La recente impresa della nazionale palestinese, che per la prima volta nella storia ha superato la fase a gironi della Coppa d’Asia, ha portato molti tifosi a domandarsi come mai a questa competizione non partecipi anche Israele, che geograficamente è un paese mediorientale. Com’è noto, la federazione ebraica fa parte della UEFA, la confederazione europea: disputa le qualificazioni agli Europei, si gioca la qualificazione ai Mondiali tra le nazionali del Vecchio Continente, e i suoi club competono regolarmente nei tornei UEFA. La ragione di questa stranezza è facilmente intuibile alla luce del lungo conflitto israelo-palestinese, ma non è sempre stato così, anzi: fino al 1968, Israele si era sempre piazzato sul podio della Coppa d’Asia, vincendola anche nel 1964, e la sua unica presenza ai Mondiali, nel 1970, era stata proprio in rappresentanza della confederazione asiatica AFC. Il punto di svolta nella storia del calcio israeliano si è verificato nel 1974, ma le radici di questo evento sono chiaramente molto complesse.

Nell’ottobre del 1973, Israele era stato attaccato all’improvviso da una coalizione di stati arabi guidata da Egitto e Siria. L’obiettivo era vincere gli israeliani e convincerli a smilitarizzare il Sinai, il Golan, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, occupati dopo la Guerra dei sei giorni del 1967. La Guerra del Kippur, scoppiata nell’autunno del 1973, era la terza guerra aperta nel Medio Oriente a vedere coinvolti da un lato Israele, e dall’altro i principali paesi arabi. Ma le sue conseguenze erano state ben maggiori dei precedenti scontri, sebbene il conflitto fosse terminato con un nulla di fatto: l’appoggio dell’OPEC all’invasione araba, operato attraverso un aumento del prezzo del petrolio per le potenze filo-israeliane, aveva aperto una crisi economica globale, mentre l’iniziale sbandamento delle truppe di Tel Aviv aveva messo in crisi il ruolo di Israele come potenza militare dominante nella regione. Questa situazione aveva innescato la prima grave crisi nel Partito Laburista locale – al potere dal 1948 – costringendo alle dimissioni Golda Meir e consolidando la destra nazionalista del Likud di Menachem Begin, molto più intransigente sulla questione palestinese.

L’ostilità araba verso Israele aveva raggiunto il suo apice. Così, all’interno della Lega Araba era iniziata a sorgere l’idea di inasprire il boicottaggio nei confronti dello Stato Ebraico, innanzitutto sul piano sportivo. Questo metodo di opposizione era iniziato nel calcio durante la prima edizione della Coppa d’Asia, quando le squadre mediorientali si erano tutte ritirate, rifiutandosi di affrontare Israele. Subito dopo, durante le qualificazioni per i Mondiali del 1958, la nazionale di Tel Aviv aveva ottenuto l’accesso al torneo finale in Svezia senza disputare nemmeno una partita, dopo che Turchia, Sudan, Egitto e Indonesia si erano ritirate. La FIFA dovette quindi organizzare, in quel caso, uno spareggio straordinario con il Galles pur di salvare la faccia, ma a quel punto era chiaro a tutti che era divenuto impossibile tenere separato il campo sportivo da quello politico. Alla Coppa d’Asia del 1964, organizzata proprio sul suolo israeliano, nessuna nazione araba accettò di partecipare. Per le qualificazioni ai Mondiali del 1966, le selezioni mediorientali vennero precauzionalmente aggregate all’area UEFA, e così Israele potè giocare in un girone con sole squadre europee. Mentre, per andare al Mondiale del 1970, la selezione ebraica venne aggregata al girone oceaniano con Nuova Zelanda e Australia, risolvendo così l’impossibilità di trovare avversarie in Asia.

Dalla sua nascita nel 1948 fino al 1974, Israele non aveva mai affrontato nessuna squadra araba e si era confrontata con un’unica selezione mediorientale, l’Iran. Nel maggio del 1968, a meno di un anno dalla Guerra dei sei giorni, il paese persiano aveva organizzato la Coppa d’Asia e aveva aperto le braccia alla selezione ebraica, che si era qualificata di diritto al torneo in seguito al ritiro di Afghanistan e Kuwait. La sua presenza a Teheran aveva causato non poco malumore tra il pubblico, che appoggiava la causa araba, ma trovava l’indiscutibile sostegno del governo dello scià Mohammad Reza Pahlavi, fedele alleato dei paesi occidentali e quindi anche di Tel Aviv. Nel settembre del 1974, sempre in Iran si tennero i VII Giochi Asiatici, una grande dimostrazione di modernità e progresso da parte del governo persiano, che vedevano nel torneo di calcio il loro fiore all’occhiello. E ovviamente la sfida tra la nazionale di casa – vincitrice delle ultime due edizioni della Coppa d’Asia – e la squadra israeliana – sempre sul podio del torneo continentale, tranne che per l’edizione di due anni prima in Thailandia, quando si era ritirata – era comprensibilmente una finale annunciata.

