Sorride e applaude quando parla Trump, lieto di fare il soprammobile nella scenografia propagandistica allestita dal Presidente degli Stati Uniti. Giovedì 5 marzo, l’Inter Miami si è aggiunta alla lista di squadre che hanno accettato di farsi usare da Trump per i propri scopi, posando alle sue spalle mentre parlava di guerra in Iran e di un prossimo intervento a Cuba. Una riedizione aggiornata dello show dell’estate del 2025, quando al posto del club della Florida c’era la Juventus. L’allenatore Javier Mascherano ha detto che hanno solo seguito il protocollo e rispettato una tradizione americana, sebbene pochissime squadre della MLS siano state invitate alla Casa Bianca, e sebbene in passato diverse squadre e atleti abbiano declinato l’offerta (come la Nazionale di calcio femminile nel 2019). Se l’Inter Miami era lì, però, era fondamentalmente perché Trump voleva apparire anche accanto a Messi, dopo aver incontrato Cristiano Ronaldo lo scorso dicembre.

Rispetto a quella del portoghese, però, la visita di Messi è stata amorfa e piatta. Ronaldo ha ricercato attivamente l’incontro con Trump e ha potuto parlargli di persona, faccia a faccia, in un meeting che sembrava quasi mettere a confronto due leader internazionali. Ronaldo ci ha messo la faccia, in quella disgustosa situazione, rendendo chiaro già nei giorni precedenti, in un’intervista con Piers Morgan, che lui stava dalla parte di Trump. Messi, invece, è andato alla Casa Bianca come se si trattasse di un qualsiasi appuntamento istituzionale: nella sua presenza da Trump traspariva un totale distacco dal mondo reale. Gli hanno detto di andare, ed è andato; ma, a differenza dei compagni di squadra, ridotti a semplice tappezzeria, gli è stato riservato un ruolo di primo piano. Nonostante questo, non ha mostrato un briciolo di personalità: è sembrato solo un costoso strumento nelle mani di Trump e di Jorge Mas, il proprietario dell’Inter Miami e figura di riferimento della comunità anticastrista cubana.

Raramente, nel mondo dello sport, si è visto un campione così grande eppure così insipido in termini non solo politici ma, in senso più ampio, extra-campo. Se a Ronaldo possono senza dubbio essere riconosciuti tratti caratteriali tipici, come la determinazione e l’arroganza, a Messi riesce difficile attribuire qualcosa che non sia il talento calcistico nella sua forma più essenziale. Tanto geniale e imprevedibile in campo quanto vuoto e insignificante fuori, la Pulga sembra non avere idee e opinioni su nulla, e sembra poter essere usato da chiunque lo paghi per qualsiasi scopo. Fa quello che gli dicono senza porsi domande né vincoli. In questo, dimostra di essere lui il vero grande calciatore simbolo di questa epoca dell’apparenza estremizzata e degli influencer: è un contenitore vuoto, che il miglior offerente può riempire con ciò che vuole, senza la minima opposizione.

Se giovedì ha incontrato Trump, gli ha sorriso e lo ha applaudito mentre raccontava della sua bellissima guerra in Iran e delle prossime che intende fare, nel maggio del 2022 sottoscriveva un contratto da testimonial per il turismo in Arabia Saudita del valore di 25 milioni di dollari in tre anni. Nell’estate del 2021 aveva invece lasciato l’amato Barcellona per accettare la ricca offerta del Paris Saint-Germain, con l’obiettivo implicito di essere un ambasciatore dell’imminente Mondiale in Qatar. Mondiale che ha vinto con l’Argentina, accettando senza il minimo problema di indossare un capo tradizionale qatariota prima di ricevere la Coppa del Mondo dalle mani di Gianni Infantino. Sono abbastanza episodi per poter sostenere che quella di giovedì a Washington non è stata un’eccezione, ma la norma di una carriera. Come scriveva qualche anno fa Karim Zidan sul Guardian, Messi stava “rapidamente diventando il testimonial dello sportwashing”.

Messi Qatar 2022 bisht
L’investitura solenne di Messi da parte dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, prima di sollevare la Coppa del Mondo del 2022.

Non è sempre stato così, in realtà. Agli inizi della sua carriera, Messi aveva occasionalmente mostrato alcuni momenti di sensibilità politica, anche se poco pubblicizzati. Nel 2011, quando aveva 24 anni, era stato intervistato dalla rivista libertaria argentina La Garganta Poderosa, aveva detto di emozionarsi quando vedeva immagini di Che Guevara in giro per il mondo e si era espresso in favore della verità sulla sparizione di Jorge Julio López. López era un 76enne sopravvissuto alla dittatura militare che nel 2006 doveva testimoniare contro l’ex ufficiale di polizia Miguel Etchecolatz, che sotto il regime aveva diretto uno dei centri di detenzione in cui venivano rinchiusi e torturati i dissidenti politici. Proprio il giorno prima della sua testimonianza finale davanti alla corte, Jorge Julio López era scomparso, e da allora di lui non s’è più saputo nulla. Tre anni dopo, Messi aveva partecipato anche a una campagna delle Abuelas de Plaza de Mayo, sebbene in quel caso fosse un’iniziativa organizzata dalla Federcalcio argentina. Come segnalato da Fútbol y Política, nel 2023, nelle sue storie su Instagram, aveva anche consigliato il film ‘Argentina, 1985’, che racconta il processo alla giunta militare.

