La scomparsa di Joe Gaetjens

Quando Joe Gaetjens rientrò ad Haiti, fu accolto con grande calore dai suoi connazionali. Per chi amava il calcio – e non erano pochi, nel paese – era una sorta di idolo: il primo calciatore haitiano ad avere segnato un gol ai Mondiali, peraltro decisivo per infliggere una storica sconfitta all’Inghilterra. Aveva quasi 30 anni, e mancava dall’isola da sette, durante i quali aveva conquistato una fama che nessun altro calciatore aveva mai ottenuto, e tra gli sportivi solo il leggendario Silvio Cator – l’eccezionale lunghista che nel 1928 vinse un argento olimpico e stabilì il record del mondo – era stato più famoso di lui. Dopo le avventure all’estero, che lo avevano condotto anche in Europa, Gaetjens era tornato a casa per chiudere la carriera da giocatore e metter su famiglia, ma trovò un paese molto diverso rispetto a quello che aveva lasciato.

Era nato nel 1924 a Port-au-Prince, in una famiglia benestante di origini mulatte che viveva nell’elegante quartiere di Bois Verna: i Gaetjens dovevano il proprio nome a un facoltoso commerciante di Brema arrivato nei Caraibi nella prima metà dell’Ottocento, subito dopo l’indipendenza dalla Francia, e che aveva costruito la fortuna della famiglia. All’inizio del Novecento, l’occupazione statunitense di Haiti aveva compromesso la ricchezza dei Gaetjens, che erano però rimasti ancorati all’èlite mulatta della capitale. Joe – nato Joseph Edouard – era il terzo figlio di un rispettato commerciante di rum e caffè, Edmond, e di sua moglie Antonine Defay. Fin da bambino si era appassionato al calcio, e già a 14 anni era entrato nell’Etoile Haïtienne, scalando rapidamente le gerarchie del club e arrivando a vincere anche due campionati, nel 1942 e nel 1944. Discreto attaccante, Joe Gaetjens venne indirizzato dalla famiglia a un più rispettabile lavoro imprenditoriale, e così nel 1947 fu mandato a New York per studiare contabilità alla Columbia, seguendo la strada del fratello maggiore Gérard.

Il calcio lo aveva seguito anche a Nord. Mentre studiava si dilettava col pallone, che alla fine lo aveva aiutato a trovare un modo per mantenersi finché stava negli Stati Uniti. Venne notato da Eugene Diaz, un uomo di origini spagnole che era proprietario di un locale ad Harlem – il Rudy’s Cafe, all’angolo tra la 111a Strada e Lenox Avenue – e tramite esso finanziava una squadra della semiprofessionistica American Soccer League, il Brookhattan Galicia. Geatjens iniziò così a giocare nel club, dividendo il resto del suo tempo tra gli studi universitari e il lavoro da lavapiatti al Rudy’s Cafe, dove si serviva cibo spagnolo. L’ASL era ciò che restava della gloriosa epoca del calcio professionistico statunitense degli anni Venti, e sebbene a quel punto non girassero più molti soldi e il pubblico fosse estremamente risicato, Gaetjens poteva arrotondare il suo stipendio da lavapiatti guadagnando 25 dollari a partita. Nel 1949-50, la sua terza stagione al Brookhattan Galicia, conquistò il titolo di capocannoniere del campionato, attirando l’attenzione della Federcalcio nordamericana.

Pur essendo haitiano, Gaetjens poteva all’epoca rappresentare gli Stati Uniti, essendo impiegato regolarmente nel campionato locale e avendo espresso l’intenzione di acquisire la cittadinanza. Per questo venne scelto per volare in Brasile con la Nazionale e disputare i Mondiali, e così la sera del 29 giugno 1950 a Belo Horizonte segnò la rete con cui gli americani inflissero la prima sconfitta della storia dell’Inghilterra alla Coppa del Mondo. Per un 26enne studente universitario dei Caraibi, fu l’evento che poteva cambiare una vita, aprendogli una carriera nel calcio che fino a quel momento non era mai sembrata possibile. Dopo il Mondiale, Gaetjens lasciò New York per trasferirsi in Francia, interrompendo i suoi studi alla Columbia prima del termine: firmò per il Racing Club de Paris, in prima divisione, dove divenne riserva dell’attaccante islandese ex-Milan Albert Gudmundsson. L’esperienza parigina, però, si rivelò poco fortunata, e dopo solo 2 reti in 4 partite Gaetjens si trasferì in seconda divisione all’Olympique Alès, dove rimase fino al 1954.

Joe Gaetjens (in mezzo) ritratto a New York alla fine degli anni Quaranta, con due amici.

Il fallimento della sua carriera da calciatore professionista lo costrinse a ritornare ad Haiti, con prospettive diverse rispetto a quelle con cui era partito. Non aveva una laurea, ma aveva conquistato grande notorietà, al punto che gli venne offerto un contratto come testimonial per Colgate-Palmolive e anche la possibilità di giocare con la nazionale haitiana. L’età e gli acciacchi a un ginocchio lo convinsero però a lasciare presto l’attività agonistica, per costruirsi una carriera in un altro settore, anche grazie agli appoggio della famiglia. Gaetjens aprì una lavanderia e nel 1955 sposò sua cugina Liliane, che viveva in Francia, da cui ebbe poi tre figli; oltre a questo, rimase legato al mondo del calcio, allenando una squadra giovanile di Port-au-Prince. Condusse una vita tranquilla e rispettata, almeno fino alle elezioni del 1957.

