Iniziò tutto con lui

Una delle domande che in questi anni mi sono state poste più spesso è perché ho iniziato a scrivere di calcio e politica. E ogni volta cerco di dare una spiegazione colta, un po’ intellettuale, parlando di storia o di attualità, citando episodi più o meno noti. Quando in realtà la vera risposta è più semplice, più emozionale e personale: ho iniziato a scrivere di calcio e politica grazie a Pelé. Certo, non c’è bisogno di ricordare come in realtà, politicamente, Pelé fosse molto ambiguo. Ma a volte la realtà non è tutto ciò che conta, specialmente quando sei un ragazzino e ti trovi davanti al televisore, e in tv danno Fuga per la vittoria.

Fa strano, oggi, dopo tanti articoli e podcast basati su studi approfonditi, libri e saggi, raccontare che tutto è partito da un film. Da un’opera di finzione costruita a sua volta su un’altra opera di finzione: la celebre Partita della Morte avvenuta a Kiev nel 1942, ingigantita oltremodo dalla propaganda sovietica, e infine ripresa e occidentalizzata da Hollywood in quel film del 1981. La storia che diventa propaganda che diventa favola cinematografica, e già su questo quanto si potrebbe scrivere. La prima volta che lo vidi – non so quando fu, ma non ero ancora adolescente – non potei non immedesimarmi in qualche modo in quella storia che diventava così famigliare, mescolandosi ai racconti che sentivo da anni. Michael Caine era il mio nonno paterno, fatto prigioniero dai nazisti dopo l’armistizio mentre si trovava su un’isola della Grecia. I partigiani francesi erano il mio zio materno e i suoi compagni, che avevano combattuto i nazifascisti qui in Italia.

Ero un giovane tifoso di calcio in formazione, più o meno nell’epoca dei dribbling di Roberto Baggio e Ronaldo, quando il pallone per me era prima di tutto spettacolo. E improvvisamente, davanti a quel televisore, il calcio mi parlò e mi raccontò una storia che era anche mia, anche della mia famiglia: il pallone come ultimo baluardo contro il nazifascismo e la barbarie. Fuga per la vittoria era, ed è tutt’oggi, un prodotto sublime, ma immaginatevi come appariva a me all’epoca: Rocky, Pelé e i migliori calciatori del mondo uniti contro Hitler; erano gli Avengers del tempo, a ben vedere, con Pelé nel ruolo di Capitan America (Capitan Calcio?) e Stallone in quello guascone di Iron Man (Caine era ovviamente Nick Fury, ma non proseguiamo oltre in questo gioco).

Per quante volte lo abbia rivisto (tante) è rimasto un film di cui ricordo ancora le sensazioni e le istantanee che mi colpirono la prima volta. Il roboante inno dello Stade des Colombes – in realtà l’Hungária Körúti Stadion di Budapest – che scandisce deciso “Victoire!”, come un tamburo. La marcia composta da Bill Conti, e ripresa da alcuni movimenti della sinfonia Leningrado di Shostakovich, che pian piano si trasforma, nella scena dell’allenamento, in una cavalcata gloriosa. Max Von Sydow che ipnotizzato continua a rivedersi nella testa la rovesciata di Pelé che porta avanti gli Alleati. Il numero da circo di Ardiles, che John Huston decide di montare al rallentatore, mentre effettua un carrello lungo il campo da gioco. L’ostinazione di Caine, che prepara la squadra non solo per prendere tempo in attesa della fuga, ma addirittura per giocarsi la vittoria.

La squadra degli Alleati.

E poi c’è la scena. Che ancora oggi ritengo tra le più belle sia della storia del cinema che di quella del calcio. È l’intervallo, la squadra è negli spogliatoi e si sta apprestando a scappare dal tunnel scavato sotto la vasca. C’è confusione, un po’ di trambusto, ma Russell Osman è il primo a dire: “Fermi un attimo: io non voglio andare”. Stallone lo zittisce, ma subito, appena giù nel tunnel, lui ripete: “Io non voglio andare. Torniamo indietro. Possiamo vincerla”. Che poi è l’essenza dello sport, no? Possiamo vincerla. E Michael Caine sveste i panni del soldato per tornare il calciatore che interpreta nella finzione scenica: “Stai dicendo che possiamo vincere?”. E accanto a lui c’è Bobby Moore, che ha capitanato l’Inghilterra a vincere il suo unico titolo mondiale nel 1966, che fa cenno di sì con la testa. E immaginatevi essere un inglese, per quanto attore navigato, a fare una domanda del genere e vedervi uno come Moore che risponde di sì. Non tornereste anche voi in campo?

Ma Stallone, che è l’unico eroe d’azione lì in mezzo, e non certo un calciatore, vuole giustamente fuggire, perché c’è pur sempre una guerra da vincere. E, se se ne va lui che è il portiere, la partita non può proseguire. D’improvviso il trambusto si placa, e parla Pelé: “Hatch, se ce ne andiamo adesso perdiamo molto più di una partita”. Parole che sono come un incantesimo. Pallonate in Faccia, in un certo senso, è nato in quel momento. Quando da ragazzino iniziai a pensare che ci sono partite di calcio che sono più di partite di calcio, che a volte ci si gioca qualcosa di più. Che uno stadio può essere anche luogo di protesta, di ribellione, di democrazia. E che magari, anche solo per finta, vincere una partita è importante tanto quanto vincere una battaglia. Un’idea chiaramente ingenua, eppure così affascinante.

Negli anni ho letto varie volte che a Hollywood volevano realizzare un remake di Fuga per la vittoria, ma mi pare che fino adesso ogni tentativo sia naufragato. Un’idea che circolava era di metteci, per esempio, Zlatan Ibrahimović come protagonista, data la sua fama a Los Angeles. Ma un film del genere è e resterà per sempre irripetibile, sia perché non c’è quasi nulla da aggiungere a quella storia, sia perché uno come Pelé non ci sarà più. Non c’è più stata una figura di calciatore così forte ed “ecumenico”, che – al di là delle effettive azioni – fosse abbastanza universalmente considerato un “buono”, un ambasciatore per eccellenza del calcio. (E dire che sarebbe bello un Fuga per la vittoria con Ibra durante le guerre nei Balcani: lui a guidare una squadra di profughi che mette assieme calciatori serbi, croati, bosniaci, sloveni, montenegrini, macedoni e kosovari, tutti con la propria identità ma uniti in campo contro le follie nazionaliste che ancora oggi lacerano quella regione. Un film impossibile.)

Tutto questo, in definitiva, per dire che è morto Pelé, ma che bene o male era incominciato tutto con lui, nello spogliatoio di uno stadio ungherese spacciato per francese, davanti a Rocky Balboa, nel 1981.

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