Piccoli segnali che sembrano denotare, se non altro, un interesse dell’attaccante per uno dei momenti più importanti e drammatici della storia del suo paese. A questo punto, però, non si capisce come abbia potuto regalare una propria maglietta dell’Inter Miami autografata a Javier Milei, Presidente dell’Argentina che ha fatto diversi discorsi negazionisti sui crimini della dittatura, mettendo in discussione il numero dei desaparecidos o paragonando le violenze della giunta militare a quelle dei guerriglieri che le si opponevano. Milei è stato il primo capo di governo della storia argentina post-dittatura a nominare un ufficiale dell’esercito al ruolo di Ministro della Difesa, e ha difeso questa scelta con la volontà di “mettere fine alla demonizzazione dei nostri soldati”.

È possibile essere contemporaneamente sensibili alla memoria della dittatura e allo stesso tempo non vedere il problema nel farsi strumentalizzare da un politico negazionista? Milei ha spesso sfruttato il nome di Messi per dei confronti polemici con Maradona, idolo della sinistra argentina, e la Pulga non ha mai protestato contro questo uso del suo nome e della sua popolarità per scopi di propaganda politica. Non l’ha fatto neppure dopo l’incontro di giovedì alla Casa Bianca, quando Milei ha pubblicato su Instagram un post che diceva: “L’unica sinistra utile è quella di Messi” (un’allusione al piede favorito dell’attaccante). La presunzione di neutralità di Messi è in realtà un miraggio: invece di mantenere le distanze dai politici e dai loro discorsi, lascia che lo usino come meglio credono, senza opporsi.

Queste contraddizioni – od opportunismo, se vogliamo essere più severi – ricorrono più volte nella sua carriera. Nell’agosto del 2014 fece discutere un suo post in favore dei bambini di Gaza, nei giorni in cui la Striscia era sotto attacco da parte di Israele (non è stato possibile risalire al post originale e appurarne la veridicità, ma era stato ricondiviso dalla sezione palestinese dell’UNICEF e da testate israeliane come Times of Israel e Haaretz). Per qualcuno, fu la testimonianza di una vicinanza al popolo palestinese, come quella più nota ed esplicita di Maradona. Solo l’anno precedente, però, Messi aveva partecipato con il Barcellona a una tournée in Israele e in Cisgiordania, durante la quale aveva incontrato e stretto la mano a Benjamin Netanyahu. Ancora una volta è necessario chiedersi come si possa provare pena per le sofferenze dei bambini palestinesi e non avvertire disgusto per un personaggio come Netanyahu.

Messi Garganta Poderosa
Messi nel 2011, sulla copertina de ‘La Garganta Poderosa’, con una maglietta dell’Argentina per denunciare la sparizione di Jorge Julio López,

Non mi piace molto parlare di politica. – confessava nel dicembre del 2020 al giornalista Jordi Évole su La Sexta – Cerco di ascoltare tutti e di imparare. Mi piace parlare con i miei amici ed esprimere la mia opinione, ma all’interno di una cerchia ristretta”. Pur senza entrare nei particolari, nell’intervista Messi lasciava intendere di essere meno avulso dalle questioni extra-sportive di quanto non si direbbe. “La politica è diventata qualcosa di molto strano per le persone: più che partiti, sembrano squadre di calcio. Se ti schieri da una parte, devi combattere l’altra fino alla morte. La verità è che io non la vedo così. Voglio il meglio per il mio paese”. Ma, alla luce di queste parole, diventa più difficile sostenere che Messi abbia agito per ignoranza o ingenuità, nel suo incontro con Trump: viene da pensare che sapesse chi stava incontrando, pertanto doveva immaginare che reazione ne sarebbe seguita.

La politica è, prima di tutto, assumersi le proprie responsabilità. Vivendo ormai da più di due anni negli Stati Uniti, non si può credere che Messi non sia a conoscenza almeno in misura minima del dibattito in corso nel paese, o che non sappia che ci si può anche rifiutare di incontrare il Presidente. Essere alla Casa Bianca è stata, in definitiva, una sua scelta. E non ha senso dare valore alle giustificazioni di Mascherano, secondo cui lui e i giocatori pensavano che con Trump si sarebbe parlato solo di sport: era accaduta la stessa cosa con la Juventus; non avevano motivo di credere che non si sarebbe ripetuta. Essere neutrali è molto più difficile che essere schierati, perché, come dice un vecchio detto, tu puoi anche non occuparti di politica, ma di sicuro, presto o tardi, la politica si occuperà di te.

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