La rosa completa dell’Iran ai Giochi Asiatici del 1974. La squadra era allenata dall’ex-tecnico del Manchester United, l’irlandese Frank O’Farrell, e vantava giocatori come Ali Jabbari, Ali Parvin e Mohammad Reza Adelkhani, che aveva trascorso diversi anni nel campionato tedesco.

Ma di nuovo la presenza di Israele divenne motivo di attrito, e con i postumi della Guerra del Kippur che ancora si facevano sentire il pubblico persiano non riservò una bella accoglienza alla delegazione di Tel Aviv. L’intera competizione venne attraversata da dimostrazioni di aperta ostilità verso gli atleti ebraici. Quando Orit Abramovitz vinse l’oro nel salto in alto, l’atleta cinese e quello giapponese, rispettivamente secondo e terzo classificato, si rifiutarono di stringergli la mano. Il pubblico contestò rumorosamente la conquista del terzo oro personale della velocista Esther Roth-Shahamorov, bersagliandola con insulti. La squadra di basket della Corea del Nord arrivò a rifiutarsi di giocare una partita, a causa della scelta di Yitzhak Pistiner come arbitro. All’inizio dei Giochi, il comitato esecutivo della Federazione Olimpica Asiatica si era riunito come di consueto, e i delegati dei paesi arabi avevano fatto pressioni e ottenuto l’espulsione del membro israeliano Yosef Inbar. Il clima nella competizione era tutto tranne che olimpico.

Il torneo di calcio iniziò regolarmente, con Israele che nella prima fase superò agilmente il girone sconfiggendo la Malaysia, le Filippine e il Giappone. Alla seconda fase, un altro girone a quattro, le cose però cambiarono: dopo aver battuto 3-0 la Birmania nella prima sfida, Israele si trovò davanti al boicottaggio prima della Corea del Nord, il 12 settembre, e poi del Kuwait, il 14, vincendo entrambe le partite a tavolino per 2-0. In quel momento, il Kuwait rappresentava il movimento calcistico più promettente della mondo arabo asiatico: nel 1972 aveva disputato per la prima volta la Coppa d’Asia, anche se venendo eliminato al primo turno, ma la monarchia locale stava investendo molti soldi nel settore, e i progressi stavano iniziando a farsi notare. Questo ruolo di paese-guida del mondo arabo del calcio all’interno della AFC sarebbe stato decisivo per ciò che successe proprio il 14 settembre.

Mentre la partita contro Israele veniva disertata, il Kuwait si era presentato alla riunione della AFC tenuta proprio a Teheran con una proposta dirompente: mettere al voto l’espulsione di Israele dalla confederazione. L’accusa dei dirigenti sportivi del Kuwait era che la presenza israeliana alterava il principio della competizione aperta, perché implicitamente impediva a molti paesi di prendere parte ai tornei a causa del rifiuto di cimentarsi con gli atleti israeliani. Ma se questo argomento era chiaramente capzioso e forzato, nel proseguo della sua requisitoria il delegato kuwaitiano espresse il vero punto della questione: Israele andava espulso per via di “quanto fatto ai palestinesi dal 1948 a oggi”. La richiesta araba era senza precedenti: nessuna federazione era mai stata espulsa da un’associazione confederale nell’intera storia del calcio, nemmeno in presenza di regimi criminali come quello di Hitler. L’intero principio della neutralità politica del calcio veniva messo in discussione.

Oltre al Kuwait, votarono a favore dell’espulsione anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Siria, Iraq, Bahrain, Libano, Afghanistan, Pakistan, Brunei, Nepal, Corea del Nord, Cina e altri ancora. L’Iran votò contro, sei federazioni si astennero. Quel giorno si sarebbe dovuta decidere anche l’ammissione dell’Australia alla AFC, che venne però a sorpresa rifiutata: una circostanza che fece crescere i sospetti che la decisione fosse stata motivata dalla necessità di scongiurare un altro voto a favore di Tel Aviv. Alla fine, i favorevoli all’espulsione erano 17, i contrari 13: Israele non faceva più parte del calcio asiatico, e non aveva quindi più alcun diritto a competere alla Coppa d’Asia o alle qualificazioni mondiali nel continente. “Non c’è più nulla che ci riguardi, in Asia. – esplose Menachem Heller, presidente della Federcalcio israeliana – Gli arabi e i loro sostenitori hanno preso il controllo della AFC, e non c’è più alcuna speranza che questo equilibrio di poteri possa cambiare a breve”. E, con queste parole, Heller annunciò anche la pronta risposta di Israele: fare richiesta di adesione alla UEFA.

La squadra israeliana con la Coppa d’Asia vinta nel 1964, ad oggi l’unico trofeo nella sua bacheca.

