Nelle prime settimane di marzo del 2026, il caso delle calciatrici della Nazionale dell’Iran ha fatto molto discutere sulla stampa internazionale e sui social media. Negli stessi giorni della guerra in Iran, un gruppo di atlete e le loro decisioni sul chiedere o meno asilo politico all’estero sono diventate una riduzione in scala del conflitto in corso in Asia Occidentale. Il dibattito che ne è nato è stato ovviamente molto confuso e approssimativo, basato su un inestricabile miscuglio tra fatti e speculazioni, tra notizie e propaganda. In questo articolo si cercherà di raccontare questa storia nella sua interezza e complessità, nella speranza di aiutare a capire cosa è davvero successo, cosa sappiamo e cosa invece non sappiamo.

La Coppa d’Asia in Australia e la guerra in Iran

La Coppa d’Asia femminile del 2026 si è svolta in Australia dal 1° al 21 marzo. La Nazionale dell’Iran aveva raggiunto Brisbane, nel Queensland, alla fine di febbraio, iniziando a prepararsi per il torneo, in vista di tre partite del girone contro Corea del Sud, Australia e Filippine. Tutte le gare erano previste presso lo stadio di Gold Coast, una città a 70 chilometri a sud di Brisbane.

Il 28 febbraio, però, sono iniziati i bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, mentre la squadra era già da qualche giorno in Australia e si apprestava a cominciare la sua Coppa d’Asia. È bene tenere presente che Brisbane si trova sei ore e mezza più avanti, come fuso orario, rispetto a Teheran: è un dettaglio di contesto utile per comprendere come e quando potevano arrivare le notizie della guerra alle giocatrici in Australia. I bombardamenti sono iniziati intorno alle 9.40 ora di Teheran, per cui le atlete iraniane ne hanno ricevuto notizia nel primo pomeriggio di sabato 28 febbraio, poco più di due giorni prima del loro debutto nella Coppa d’Asia contro la Corea del Sud. La notizia della morte della Guida Suprema Ali Khamenei è stata confermata dalla televisione di stato iraniana alle 5.00 di mattina del 1° marzo, quindi le calciatrici lo avranno saputo nella tarda mattinata del giorno prima del loro match di debutto.

Il caso dell’inno nazionale

Alle 19.00 ora locale di lunedì 2 marzo, l’Iran ha giocato la sua prima partita nella Coppa d’Asia del 2026, perdendo 3-0 contro la Corea del Sud. L’evento per cui è ricordata quella partita, però, è quanto è successo prima del calcio d’inizio, durante gli inni nazionali: le giocatrici iraniane sono infatti rimaste in silenzio, e il loro gesto è stato recepito all’estero come protesta nei confronti del regime degli ayatollah.

Qualcuno ha ipotizzato fosse invece un segno di lutto per i morti causati dai bombardamenti (l’attacco alla scuola elementare di Minab, che ha causato 180 morti, è avvenuto alle 10.00 ora locale del 28 febbraio, quindi le giocatrici potevano già esserne a conoscenza). Le atlete iraniane non si sono mai espresse sul motivo del loro silenzio, ma le ragioni per ipotizzare una protesta non mancavano: nel novembre del 2022, durante i Mondiali in Qatar, anche i giocatori della Nazionale maschile dell’Iran erano rimasti in silenzio durante l’inno, per protestare contro la violenta repressione delle manifestazioni seguite all’omicidio di Mahsa Amini. Dal 28 dicembre 2025, inoltre, in Iran c’erano state grandi proteste antigovernative, anche in questo caso represse con durezza: il 10 gennaio, Iran International parlava di 2.000 morti solo nelle 48 ore precedenti.

Cercando video di partite precedenti della selezione, si può notare che non sempre le giocatrici iraniane cantavano l’inno nazionale prima delle partite. Nella sfida delle qualificazioni mondiali contro le Filippine del 1° novembre 2023, solo la portiera Zahra Khajavi e l’attaccante Zahra Ghanbari lo avevano cantato, mentre il resto delle colleghe era in silenzio. Nell’amichevole contro l’Uzbekistan del 2 dicembre 2025, di nuovo solo una minoranza delle giocatrici cantava. Per questo motivo, quanto avvenuto nella partita contro la Corea del Sud potrebbe anche non essere stato né un atto di protesta verso il governo né di lutto per le vittime della guerra.

