La finale di ieri sera tra Real Madrid e Borussia Dortmund è stata l’atto conclusivo della storia della Champions League, o più correttamente della prima Champions League. Dalla prossima stagione subentrerà un nuovo format, che di fatto inaugurerà una nuova fase della storia del torneo, se non un torneo del tutto diverso. La Fase 3 della lunga vita della principale competizione europea per club non comporterà però un cambio di nome, come avvenuto per la transizione precedente: ormai il brand si è consolidato, e non avrebbe senso modificarlo. Le motivazioni di questo cambio, oggi, appaiono molto più politiche di quelle di 32 anni fa, quando furono soprattutto le sirene dei maggiori introiti economici a spingere per la rivoluzione: adesso, pur restando importantissima la questione dei guadagni, la UEFA è stata mossa principalmente dalla necessità di rispondere a una possibile scissione dovuta al progetto della Superlega. Ma cosa resta del torneo che ha trasformato il calcio europeo nello sport globale per eccellenza?

Innanzitutto, resta proprio questo status. Il rinnovamento della vecchia Coppa dei Campioni, all’inizio degli anni Novanta, ha fatto da apripista all’ascesa del football a sport più seguito al mondo, capace infine di conquistare – non senza difficoltà – anche il mercato nordamericano. Lo ha fatto soprattutto trasformando un torneo ideale, a cui partecipavano appunto solo i campioni nazionali di ogni federazione della UEFA, in un brand universalmente riconosciuto. Basti pensare al nome, per esempio: il vecchio torneo non aveva una denominazione univoca, e variava dall’italiano Coppa dei Campioni alla Coupe des clubs champions européens francese (il nome filologicamente più corretto, trattandosi di un’invenzione del direttore de L’Équipe Gabriel Hanot), fino alla European Cup inglese. Dal 1992, ogni nazione del mondo ha adottato lo stesso nome per identificare la competizione: Champions League, o per esteso UEFA Champions League. Un nome, un logo, addirittura un inno: la Champions come istituzione europea al pari della UE, anzi anche più di essa, per il rispetto e il prestigio che ha ottenuto a livello internazionale.

Il momento storico in cui la Champions League è nata è stato decisivo per la sua affermazione. Tre anni prima cadeva il Muro di Berlino, e con esso tutto il mondo comunista, aprendo a un totale cambiamento politico, almeno in Europa e nel mondo occidentale. La fine della guerra fredda ha comportato il definitivo epilogo dell’epoca delle dittature latinoamericane sostenute dalla CIA, mentre in Europa i partiti di sinistra sono entrati in una fase di avvicinamento al liberalismo, il cui massimo rappresentante è stato il New Labour di Tony Blair. In Italia, il passaggio di consegne dal Vecchio al Nuovo Mondo è stato segnato anche da Tangentopoli, che ha spazzato via un’intera classe politica con i suoi partiti: un evento talmente epocale che i giornali hanno deciso impropriamente di ribattezzarlo come la fine della Prima Repubblica (un linguaggio ripreso dalla storia politica francese, dove però il passaggio da una Repubblica a un’altra ha come precondizione necessaria un cambiamento della Costituzione, che nel nostro paese non è invece mai avvenuto).

La Champions League ha quindi rappresentato implicitamente tutto questo: un nuovo torneo per un nuovo calcio, emblema di un mondo che cambia, in cui l’Europa diventa – o almeno ambisce a diventare – più importante dei singoli paesi membri (il Trattato di Maastricht è del 7 febbraio 1992, sette anni dopo viene approvata la riforma della moneta unica). È un periodo che si porta con sé molte promesse e speranze, che 32 anni dopo sono state in realtà in gran parte disattese. L’Europa è oggi preda più che mai dei nazionalismi, le forze politiche che vorrebbero abbandonare l’Unione – un’entità ancora del tutto avulsa dagli interessi e dalle percezioni della popolazione del continente – o l’Eurozona sono sono in aumento. E, allo stesso modo, anche la UEFA è preda di contrasti, tra i già citati scissionisti della Superlega alla rivalità con la FIFA, che infatti ha deciso di contrapporre alla Champions League il nuovo Mondiale per Club. Il calcio europeo è oggi dominato dai fondi d’investimento nordamericani, dai governi del Golfo, dai procuratori ingombranti e dai rapporti discutibili con i vertici politico-sportivi di paesi come la Russia, la Turchia o l’Ungheria.

