Pallonate in faccia

Perché prendersi a pallonate in faccia? Perché questo blog? Veloci risposte, per capire di che calcio voglio parlare.

Quando imparai a reggermi saldamente sulle gambe, poco tempo dopo iniziai anche a correre, penso. Non è che me lo ricordo, ma quando ho visto crescere mio cugino – che si chiama Marco come Van Basten, ma questa è un’altra storia – ho notato questa cosa qui, e tendo a pensare valga un po’ per tutti, me compreso.

Iniziai a correre, dicevo. Poi qualcuno, penso mio padre, mi buttò una palla rotonda davanti ai piedi; correndo la spinsi avanti e la rincorsi per riprenderla, ma la colpii ancora con i piedi spingendola nuovamente avanti, e via così. Avevo inventato il calcio. O meglio, un concetto embrionale e grossolano che stava alla base del calcio, che poi era una cosa che poco tempo dopo avrei scoperto essere stata inventata molto ma proprio molto tempo prima. La mia storia con il calcio iniziò lì. Lì e con quel pallone che Baggio sparò alto nella finale col Brasile, che è il più antico ricordo calcistico che credo di avere nella testa. Capite che uno che inizia così può sviluppare solo due sentimenti nei confronti del soggetto delle sue attenzioni: un profondo fastidioso odio, oppure un maledetto sconsolato romanticismo. Se ho deciso di farci un blog, potete immaginare quale delle due sia stata la mia condizione.

Da quei due episodi a questo primo articolo del blog, ce ne passa. Un punto fondamentale fu quella volta che, ancora adolescente, rimasi stupefatto nel constatare che quei balordi dei miei compagni di scuola – tutti calciatori accalorati – non avevano la più pallida idea di chi fosse Garrincha. No dico: se conosci Pelé conosci pure Garrincha! Ma pure su Cruijff avevano le idee ben poco chiare, neanche stessimo parlando di Georgi Asparuhov o Josef Masopust, e di Maradona sapevano quel che sapevano giusto perché era recentissimo e perché metà di loro erano napoletani e quindi caspiscimi. All’epoca non si usava il termine “nerd”, dove vivevo io, ma se fosse stato in uso io sarei stato un nerd del calcio.

Fatto sta che, quando mi avvidi dell’ignoranza calcistica degli appassionati di calcio miei coetanei, la prima cosa che mi venne in mente fu di scrivere un’enciclopedia futbolista. Cosa che ovviamente non feci ma, nel corso degli anni successivi, quella pulsione mi portò a fare diverse ricerche sul calcio più lontano nel tempo, sui giocatori e le squadre – club e nazionali – meno conosciute, in un sacro furore di conoscere che prima o poi rende schiavi noi storici in erba. Una cosa che ho sempre pensato è che in ogni angolo del pianeta esiste un campione che non è stato scoperto ma che per qualcuno vale un Messi. Qui vorrei raccontare anche le loro storie accanto a quelle dei fuoriclasse che hanno segnato la Storia con la “S” maiuscola di cui tutti, più o meno, dovremmo avere una qualche conoscenza.

Ho scelto come immagine-simbolo, per ora, quella del tackle di Bobby Moore su Jairzinho nel match mondiale del 1970 tra Inghilterra e Brasile, e l’ho fatto per alcuni motivi. Il primo, perché la vulgata dice che quello sia stato il miglior tackle difensivo della storia del calcio (probabilmente non è vero, sempre che si possa e abbia senso fare una simile classifica, ma chissene); il secondo; perché avvenne nella stessa partita in cui Gordon Banks compì quella che molti considerano la più grande parata della storia del calcio, su colpone di testa di Pelé, il che fa di quel Inghilterra-Brasile una delle partite più sensazionali di tutti i tempi, se non fosse che pochi giorni dopo fu giocata la partita del secolo Italia-Germania 4-3. Il terzo, che con quella partita gli inglesi dimostrano di non essere un gruppo di stronzi che avevano vinto un Mondiale solo perché erano in casa e peraltro con un gol che non c’era nella finale coi tedeschi.

Quella volta – quella che ero bambino e giocavo a calcio nel cortile condominiale, sopra a piastrelle scheggiate e in uno spazio fin troppo spesso frequentato dalle automobili dei residenti, e che fu il mio Santiago Bernabeu – riuscii per caso a ripassare la palla a mio padre con un calcione. Lui provò a ripassarmela, ma dosò male la forza, la palla forse prese la scheggia sbagliata della piastrella e s’impennò. Io ero alto quanto un barattolo, e la palla mi si stampò in faccia. Il calcio m’era entrato in testa, dissero per farmi smettere di frignare.

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Magari avessi avuto un campetto come questo dove tirare i primi calci.

P.S. “Sì ok, ma il logo di South Park?” Non so, mi serviva un logo e non avevo voglia di perderci molto tempo. Ho sempre pensato che se fossi un cartone animato sarei un personaggio di South Park, così ho creato un avatar in tema (tralaltro, sembra che indossi la maglia del Wolverhampton: quando ero piccolo lessi che la Coppa dei Campioni l’avevano creata per dimostrare se il Wolverhampton fosse davvero la squadra più forte del mondo: ironico che poi non ne abbiano vinta neppure una edizione). Prima o poi lo cambierò, ma per adesso ve lo tenete.

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