Ma il clamore internazionale generato da quel silenzio è un fatto innegabile, e sembra che in Iran non sia stato ricevuto in maniera positiva: quali che fossero le motivazioni delle calciatrici, il loro gesto è stato percepito in giro per il mondo come un sintomo di frattura interna all’Iran in un momento politico molto delicato. Mohammad Reza Shahbazi, un conduttore della tv pubblica iraniana, è stato particolarmente esplicito: “In tempi di guerra, i traditori devono essere trattati con maggiore severità. Chiunque faccia anche solo un singolo passo contro il paese durante una guerra deve affrontare pesanti conseguenze”. Il video con le sue parole è andato in onda dopo la partita contro la Corea del Sud, ma è divenuto noto a livello internazionale solo il 6 marzo, successivamente alla seconda gara del girone.

Questa distinzione è particolarmente importante, perché il 5 marzo, nella partita contro l’Australia, le calciatrici iraniane non solo hanno tutte cantato l’inno, ma addirittura hanno fatto il saluto militare. Considerando i precedenti citati prima, questo comportamento non può non apparire insolito e lascia supporre che le giocatrici abbiano subito delle pressioni dall’alto per mostrare al mondo di essere allineate al governo nella guerra difensiva contro gli Stati Uniti e Israele. È possibile che fossero a conoscenza delle parole di Shahbazi e di altro che non è stato reso pubblico. Va inoltre considerato che la Federcalcio iraniana (nota internazionalmente come FFIRI) è un’istituzione profondamente legata al governo di Teheran: Mehdi Taj, che la presiede dal 2022 (ma che aveva già ricoperto questa carica dal 2016 al 2019), in precedenza è stato un membro delle Guardie della Rivoluzione (il cui acronimo internazionale è IRGC).

Il 4 marzo, nella conferenza stampa precedente alla partita contro l’Australia, l’attaccante Sara Didar aveva lasciato la sala trattenendo a stento le lacrime, dopo aver detto ai giornalisti: “Siamo ovviamente tutte preoccupate e tristi per ciò che sta accadendo in Iran, e per le nostre famiglie e i nostri cari in Iran. Spero che giungano buone notizie e che il mio paese sia forte e vivo”. Le preoccupazioni di Didar erano state ribadite subito dopo anche dall’allenatrice Marziyeh Jafari, che aveva aggiunto: “Siamo qui, però, per giocare a calcio, e faremo del nostro meglio per concentrarci sul nostro gioco e sulla prossima partita”.

Le defezioni e gli asili politici

Dopo aver perso 4-0 contro l’Australia il 5 marzo, l’Iran ha giocato la sua ultima partita della Coppa d’Asia l’8 marzo contro le Filippine, perdendo 2-0. Nessuno sembra essersi preoccupato molto della questione dell’inno, questa volta, ma in ogni caso le iraniane hanno nuovamente cantato e fatto il saluto militare. L’inno è stato coperto di fischi, come già avvenuto nelle due precedenti partite: l’Australia ospita una nutrita comunità iraniana, che supera le 85.000 persone, le quali sono per la maggior parte ostili alle autorità della Repubblica Islamica. Anche questo è un elemento importante della storia, perché la comunità iraniana in Australia ha compiuto diverse proteste durante la Coppa d’Asia, cercando a volte di bloccare l’autobus della selezione di Teheran e chiedendo di lasciare libere le giocatrici. Il ruolo degli attivisti e delle attiviste iraniani espatriati è stato determinante nel dare visibilità a tutta questa vicenda.