In quell’occasione venne eletto Presidente François Papa Doc Duvalier, un medico nero molto popolare tra la popolazione e ostile all’èlite mulatta di Haiti: alle elezioni, la famiglia Gaetjens aveva appoggiato invece l’altro candidato, Louis Déjoie, un ricco mulatto proprietario di piantagioni di zucchero con cui i Gaetjens erano imparentati. Il governo di Duvalier si orientò fin da subito all’autoritarismo e alla repressione del dissenso, e già nel 1958 Déjoie dovette abbandonare l’isola e andare in esilio negli Stati Uniti. La stessa strada venne percorsa anche da altri suoi sostenitori, ma inizialmente non dai Gaetjens, che avevano connessioni nel partito di Duvalier e si sentivano al sicuro. Joe non si interessava di politica, ma il resto dei suoi parenti più stretti sì: suo fratello maggiore Gérard venne anche arrestato per la sua attività di oppositore, anche se fu subito rilasciato grazie all’intercessione di alcuni famigliari. I fratelli minori Jean-Pierre e Fred vivevano da tempo nella vicina Repubblica Dominicana ed erano in contatto con gruppi dissidenti, tra cui obiettivi c’era anche quello di rovesciare il governo haitiano.

Il 7 luglio 1964 Duvalier si autoproclamò Presidente a vita, ufficializzando di fatto la dittatura. Quella notte la famiglia Gaetjens fece perdere le proprie tracce, rifugiadosi in un posto sicuro per timore della feroce polizia privata di Duvalier, i Tonton Macoutes, ma Joe non seguì questo esempio, pensando che il suo disinteresse per la politica lo escludesse dai possibili bersagli del regime. La mattina seguente, invece, venne arrestato e condotto nel carcere di Fort Dimanche, nella zona di La Saline. Si trattava di un vecchio forte costruito durante l’epoca coloniale francese, poi convertito in base militare americana negli anni Venti, e in seguito utilizzato come prigione. Duvalier faceva rinchiudere lì i dissidenti politici o coloro che erano stati catturati nel tentativo di fuggire da Haiti. Finire a Fort Dimanche significava sostanzialmente sparire dentro celle luride e minuscole, in attesa che il fato decidesse se si sarebbe morti di denutrizione, di disidratazione, per le torture o, nei casi più fortunati, per esecuzione.

Da quel giorno non si seppe più nulla di Joe Gaetjens. Il 1° gennaio del 1965, in occasione della Festa dell’Indipendenza haitiana, sua madre e sua sorella minore Mireille si recarono al palazzo presidenziale per chiedere a Duvalier di lasciarlo libero, perché era solo un calciatore che di politica non si era mai interessato. Papa Doc rispose che avrebbe esaudito la loro richiesta e fatto liberare il prigioniero il giorno seguente, ma niente di tutto questo avvenne. La famiglia Gaetjens continuò a cercare un modo per farlo uscire di prigione: nei mesi successivi il marito di Mireille entrò in contatto con una persona che gli assicurò che, in campo di 4.000 dollari, era possibile corrompere una guardia e farlo liberare in segreto. Fu fissato un incontro, ma anche in questo caso infruttuoso: a Fort Dimanche, Joe Gaetjens non c’era più. Negli anni successivi, la sua storia circolò molto tra gli espatriati haitiani, in particolare negli Stati Uniti: nel 1972, in pieno revival del calcio in Nord America, venne organizzata una partita in suo onore allo Yankee Stadium di New York tra Cosmos e una squadra di immigrati haitiani. Quattro anni dopo il suo nome venne incluso nella U.S. Soccer Hall of Fame.

Joe Gaetjens nel 1955 con sua moglie Liliane, il giorno del matrimonio.

Papa Doc Duvalier morì nel 1971 e venne sostituito dal figlio Jean-Claude, senza alcun cambiamento nella brutalità con cui veniva amministrato il paese. Quando quest’ultimo venne deposto, nel 1986, si contarono oltre 30.000 persone uccise a causa del regime: almeno 3.000 di esse erano morte a Fort Dimanche ed erano poi state seppellite nelle fosse comuni attorno al carcere. Lì, da qualche parte, stava e sta ancora oggi il corpo di Joe Gaetjens: non ci sono documenti che ne attestino la morte, ma si presume sia stato giustiziato pochi giorni dopo il suo arresto. L’esatta verità sul suo destino non sarà probabilmente mai appurata.

La sua storia è rimasta a lungo poco conosciuta fuori da Haiti, perfino negli Stati Uniti che avevano ottenuto grande lustro grazie a quel suo gol. Nel 1996 l’interesse sul suo conto era tornato gradualmente a crescere, grazie al libro di Geoffrey Douglas The Game of Their Lives, che racconta la storia della Nazionale statunitense del 1950. Era un periodo particolare: c’erano appena stati i Mondiali del 1994, il nuovo campionato locale – la Major League Soccer – stava iniziando a crescere, e in seguito nel 2002 gli USA raggiunsero un sorprendente quarto di finale ai Mondiali. Così, nel 2005 il libro di Douglas venne trasposto in un film omonimo, in cui però la figura di Gaetjens fu largamente mistificata: l’attaccante venne interpretato da un attore haitiano nero, Jimmy Jean-Louis, anche se in realtà era un mulatto, e venne mostrato come un devoto del voodoo, quando era sempre stato senza alcun dubbio cattolico. Solo nel 2010 la sua storia è stata finalmente riportata con fedeltà e correttezza, grazie all’eccellente lavoro di indagine e ricerca del giornalista di ESPN Leander Schaerlaeckens.

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Fonti

BRAGG Rick, The Auschwitz of Haiti for 3 Decades Gives Up the Secrets of its Dark Past, The New York Times

GEE Alison, Joe Gaetjens – the footballer who disappeared, BBC News

SCHAERLAECKENS Leander, Chasing Gaetjens, ESPN

SIMPSON Will, The tragic story of Joe Gaetjens – football’s ultimate underdog, The New European

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