“E l’esplosivo spacca, taglia, fruga / Tra gli ospiti di un ballo mascherato / Io mi sono invitato / A rilevar l’impronta dietro ogni maschera che salta / E a non aver pietà per la mia prima volta.” – ‘La bomba in testa’, Fabrizio De André (1973)

Proprio allo scadere, Zigoni fuggì sulla fascia destra, e praticamente dal fondo riuscì a mettere in mezzo un pallone, giusto sulla testa di Petrini, che deviò in rete alle spalle di Zoff. Il Verona piegava la Juventus al Bentegodi e, con la contemporanea vittoria del Torino in casa sul Perugia, i granata campioni in carica tornavano in testa al campionato, a due settimane dal derby. Invece, l’arbitro Alberto Michelotti aveva fischiato un’infrazione: al momento del cross di Zigoni, la palla era già uscita. Ne scoppiò un acceso litigio attorno al direttore di gara, che per tutta risposta mostrò il cartellino rosso sia all’autore del gol annullato, Petrini, che allo juventino Cuccureddu. Verona-Juventus terminava così 0-0, e i bianconeri restavano primi in classifica, agganciati (ma non scavalcati) dai cugini. Un’ora più tardi, quando tutti i 50.000 spettatori ebbero lasciato lo stadio, in campo entrarono gli artificieri dei Carabinieri, e fecero brillare una bomba.

Era domenica 20 marzo 1977. Nel primissimo pomeriggio, Verona si stava preparando per una delle partite più delicate dell’anno: tra gli ultras dell’Hellas, le Brigate Gialloblù, e quelli della Juventus non correva buon sangue, soprattutto per via dell’amicizia tra i veneti e i tifosi del Torino. I bianconeri avevano vinto solo due volte in tutta la loro storia al Bentegodi, l’ultima poco più di un anno prima, con una discussa rete di Bettega. All’andata, a fine novembre, Zigoni aveva dovuto abbandonare il campo dopo essersi preso una bottiglia in testa, e il ricorso dei veneti era stato sorprendentemente ignorato. Prima dell’incontro di marzo, le Brigate Gialloblù e i Fighters bianconeri erano venuti a contatto, scatenando i primi disordini. A circa mezz’ora dal fischio d’inizio sembrava essere tornata la calma, quando un raccattapalle che stava perlustrando la sua zona del campo – dalle parti della pista d’atletica, dove di norma stava l’area dedicata al salto in alto – inorridì e corse a perdifiato verso le forze dell’ordine presenti nell’impianto: aveva trovato una bomba a mano.

Era domenica 20 marzo 1977. Nell’ultimo anno erano stati assassinati in scontri di piazza, attentati e operazioni di polizia quattro militanti politici, due esponenti di partito, sette agenti delle forze dell’ordine, tre giudici, e due terroristi. Il 16 dicembre dell’anno prima, dei militanti neofascisti avevano piazzato una bomba in Piazzale Arnaldo, nel centro di Brescia, uccidendo una passante e ferendone altri undici. Circa una settimana prima, i carri armati dell’esercito erano stati mandati a Bologna, dopo tre giorni di guerriglia tra studenti e polizia seguiti all’assassinio del militante comunista Francesco Lorusso. L’Italia era una polveriera già in fiamme, in cui gli attentati dinamitardi erano quasi all’ordine del giorno. Ma non era mai accaduto che venisse preso di mira uno stadio di calcio, l’ultimo luogo sacro che nessun terrorista, che fosse di destra o di sinistra, si sarebbe sognato di toccare.

I Carabinieri raggiunsero cautamente la zona del rinvenimento, ma con una piccola e remota consapevolezza nell’animo: il fatto che, da quando il raccattapalle aveva visto l’ordigno a quando erano arrivati sul posto gli agenti, la bomba non fosse esplosa, significava che forse la situazione era meno grave del previsto. L’ordigno – una bomba a mano SRCM Mod. 35, di quelle in dotazione all’esercito – aveva ancora la spoletta inserita. Toccò al dottor Pirella, il Questore di Verona, decidere come procedere: la norma avrebbe comportato di far brillare la bomba sul posto, per renderla inefficace. Quel tipo di ordigno non era ad alto potenziale, e rappresentava un pericolo solo per chi stava nelle immediate vicinanze. Ma come gestire 50.000 persone che, ignare di tutto, avrebbero assistito a un’esplosione all’interno dello stadio, col rischio di un fuggi fuggi generale? Il Questore decise che si sarebbe dovuto fare, per il momento, finta di nulla: la bomba venne coperta con dei tappeti di gommapiuma, e solo al termine dell’incontro, con lo stadio vuoto, sarebbe stata fatta scoppiare in sicurezza. Verso le 18.00, sotto una fitta pioggia, con un boato che scosse i vetri della tribuna stampa.

La notizia della bomba si diffuse solo a partita terminata, venendo comunicata in televisione dal riassunto della Rai. Nel servizio della Domenica Sportiva si parlò di “un episodio incredibile, che fa davvero meditare”, ordito da un qualche “incosciente”. Era di diverso avviso il Guerino Sportivo, che l’indomani usciva con un commento ben più preoccupato, a firma di Italo Cucci: “La lunga mano della violenza omicida è arrivata anche nel calcio. E adesso chi ci difenderà?”. E in effetti le parole di Cucci rispecchiavano i timori di molti. Gli esperti delle trame terroristiche internazionali indicavano Verona come un crocevia del traffico di armi dirette ai vari gruppi armati italiani e stranieri. Il Nord-Est era stato la culla del terrorismo, sia di destra che di sinistra: era negli ambienti universitari di Trento che si è formato il nucleo principale delle Brigate Rosse, mentre era a Padova che si era costituito il gruppo di militanti neofascisti che aveva messo la bomba a Piazza Fontana, a Milano, nel 1969. Che i terroristi avessero infine deciso di portare la loro guerra allo Stato anche nei campi sportivi?