Proprio durante una di queste piccole proteste, dopo la fine della partita contro le Filippine, è stato girato un video divenuto rapidamente virale sul web: si vede l’autobus dell’Iran lasciare lo stadio per tornare al proprio hotel a Brisbane, e sembra che due atlete rivolgano verso l’esterno il gesto internazionale della richiesta d’aiuto. A questo punto, la storia delle calciatrici iraniane è divenuta a tutti gli effetti un caso diplomatico internazionale: il governo australiano e la FIFA si sono attivati per sincerarsi della sicurezza delle atlete che, terminato il torneo, sarebbero dovute rientrare in Iran nel giro di pochi giorni. La FIFA era inoltre già stata sollecitata ad agire il 6 marzo dalla sezione Asia e Oceania e di FIFPro, il sindacato internazionale delle calciatrici e dei calciatori, dopo le parole di Shahbazi sulla televisione iraniana.

Reza Pahlavi, erede della dinastia che ha governato l’Iran fino alla rivoluzione del 1979 e oggi autocandidatosi a futuro leader del paese, ha pubblicato un post su X l’8 marzo, chiedendo al governo australiano di proteggere le atlete. Il giorno dopo, anche il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump interveniva sulla vicenda, con un post su Truth in cui accusava l’Australia di stare commettendo “un terribile errore umanitario” nel lasciare tornare a casa le calciatrici iraniane (probabilmente ignaro del fatto che il governo di Canberra si era già attivato per fornire loro asilo politico).

Nel frattempo, proprio il 9 marzo, nel tardo pomeriggio australiano, veniva reso noto che cinque calciatrici iraniane avevano incontrato dei funzionari australiani e avevano fatto richiesta di asilo politico. Si trattava di Zahra Sarbali, Atefeh Ramezanisadeh, Mona Hamoudi, Fatemeh Pasandideh e Zahra Ghanbari, che ha 34 anni ed è la capitana nonché la giocatrice più rappresentativa della squadra. La notizia è stata confermata nella serata da Tony Burke, il Ministro degli Interni dell’Australia (che ha anche le deleghe per immigrazione, cittadinanza e sicurezza informatica), il quale ha pubblicato sui suoi canali social delle foto assieme alle cinque atlete. Sarbali, Ramazanzadeh, Hamoudi, Pasandideh e Ghanbari sono state condotte in un luogo sicuro e poste sotto la protezione del governo australiano.

Martedì 10 marzo, altre due giocatrici della Nazionale dell’Iran hanno accettato la proposta delle autorità australiane, ottenendo l’asilo politico e abbandonando la delegazione iraniana: stiamo parlando di Mohaddeseh Zolfi e di Gholnoosh Khosravi. Il gruppo delle defezioniste è salito dunque a sette elementi, a cui si è aggiunta un’ottava donna, il cui nome non è stato inizialmente rivelato, e che risultava essere una non meglio precisata componente dello staff tecnico dell’Iran: in seguito si è scoperto che era la responsabile logistica della trasferta in Australia per la Coppa d’Asia, e che era nota tra le giocatrici con il soprannome di Flor (in altre fonti è riportato come Fleur o Floor). Le atlete avevano tra i 21 e i 34 anni d’età, mentre questa donna è essere più grande di loro.

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Una foto diffusa mercoledì 11 marzo dal Ministero degli Interni dell’Australia: ci sono sei delle sette calciatrici iraniane che hanno defezionato, più Flor (terza da sinistra) e due funzionarie del Ministero australiano (seconda e terza da destra).

Stando a varie ricostruzioni e a quanto riferito dalle stesse autorità australiane, il personale diplomatico era riuscito a prendere contatto singolarmente con alcune delle giocatrici, offrendo loro la possibilità di restare nel paese sotto protezione governativa. “Ci siamo assicurati che fosse una loro decisione, e ogni domanda che doveva essere fatta è stata fatta” ha chiarito in conferenza stampa il ministro Burke. Secondo Mehdi Taj, il presidente della FFIRI, gli australiani avevano invece “rapito” le otto donne, costringendole ad abbandonare la squadra. Nel frattempo, il resto della delegazione iraniana aveva lasciato l’Australia martedì sera, prendendo un aereo per Kuala Lumpur, in Malaysia, da cui nei giorni successivi sarebbe poi rientrata in Iran. Lo stesso giorno, Esmaeil Baqaei, portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, aveva scritto su X rivolgedosi alle giocatrici: “Non temete: l’Iran vi aspetta a braccia aperte. Tornate a casa”.