La Puskás Aréna di Budapest, inaugurata nel 2019, è diventata l’emblema del potere politico-sportivo di Viktor Orbán: ha ospitato tre gare degli Europei del 2021, diversi match in campo neutro delle coppe europee, la finale dell’Europa League del 2023, e sarà il teatro della finale di Champions League del 2026.

Oltre a tutte le tematiche politiche, i 32 anni anni della Champions League vanno giudicati anche da un punto di vista più essenzialmente sportivo, com’è ovvio. Il format per cui il torneo è divenuto noto ci ha messo in realtà diversi anni per affermarsi: debuttò in realtà già nell’ultima edizione della Coppa dei Campioni, quella del 1991/92 – quando dopo gli ottavi di finale scattò una fase a due gironi da quattro, le cui prime classificate disputarono poi la finale – ma ci volle fino all’edizione 2003/04 per vedersi affermare la struttura con vari turni preliminari e una fase finale a 32 squadre, divisa prima in otto gironi da quattro e poi in tre turni a eliminazioni diretta di andata e ritono, con finale unica in campo neutro. Quindi, anche se nella mente di molti ha ormai preso forma il falso ricordo di un radicale prima e dopo datato 1992, la rivoluzione della Champions ci mise ben 11 anni (su 32 di esistenza complessiva) per trovare il suo equilibrio.

Allora come oggi, la riforma era stata resa necessaria dal bisogno di aumentare le partite, e cioè i guadagni: un leitmotif che accompagna tutta la storia del calcio, per la verità, fin da quando nel 1888 nacque la Football League inglese, che quattro anni dopo avrebbe assunto il nome di First Division. Tutti questi grandi cambiamenti della storia del football hanno portato con sé gli stessi interrogativi e gli stessi conflitti: come rendere il torneo più ricco per i club importanti, senza compromettere l’equo diritto di partecipare e competere da parte di tutte le squadre? Nella Coppa dei Campioni, ogni campionato qualificava il proprio vincitore al torneo, per cui teoricamente i bulgari avevano gli stessi diritti degli spagnoli. Il rovescio della medaglia era che bastava poco per venire eliminati nei primi turni, vedendosi sfuggire i lauti guadagni delle fasi più avanzate della competizione. Le possibilità di sviluppo erano dunque troppo limitate. L’istituzione di una fase a gironi, in grado di garantire un numero fisso di partite, soddisfava le richieste dei club, mentre l’aumento del numero degli incontri (dai 59 della Coppa dei Campioni 1990/91 si era passati ai 73 dell’edizione 1991/92, e infine agli 82 della prima annata della Champions League 1992/93) faceva felice sia le casse della UEFA che delle televisioni.

In questi anni, il numero delle partecipanti alla fase finale è sempre rimasto uguale, con 32 squadre, ma è aumentato il numero complessivo dei club in corsa, tramite l’introduzione di fasi preliminari sempre più lunghe. In quest’ultima edizione, per intenderci, hanno gareggiato in tutto 78 club, per un totale di 213 partite. È stato questo il grande motivo del successo della Champions League, a ben vedere: un cospicuo aumento della partecipazione al torneo, che è diventato meno selettivo e più aperto. In poche parole, teoricamente più democratico. Eppure sta proprio qui il grande paradosso – e, se vogliamo essere sinceri, il grande fallimento – della Champions League: questo netto aumento della partecipazione è andato di pari passo con un forte restringimento della competizione. Nelle 37 edizioni precedenti alla riforma del 1992, il trofeo era stato vinto da 19 club diversi su 35 differenti finaliste; nelle 33 edizioni seguenti, invece, le vincitrici sono state appena 14 su 21 finaliste diverse. L’equilibrio tra i top club è quindi cresciuto, come si nota dalla rarità di lunghi cicli vincenti di un’unica società, ma il divario tra queste e tutte le altre è aumentato a sua volta: sono diventate sempre meno le squadre che possono ambire a sollevare la coppa.