Le indagini della polizia partirono subito. La bomba del Bentegodi aveva due sicure: la prima era stata rimossa, mentre la seconda no, forse perché difettosa. Chiunque avesse portato l’ordigno dentro lo stadio era probabilmente consapevole che l’esplosione non avrebbe causato vittime, lanciandola in campo. Ma era probabile che il suo obiettivo fosse quello di scatenare il panico, portando la gente a calpestarsi nella fretta di scappare dalla struttura. “Sono gesti sconsiderati, che possono davvero determinare tragedia assurde” aveva commentato l’allenatore della Juventus, Giovanni Trapattoni. Molto più pragmatico, per quanto con molta amarezza, era stato il portiere Dino Zoff: “Cosa volete che mi preoccupi di una bomba inesplosa alle spalle? Ormai c’è persino più rischio a uscire a spasso per la città. Viviamo continuamente nel pericolo. E non parlo soltanto di noi giocatori, ma di tutti. La pazzia è un male contagioso, purtroppo”.

Nel frattempo, le indagini avevano permesso di individuare un testimone oculare del lancio della bomba. Era partita da un gruppetto di persone, nel settore occupato dai tifosi veronesi: una spiegazione che rinfocolava le preoccupazioni iniziali legate al debordare del terrorismo politico dentro gli stadi, visto che da qualche anno le Brigate Gialloblù avevano iniziato a pendere decisamente verso l’estrema destra. Nonostante lo scetticismo iniziale delle forze dell’ordine, vennero identificati tre ultras veronesi, uno dei quali sedicenne. Furono arrestati e interrogati, e confessarono di aver tirato la bomba. A sentire loro, però, in quel gesto non c’era alcuna motivazione politica: spiegarono che l’avevano portata allo stadio con l’intento di scagliarla contro il pullman degli ultras bianconeri, ma che alla fine avevano deciso di lanciarla in campo. Pochi giorni dopo, un comunicato venne recapitato presso la sede del quotidiano locale L’Arena: le Brigate Gialloblù rivendicavano il gesto come “Un’intimidazione per il fronte bianconero, ma anche un segnale per i tifosi milanisti, laziali, sampdoriani e tutti gli altri che dovranno venire al Bentegodi”.

Hellas Verona - Juventus 1977: la bomba in campo
Le forze dell’ordine coprirono la bomba con i materassi dell’atletica, prima della partita. Durante l’incontro, il portiere veronese Franco Superchi si avvicinò alla zona per recuperare un pallone, e fu allontanato dalla polizia con una scusa.

Era davvero tutto qui? Nel bel mezzo degli Anni di piombo, l’unico ordigno mai entrato in un impianto sportivo era stato un gesto legato unicamente a conflitti tra tifoserie? O forse si stava cercando di coprire qualcuna, ed evitare ai tre responsabili materiali un’accusa per terrorismo? Come potevano tre ragazzi essere entrati in possesso di una bomba a mano in dotazione all’esercito italiano? Il caso diede adito a dietrologie e ipotesi, che però restarono per lo più confinate in una mitologia popolare, per lo più locale, scomparendo molto presto dalle pagine dei quotidiani. Il caso della bomba inesplosa di Verona-Juventus del 1977 venne incredibilmente dimenticato molto presto. Un sintomo, forse, di un’opinione pubblica largamente abituata alla violenza.

Di quella partita rimase solo quel preziosissimo punto che i bianconeri avevano saputo difendere al Bentegodi, non senza polemiche. “La palla non era fuori. – aveva tuonato Zigoni, nel post-partita – Adesso capisco perché la Juve non perde mai”. Non perse nemmeno nel derby del 3 aprile successivo, tenendo il Torino sull’1-1. Il 1° maggio, coi granata fermati sullo 0-0 in casa della Lazio e la Juventus vincente al Comunale contro il Napoli per 2-1, i bianconeri prendevano un punto di vantaggio sui rivali, che avrebbero difeso nelle successive tre giornate. Fu il primo scudetto della carriera da allenatore di Giovanni Trapattoni, e il suo secondo trofeo, dopo che quattro giorni prima aveva conquistato la Coppa UEFA in finale contro l’Athletic Bilbao.

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Fonti

«C’è una bomba al Bentegodi» La scoprirono i raccattapalle, L’Arena

FABIANO Lorenzo, La bomba a mano (inesplosa), il gol regolare annullato a Petrini. Quello 0-0 che ancora brucia, Corriere di Verona

PASTORE Giuseppe (Twitter/X)

Una bomba allo stadio, Hellastory.net

Una replica a “La bomba in campo”

  1. Ho vissuto cinque anni a Verona, e di questa incredibile storia non ho mai sentito parlare. Visto l’impegno che la tifoseria organizzata ci mette a smentire delle simpatie politiche assolutamente evidenti, non so dire se sia stata una “dimenticanza”, un caso, o qualcos’altro.

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