I passi indietro e i sospetti

Mercoledì 11 marzo, il caso delle calciatrici iraniane sembrava risolto: sette di loro, più una componente dello staff, avevano ottenuto l’asilo politico in Australia, mentre le altre avevano lasciato il paese, dirette in patria. Invece, la situazione è improvvisamente cambiata, e da caso diplomatico ha assunto i tratti di un intrigo spionistico.

Già il 10 marzo, Ghoolnoosh Khosravi aveva deciso, a quanto pare subito dopo aver chiesto asilo politico, di rinunciarvi e tornare in Iran. Secondo il giornalista sportivo di origini iraniane Erfan Hoseyni, Kohsravi avrebbe cambiato idea a causa di minacce nei confronti della sua famiglia.

Il giorno seguente, anche l’attaccante 21enne Mohaddeseh Zolfi ha deciso di ricongiungersi con le sue compagne a Kuala Lumpur, per tornare in Iran: nonostante il repentino dietrofront di Khosravi, Zolfi è stata la prima defenzionista a cambiare idea di cui abbiamo parlato i media. La calciatrice è stata raggiunta dal personale diplomatico dell’ambasciata iraniana, che l’ha poi condotta all’aeroporto, e questo fatto ha generato una certa preoccupazione tra le autorità australiane, che per ragioni di sicurezza hanno dovuto trasferire le altre sette donne iraniane che avevano richiesto asilo politico in una nuova location sicura, visto che quella originale era ormai nota all’ambasciata iraniana. In che modo Zolfi abbia potuto comunicare con i diplomatici iraniani per farsi venire a prendere non è noto, ma è diventato subito argomento di speculazioni.

Infine, tra sabato 14 e domenica 15 marzo, altre quattro componenti della squadra hanno rinunciato all’asilo politico in Australia: Zahra Sarbali, Mona Hamoudi e Zahra Ghanbari, oltre alla cosiddetta Flor. In questo modo, a Brisbane sono rimaste solamente due calciatrici iraniane, Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanisadeh.

All’interno delle comunità di espatriati iraniani, l’opinione più diffusa è che le famiglie delle giocatrici siano state minacciate, e che in qualche modo il governo sia riuscito a fare arrivare queste informazioni al luogo in cui le atlete erano rifugiate in Australia. Sospetti confermati da Iran International, che il 15 marzo ha scritto che la madre di Ghanbari avrebbe subito minacce da parte delle Guardie della Rivoluzione per convincere la figlia a tornare in Iran. Le informazioni sarebbero state trasmesse alle giocatrici di stanza a Kuala Lumpur, che a loro volta avrebbero scritto alla loro capitana in Australia per informarla.

L’aspetto più inquietante di tutta la vicenda, rivelato in un altro articolo della giornalista di Iran International Raha Pourbakhsh, è quello che riguarda la componente più anziana delle defezioniste, Flor. Il suo vero nome è Zahra Soltan Meshkinkar, e avrebbe chiesto asilo politico all’Australia al solo scopo di restare al fianco delle giocatrici in fuga, così da poter trasmettere loro messaggi da parte delle autorità iraniane, e quindi anche eventuali minacce alle loro famiglie. Questa versione è stata confermata da Atefeh Moradi, ex calciatrice iraniana residente in Australia, al network ABC. Moradi ha anche aggiunto che, durante la permanenza della squadra a Brisbane, aveva cercato di entrare in contatto con alcune giocatrici, che le avevano risposto di non poterlo fare, perché costantemente sorvegliate.

Il ritorno in Iran e le accuse all’Australia

La notte di lunedì 16 marzo, la Nazionale dell’Iran ha lasciato Kuala Lumpur per proseguire il suo viaggio verso casa: i bombardamenti ancora in corso rendono molto complicato raggiungere Teheran in aereo, per cui le autorità iraniane hanno dovuto trovare una soluzione alternativa. Nel frattempo, lo stesso giorno le uniche due calciatrici iraniane rimaste in Australia, Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanisadeh, hanno svolto il loro primo allenamento con la squadra femminile del Brisbane Roar, che ha dato loro ospitalità e sostegno.

