5 film sul calcio e le storie dietro di essi

Nei giorni della quarantena e della zona rossa per il coronavirus, tanti siti stanno suggerendo ai lettori alcuni modi per passare il tempo, e vedere film è uno di essi. Anche Pallonate in Faccia ha qualche idea che vorrebbe suggerirvi: film sul calcio, ovvimente, che nascondono storie importanti, in cui sport, politica e temi sociali si incontrano.

Fuga per la vittoria (1981)

Imprescindibile. L’opera di John Huston è il film sul calcio per eccellenza, l’unico finora con un grande regista di Hollywood alle prese con l’estetica di questo sport. Il cast annovera noti attori come Michael Cane, Sylvester Stallone e il recentemente scomparso Max Von Sydow, ma anche alcuni dei più noti calciatori di sempre: Pelé, certo, ma anche il belga Paul van Himst dell’Anderlecht, l’olandese ex-Ajax Co Prins, gli inglesi Russell Osman (Ipswich, Leicester, Southampton), Mike Summerbee (Swindon Town, Manchester City) e Bobby Moore (West Ham, Fulham), lo scozzese John Wark (Ispwich, Liverpool) e l’irlandese Kevin O’Callaghan (anche lui dell’Ipswich), il polacco Kazimierz Deyna del Manchester City e l’argentino Osvaldo Ardiles del Tottenham.

Tutti insieme formano una squadra di prigionieri di guerra che finiranno a giocare una partita contro una selezione tedesca allo Stade de Colombes, che aveva ospitato la finale del Mondiale 1938 (in realtà, le scene sono girate dentro lo stadio del MTK Budapest). La storia è ispirata alla celeberrima Partita della morte disputatisi a Kiev nel 1942 tra una selezione di giocatori della Dynamo e della Lokomotiv e una di soldati nazisti: il mito di quella partita è stato notevolmente ingigantito dalla propaganda, ma il film di Huston riesce a essere lo stesso una grande storia di sport e antifascismo.

Il miracolo di Berna (2003)

Una grande storia di calcio filtrata dagli occhi di Matthias, un ragazzino della Germania del dopoguerra, appassionato di calcio e tifoso del Rot-Weiss Essen e del suo attaccante Helmut Rahn. Sullo sfondo, la grande impresa della nazionale tedesca ai Mondiali 1954, a cui era approdata senza speranze, per poi riuscire a sconfiggere in finale la Grande Ungheria di Puskás, detentrice del titolo olimpico e prima squadra non-britannica ad espugnare Wembley.

Una storia nella Storia: la vita famigliare di Matthias – figlio di un reduce di guerra, che cresce in un paese ridotto in macerie e con un genitore duro e incapace di riadattarsi alla vita civile – s’intreccia con la vicenda quasi mitica del trionfo mondiale, capace di diventare l’evento fondante della nuova Germania, desiderosa di superare l’epoca nazista. Il vero Helmut Rahn morì nello stesso anno in cui il film uscì nelle sale tedesche.

Offside (2006)

Orso d’argento al Festival di Berlino, per una delle più belle storie di calcio al cinema. Jafar Panahi racconta di sei donne nella Teheran contemporanea che decidono di aggirare i divieti del regime iraniano, mascherarsi da uomini e andare comunque allo stadio a vedere una partita della nazionale per le qualificazioni ai Mondiali.

Il calcio è sullo sfondo, è un espediente per raccontare le discriminazioni e l’esclusione sociale delle donne in Iran e la loro difficile lotta per i propri diritti. Ma l’importanza di Offside va oltre il contesto cinematografico: l’esempio delle protagoniste del film di Panahi diventa talmente popolare da essere veramente ripreso dalle tifose iraniane, che iniziano a infiltrarsi negli stadi facendosi passare per maschi. Un caso unico di realtà ispirata a fatti di finzione, che ha portato poi anche a eventi drammatici, come il suicidio di Sahar Khodayari, che nel settembre 2019 si è data fuoco per protesta, davanti a una possibile condanna a sei mesi di prigione per aver cercato di assistere a una partita di calcio. Ora, tiepidamente, l’Iran sta iniziando a concedere spazi alle donne all’interno degli stadi, almeno per le partite della nazionale.

United (2011)

Un film piccolo e poco conosciuto, ma dedicato a una delle più grandi tragedie sportive della storia del calcio, quella dei Busby Babes, la giovanissima e fortissima formazione del Manchester United degli anni Cinquanta, costruita dal tecnico scozzese Matt Busby assieme al suo fidato vice Jimmy Murphy. Nel febbraio 1958, un incidente aereo a Monaco di Baviera uccise quasi tutta la squadra, cancellando una generazione di ragazzi.

La tragedia del Manchester United – la squadra che era diventata il simbolo di un’intera nazione, in profonda crisi politica e sportiva – scosse l’Inghilterra, e ci sarebbero voluti dieci anni a Busby, uno dei pochi sopravvissuti, per ricostruire la squadra e vincere finalmente la prima Coppa dei Campioni del calcio inglese. Ci sono alcuni nomi noti del cinema, come Sam Claflin nel ruolo della stella Duncan Edwards, Jack O’Connell in quello del giovane Bobby Charlton, Dougray Scott interpreta Busby e David Tennant è Murphy.

Il mio amico Eric (2009)

Ken Loach è uno dei registi più politici al mondo, uno dei grandi narratori delle classi popolari britanniche, e in questo suo film – presentato con successo al Festival di Cannes – sceglie di usare il calcio come metafora sociale, come stampella del protagonista Eric, uomo della working class che si trova in un momento molto difficile della propria vita. Eric è un appassionato tifoso del Manchester United, e i suoi ricordi sportivi preferiti sono legati agli anni giovanili, quando nei Red Devils militava il fuoriclasse francese Éric Cantona, che improvvisamente inizia ad apparirgli come un fantasma confidente.

Il mio amico Eric può essere un buon punto di partenza per approfondire il cinema di Loach, ma anche per scoprire la figura extra-sportiva di Cantona, calciatore molto noto e dalla grande personalità, cresciuto nei quartieri popolari di Marsiglia e sempre impegnato in ambito politico. Gli appassionati di calcio ricordano soprattutto un suo celebre calcio – con annessa maxi-squalifica – rifilato nel 1995 a un tifoso razzista che lo aveva insultato durante una partita.

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