Due sere dopo, la selezione israeliana scendeva in campo per la sua ultima partita da squadra asiatica, affontando l’Iran nella finale del torneo, nella cornice dello stadio Aryamehr. Il clima, come ricorderà in seguito il capitano Zvi Rosen, non era da incontro sportivo ma da guerra. I giocatori avevano ricevuto messaggi da importanti esponenti della comunità ebraica di Teheran che gli avevano raccomandato di perdere la partita, temendo reazioni violente dei tifosi persiani contro gli ebrei della città. La stessa ambasciata israeliana aveva raccomandato ai propri tifosi residenti nella capitale iraniana di non recarsi allo stadio per motivi di sicurezza. La squadra israeliana venna accompagnata allo stadio da un corpo di polizia ben più massiccio rispetto alle partite precedenti, e numerosi soldati erano presenti all’interno dell’impianto per scongiurare disordini. Il pubblico urlava insulti e minacce, inneggiando con un coro alla morte di Golda Meir e Moshe Dayan. Alla fine, il match si risolse grazie a un’autorete del difensore Itzhak Shum, abbracciato con sollevazione dai suoi stessi compagni. Anni dopo, Shum ricorderà più volte che, malgrado la paura di vincere aleggiasse su tutta la squadra, il suo autogol non fu assolutamente volontario. Il commento finale del ct David Schweitzer fu: “Abbiamo perso la partita, ma ci siamo salvati la vita”.

Il torneo di calcio dei Giochi Asiatici aveva non solo confermato la crescente ostilità nei paesi mediorientali e comunisti verso Israele, ma anche il sempre più forte scollamento tra l’attitudine del governo e dei media iraniani e quella della popolazione locale. Il torneo finì per incrinare le relazioni tra i due paesi: il campionato asiatico di sollevamento pesi, che si sarebbe dovuto tenere nel novembre del 1975 in Israele, venne clamorosamente cancellato perché, dopo i numerosi rifiuti dei partecipanti, anche l’Iran decise inaspettatamente di farsi da parte. L’isolamento sportivo dello Stato Ebraico in Asia era però solo agli inizi: il Comitato Olimpico di Tel Aviv resistette all’interno dello sport continentale fino al 1981, quando, con la riforma della Federazione dei Giochi Asiatici e la nascita del Consiglio Olimpico d’Asia, venne a sua volta espulso e dovette rivolgersi ai Comitati Olimpici Europei.

Ma questa storia non si concluse qui, ovviamente. Il piano di affiliazione al calcio europeo proposto nel settembre del 1974 da Menachem Heller si rivelò ben più tortuoso di quanto inizialmente immaginato. Rimasta senza una confederazione di appartenenza, la squadra di Israele venne temporaneamente mantenuta all’interno della AFC per disputare le qualificazioni ai Mondiali del 1978, ma venendo inserita in un girone con sole squadre dell’Asia orientale, come Giappone e Corea del Sud (la Corea del Nord si ritirò per protesta). Quattro anni dopo, la selezione ottenne la possibilità di competere come ospite nell’area UEFA, ma senza affiliazione, e in seguito fu aggregata con la stessa modalità alla confederazione oceaniana OFC. In tutto questo, Israele non poté competere in nessun torneo continentale per squadre di club o nazionali, restando di fatto escluso dal calcio internazionale. All’inizio degli anni Novanta, il cambiamento nella geopolitica internazionale – con il crollo del mondo comunista e i primi timidi passi avanti nel processo di pace con i palestinesi – riavvicinarono Israele all’Europa. Nel 1991 i club locali vennero ammessi a partecipare alle competizioni UEFA, e la nazionale poté disputare le qualificazioni agli Europei del 1992. Nel 1994, il processo di adesione alla confederazione europea venne infine completato ufficialmente.

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Fonti

COHEN Haskell, Israel Sees Herself in the Middle of Power Politics in Sports, The New York Times

GHANEM Noureldein, Why is Israel an outcast in Asian Cup football tournament?, TRT World

HAREUVENY Or, BLANDA Yehud U., The 1974 Asian Games in Tehran: Israel’s final countdown, Taylor & Francis

MEHRISH Akshat, The early nomadic years of Israel football, FIFA.com

5 risposte a “Perché Israele non gioca la Coppa d’Asia”

  1. Bell’articolo, mi ha fatto riflettere su due questioni:
    1. sulla differenza tra quei tempi e questi. Oggi non so cosa accadrebbe, se un’azione come quella capeggiata dal Kuwait venisse portata avanti;
    2. sul ruolo della monarchia persiana nella storia dei rapporti tra Europa e Medioriente.

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    1. Sì, il posizionamento dell’Iran, riletto oggi, dice molto su come è cambiato quel paese. Sul tuo primo punto, credo che oggi sarebbe molto difficile raggiungere una maggioranza tale da escludere Israele dall’AFC.

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  2. […] europeo, dato che dal 1994 è membro a tutti gli effetti della UEFA, dopo che vent’anni prima era stato espulso dalla AFC proprio a causa del conflitto in Palestina. Il voto sulle sanzioni – se non […]

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  3. […] sarebbe la prima vera sanzione concreta mai emessa contro il paese dai tempi della sua espulsione dalla AFC nel 1974: paradossalmente, una simile misura avrebbe un peso pratico molto più grande di tutte le […]

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  4. […] metà degli anni Settanta, con l’isolamento internazionale del calcio israeliano seguito all’espulsione dall’AFC, Zahavi iniziò a viaggiare spesso nel Regno Unito per seguire delle partite della First Division, […]

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