Martedì 17 marzo, la squadra dell’Iran è arrivata a Istanbul, dopo uno scalo in Oman: da qui ha proseguito via terra e mercoledì 18 marzo ha passato il confine presso Bazargan, arrivando a Teheran nella tarda serata del 19 marzo. Dal momento del loro ingresso in Iran, le giocatrici sono state celebrate come delle eroine: secondo la versione delle istituzioni di Teheran, hanno saputo resistere alle pressioni straniere, che volevano usarle come strumento contro il loro paese. “Sono rimaste fedeli alla patria, alla bandiera e alla rivoluzione” ha commentato Mehdi Taj. Va ricordato che, solo pochi giorni prima, l’intera squadra era stata accusata di tradimento sulla tv pubblica: ciò che è accaduto in seguito ha completamente ribaltato la prospettiva sulla storia delle giocatrici.

Quattro di loro sono state invitate a un programma televisivo per raccontare la propria esperienza, e in particolare le pressioni che avrebbero subito dalla polizia australiana per convincerle a non tornare a casa. Al momento, però, sembra che le uniche a essere state intervistate siano state le giocatrici che non hanno mai pensato di defezionare. Il video che è circolato di più online riguarda la centrocampista Fatemeh Shaban, che racconta del colloquio avuto con un agente del governo australiano: “Mi ha chiesto: ‘Vuoi chiamare la tua famiglia? Puoi contattarli adesso per decidere se vuoi restare o no’. Ho detto alla traduttrice: ‘Gli dica che non voglio restare. Chiunque volesse restare lo ha già fatto’. Non l’ho neppure lasciato finire la domanda; ho detto: ‘Voglio tornare in Iran’”. La stessa Shaban aveva già parlato alla popolazione in Piazza Valiasr, al momento dell’arrivo della squadra a Teheran, e sembra essere diventata la nuova portavoce della selezione.

Per contro, in Australia il caso delle calciatrici iraniane ha sollevato molte critiche nei confronti del governo laburista di Anthony Albanese, accusato di non aver fatto abbastanza per garantirne la sicurezza. “È stata una loro scelta [quella di tornare in Iran, ndr] e la dobbiamo rispettare” ha spiegato lunedì 16 marzo Clare O’Neil, la Ministra per le Politiche abitative. Fonti governative australiane hanno aggiunto che non ci sono prove che nel gruppo iniziale delle defezioniste ci fosse un’infiltrata.

La giornalista australiana Tracey Holmes ha contestato apertamente le misure di sicurezza delle autorità nei confronti delle giocatrici a cui era stato riconosciuto l’asilo politico. In particolare, il fatto che non fosse prevista alcuna misura di controllo sui loro telefoni cellulari, cosa che le avrebbe esposte a comunicazioni con le loro compagne in Malaysia e, potenzialmente, con le autorità iraniane. Altre domande sono state sollevate in merito al ruolo dell’ambasciata iraniana a Canberra, considerando che nell’agosto del 2025 l’ambasciatore, Ahmad Sadeghi, e altri diplomatici erano stati espulsi dal paese dopo che i servizi segreti avevano scoperto il loro coinvolgimento in due incidenti antisemiti avvenuti nel 2024. Il novembre successivo, il governo australiano aveva classificato le Guardie della Rivoluzione come un’organizzazione che sostiene il terrorismo.

Lo studioso Binoy Kampmark, che si occupa di migrazioni e insegna al Royal Melbourne Institute of Technology, ha segnalato anche un altro aspetto critico della vicenda, relativo alle politiche migratorie dell’Australia. In un articolo pubblicato su Middle East Monitor, Kampmark ha sottolineato quanto siano restrittive le norme australiane per l’ingresso di cittadini stranieri, anche nel caso di richiedenti asilo. Proprio nei giorni in cui si dipanava il caso delle calciatrici iraniane, il governo Albanese approvava nuove restrizioni alle leggi sull’immigrazione relativamente alle persone provenienti dal Medio Oriente. Per Kampmark, l’Australia avrebbe quindi sfruttato il caso delle atlete iraniane per mostrarsi molto più accogliente e aperta di quanto sia in realtà.