In realtà si tratta di un problema non unicamente della Champions League: lo stesso identico percorso è stato seguito anche dai campionati nazionali, e non solo nei principali paesi della UEFA. Tutto ciò è stato frutto di una particolare congiuntura storica, ovviamente. Una maggiore liberalizzazione della partecipazione alla Champions League ha avvantaggiato i campionati più ricchi, cioè quelli con le squadre più forti e più tifate, che hanno attirato maggiormente l’interesse delle televisioni. I diritti tv sono diventati la nuova gallina dalle uova d’oro del calcio europeo, finendo per ampliare le differenze tra un paese e l’altro. Il crollo del socialismo – e di conseguenza anche delle sue economie – nell’Est Europa ha reso i club locali dei facili terreni di caccia per le più ricche e attraenti squadre occidentali. Con la sentenza Bosman, le società italiane, spagnole e inglesi – e, in seconda battuta, tedesche e francesi – hanno avuto la possibilità di assicurarsi a prezzi vantaggiosi i migliori giocatori degli altri campionati meno ricchi, ampliando ancora di più la forbice. Più partecipanti alla massima competizione europea, allora, ha finito per non significare più democrazia ed equilibrio, ma anzi maggiore disuguaglianza.

Il Real Madrid, tra il 2016 e il 2018, è stato l’unica squadra a confermarsi campione della Champions League: nella Coppa dei Campioni, ci erano riuscite ben otto squadre. Ma i Blancos hanno anche vinto otto trofei nell’arco di 24 anni, mentre nella vecchia competizione ne vinsero sei ma solo nel giro di un decennio, per poi restare a digiuno per oltre 30 anni.

A dispetto degli slogan sbandierati dal presidente della UEFA Aleksander Čeferin, non c’è nessun motivo per credere che la nuova riforma della Champions League possa invertire la rotta, ma anzi potrebbe ulteriormente inasprire questa situazione. Discutere se il format che debutterà nella prossima stagione sia migliore o peggiore di quello attuale è abbastanza inutile: certamente susciterà tanto interesse quanta diffidenza e critiche, ma sul lungo periodo finiranno tutti per accettarlo e apprezzarlo, come è avvenuto con i vari modelli che lo hanno preceduto. Il vero guai, semmai, è che questa riforma non solo non risolverà i veri problemi del calcio europeo attuale, ma non ha nemmeno provato a confrontarsi con essi.

Negli scorsi giorni, il sindacato internazionale dei calciatori FIFPro ha promesso battaglia contro l’aumento delle partite stagionali, denunciando i rischi per la salute dei giocatori, soprattutto dal punto di vista degli infortuni. Finora, infatti, il calcio ha sostanzialmente ignorato gli interessi dei giocatori, pensando che la sola compensazione economica bastasse a evitare conflitti. Più partite significa dunque ampliare le rose, con un aumento ulteriore della spesa per acquisti e ingaggi, che finirà sul medio periodo per compensare in negativo i nuovi introiti della competizione. E nel frattempo metterà in difficoltà gli allenatori, costretti a gestire rose sempre più numerose, complicando le possibilità di ottenere ottimi risultati, e trasformandosi in un boomerang a livello finanziario per le stesse società. Tutto questo senza considerare che il mercato dei diritti televisivi sembra avvicinarsi a punto di crisi, mentre i tifosi si sentono sempre più marginalizzati e inascoltati, trasformati in meri consumatori di uno spettacolo domestico via via più costoso. Dalla prossima stagione, alla fin fine, potrebbe non cambiare poi così tanto nel calcio.

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2 risposte a “Addio alla Champions League”

  1. Ma ad un certo punto, in Champions League non si è sperimentato anche un format a due fasi a gironi? È un mio falso ricordo?

    Comunque, la necessità di ampliare le rose, come giustamente sottolinei, mal di accorderà con il fair-play economico, e dunque credo che il rischio sia quello di restringere ulteriormente il numero di società che possono ambire alla coppa (che poi era quello che volevano coloro che hanno avanzato la proposta della Superlega). Aggiungo poi un’altra considerazione: ma in un calcio sempre più simile allo star system, dove non si guarda una partita ma un calciatore, questa necessità di “ruotare le squadre” non renderà il “prodotto” anche meno appetibile per sponsor e televisioni?

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    1. Ricordi bene: dal 1999/2000 al 2003/2004 (quando si affermò la formula terminata quest’anno) c’era una doppia fase a gironi, seguita dalla fase a eliminazione diretta dai quarti.

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