consentito di tornare nel proprio paese natale, e quando la madre morì non poté assistere al suo funerale.

Per tutta la sua vita, Dhlomo non smise mai di occuparsi di politica e di aiutare il prossimo, e negli anni successivi al ritiro dall’attività agonistica fu anche eletto consigliere comunale per il Partito del Lavoro. Poté tornare in Sudafrica solo nel 1992, dopo la caduta del regime dell’apartheid, ottenendo l’opportunità di incontrare Nelson Mandela, il primo Presidente nero del paese ed esponente di spicco dell’African National Congress. La sua storia pionieristica iniziò a essere recuperata dai media sia in Sudafrica che nei Paesi Bassi, e nel 2010 venne invitato come ospite ai Mondiali sudafricani. Nel 2015 il Presidente Jacob Zuma lo ha insignito infine dell’Ordine di Ikhamanga, un importante riconoscimento sudafricano per “il suo eccellente talento in varie discipline sportive. La sua tenacia, il suo talento puro e il suo trionfo nello sport hanno ispirato generazioni di aspiranti calciatori e pugili che hanno visto in lui l’epitome dell’eccellenza”.

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L’episodio del podcast dedicato alla storia del calcio in Sudafrica durante l’apartheid.

Fonti

-ALEGI Peter, A biography of Darius Dhlomo: transnational footballer in the era of apartheid, Sport & Society

DLUNGWANA Mbali, Dhlomo hailed as a hero!, Daily Sun

Portret van Darius Dhlomo, Netwerk

Una risposta a “Darius Dhlomo: calciatore e insegnante nel Sudafrica dell’apartheid”

  1. Che storia, quasi da romanzo.

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