Propagande in conflitto

Su tutta la vicenda gravano supposizioni e speculazioni da cui è difficile divincolarsi. La propaganda del governo di Teheran accusa l’Australia di aver cercato di “rapire” delle sue cittadine, ma se così fosse, l’Australia non avrebbe lasciato andare tanto facilmente ben sei delle otto donne che avevano chiesto asilo politico all’inizio. Non è però incomprensibile che l’Iran possa sentirsi minacciato da una sorta di “complotto” occidentale, alla luce della guerra e di ciò che sta accadendo intorno ad essa, soprattutto in termini sportivi. Il 12 marzo, Trump aveva scritto su Truth di non ritenere “appropriata” la partecipazione della Nazionale maschile iraniana al Mondiale della prossima estate, “per la loro stessa vita e sicurezza”: una frase che era suonata come una minaccia a una squadra che si è qualificata da tempo per il torneo e che rischia di esserne esclusa, nel silenzio complice della FIFA di Infantino, notoriamente legato a Trump.

È possibile che ci siano state delle pressioni, se non addirittura delle minacce, alle famiglie di alcune giocatrici, ma al momento questa è solo una teoria, e circola soprattutto all’interno delle comunità di espatriati iraniani, comprensibilmente ostili al potere di Teheran. La stessa Tracey Holmes, nel video linkato più sopra in questo articolo, usa come fonte un messaggio ricevuto da una persona anonima, secondo cui Zahra Soltan Meshkinkar sarebbe stata un’infiltrata e alle giocatrici sarebbero stati mostrati dei video dei parenti nelle mani delle Guardie della Rivoluzione. È difficile valutare l’attendibilità di queste storie, e al tempo stesso la smentita del governo australiano riguardo alla teoria dell’infiltrata è legata soprattutto alla necessità di allontanare le accuse di aver gestito male la sicurezza delle atlete iraniane.

La comunità iraniana in Australia è stata determinante, con le sue proteste durante le partite e con la diffusione di video e informazioni sui social, nel far emergere il caso e nel mettere pressione sul governo australiano. Non sono mancati, però, episodi discutibili, come il video diffuso dal media iraniano Press TV in cui si vede un’auto con la bandiera della monarchia Pahlavi inseguire pericolosamente l’autobus della squadra dell’Iran per le strade di Brisbane (il video è stato girato da una persona a bordo dell’autobus, quindi una calciatrice o un membro dello staff). Per contro, se da un lato le fonti principali di chi attacca il governo iraniano sono gli attivisti espatriati, dall’altro si fa ampio affidamento sulle informazioni diffuse dagli organi di stampa iraniani o da profili social ad essi collegati. Distinguere ciò che è attendibile e non viziato da pregiudizi politici, in questo conflitto tra due opposte propagande, è molto complicato.

In conclusione, va evidenziato che, nei vari commenti sulla vicenda, è stata completamente ignorata la volontà delle protagoniste (la loro agency, per essere più precisi). Sono state viste alternativamente come burattini manipolati dalla propaganda iraniana od occidentale, senza che nessuno o quasi abbia riconosciuto loro la capacità di poter scegliere se defezionare o non defezionare, o se defezionare e poi cambiare idea (a prescindere dal fatto che ci siano state o meno pressioni da una parte o dall’altra). Entrambe le fazioni hanno impostato la propria narrazione sulla difesa delle atlete (dal regime iraniano o dalla propaganda occidentale), ma in realtà a nessuno è mai importato nulla di loro, bensì di usarle come armi nella guerra mediatica di queste settimane. Ed è facile immaginare che, nei prossimi giorni, del caso delle calciatrici iraniane e del loro futuro (sia di quelle tornate a Teheran, sia di quelle rimaste a Brisbane) molti si dimenticheranno del tutto.

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