“Il modo migliore per guardare una partita del Wimbledon è sul Televideo.” – Gary Lineker

Non c’è nessun’altra squadra come il Wimbledon FC, in Inghilterra, e forse nemmeno nel mondo. In vent’anni, è diventato uno dei club più conosciuti nel paese, anche se non proprio uno dei più amati: è chiamata la Crazy Gang, per via dell’atteggiamento, in campo e fuori, dei suoi giocatori. Praticano un calcio molto difensivo e tutt’altro che spettacolare, fisico e aggressivo, al limite dello spericolato. In un’epoca in cui la Premier League vuole trasformarsi in un campionato moderno e globale, che attiri grande pubblico anche fuori dai confini inglesi, qui a sud di Londra le cose vanno in una direzione diversa. I giocatori dei Dons provocano gli avversari, cercano di intimidirli, praticano la violenza come espediente tattico, con tackle esageratamente pericolosi, come quello di Vinnie Jones su Gary Stevens nel novembre 1988, che di fatto pone fine alla carriera dell’allora 26enne difensore del Tottenham. Fuori dal rettangolo verde non sono molto diversi: la Crazy Gang è nota per i rituali da caserma con cui dà il benvenuto ai nuovi acquisti, tipo costringerli a spogliarsi e rimandarli a casa a piedi tutti nudi, o legarli al tetto di un’auto e poi lanciarsi a tutta velocità in autostrada.

È una squadra politicamente scorretta, uscita non si sa come dai bassifondi della Non-League e arrivata fino all’incredibile conquista della FA Cup nel 1988, battendo in finale il Liverpool: fu in quell’occasione che il commentatore della BBC John Motson coniò il loro soprannome, ispirato a quello di un gruppo comico britannico degli anni Trenta, quando disse che “La Crazy Gang ha battuto il Culture Club“. Fino al 1977, il Wimbledon era un club dilettantistico, praticamente sconosciuto al di fuori di quella zona di Londra. Ma in quell’anno, dopo la promozione in Fourth Division al posto del Workington, la storia dei Dons cambiò per sempre. Si potrebbero elencare i grandi protagonisti di quell’epoca, dai giocatori – Dave Beasant, Vinnie Jones, John Fashanu, Lawrie Sanchez, Dennis Wise – agli allenatori – Dario Gradi, Dave Bassett, Bobby Gould, Joe Kinnear – che hanno consacrato lo stile di gioco e di vita del Wimbledon, ma sono cose note. Quella della Crazy Gang è una storia che tanti appassionati di calcio hanno imparato a conoscere e romanticizzato ben oltre i suoi effettivi meriti, fatta di metodologie discutibili e giocatori dalle tendenze fascistoidi – come Fashanu, che negli anni Novanta disconosce il fratello Justin perché omosessuale, e dopo il suicidio di quest’ultimo cercherà di smentire che fosse gay, definendolo come una persona “in cerca di attenzione”; o come Jones, che diversi anni dopo si scaglierà contro l’immigrazione che ha “rovinato il Regno Unito”.

In realtà, però, il vero protagonista del sogno del Wimbledon è una figura di tutt’altro profilo: Samir Hammam, detto Sam. Proviene dal Libano, ma ha studiato nel Regno Unito e ancora giovane si è fatto un nome nel settore degli appalti edilizi. Si era trasferito a Wimbledon attirato dal tennis, negli anni Settanta, ma alla fine era stato sedotto dal calcio e aveva deciso di entrare nel club locale. Grazie ai suoi investimenti, e a un mix irripetibile di acquisti giusti al momento giusto, i Dons erano riusciti nell’impresa di raggiungere i vertici del calcio inglese. Per Hammam, che aveva iniziato questa storia quasi come un gioco, questo ha significato una cosa, innanzitutto: la possibilità, finalmente, di fare soldi grazie alla squadra più bastarda d’Inghilterra. Dopo la conquista della FA Cup, parlando col tecnico Bobby Gould negli spogliatoi, Hammam è molto chiaro: “Siamo al nostro apice, e dobbiamo assicurarci di trarne il meglio: questi giocatori sono tutti in vendita”. L’estate successiva, una decina dei componenti della Crazy Gang che aveva battuto il Liverpool cambiano maglia, e tra essi ci sono Wally Downes, Andy Thorn, Brian Gayle, Dave Beasant, Steve Galliers e Mick Smith. L’anno seguente Vinnie Jones viene ceduto al Leeds (anche se poi farà ritorno nel 1992), e nel 1990 Dennis Wise passa al Chelsea.

Vinnie Jones e Sam Hammam celebrano una vittoria del Wimbledon sull’Aston Villa, nel 1993.

Grosso modo, nel 1994 non è rimasto quasi più nulla della squadra iconica che aveva sollevato la FA Cup sei anni prima. Quell’anno, sotto la guida tecnica di Joe Kinnear, il Wimbledon chiude sesto in Premier League, trascinato dalle reti di Dean Holdsworth (che nel 1997 verrà ceduto al Bolton per 3,5 milioni di sterline, una cifra record per i Wanderers). Ma per il club londinese è iniziato un inesorabile declino, e alla fine degli anni Novanta la squadra si trova a dover stabilmente lottare per non retrocedere. Non potendo più contare sugli introiti della vendita delle sue stelle, ormai esaurite, Hammam ha trovato un nuovo modo per fare soldi: ha trasformato il nomignolo inventato da Motson nel 1988 in un brand, iniziando a mettere in vendita magliette e altro merchandising intitolato alla Crazy Gang, anche se ormai essa è morta e sepolta. Ma non basta, e l’imprenditore libanese si convince che il problema è essenzialmente di pubblico: il Wimbledon è una piccola squadra con pochi tifosi, relegata in uno stadio minuscolo – il Plough Lane – e stretta tra le più o meno grandi potenze del calcio londinese. Nel 1991, i dettami del Rapporto Taylor sulla sicurezza negli stadi inglesi diventano la scusa perfetta per abbandonare l’impianto.

Lasciando i tifosi tutt’altro che contenti, Hammam si accorda per trasferire il Wimbledon a giocare nel vicino, e più grande, Selhurst Park, la casa dei rivali del Crystal Palace. Prima ancora del declino di risultati, la morte del Wimbledon FC inizia in quel momento: il club abbandona la propria casa per ragioni commerciali, e a molti inizia a essere chiaro che, con la pubblicizzazione del brand Crazy Gang, Hammam stia cercando di riscrivere una nuova identità per il club, costruita sul mito passato della FA Cup ma staccata da tutto il resto. All’epoca è ancora poco chiaro cosa sta avvenendo sotto banco: Hammam ha pagato le autorità pubbliche di Merton, il quartiere amministrativo dove sorge il Plough Lane, per fare rimuovere dall’accordo tra istituzioni e club la clausola secondo cui lo stadio deve essere destinato unicamente all’uso sportivo. Poi ha trasferito la proprietà dell’impianto dal Wimbledon FC a un’altra sua società, Rudgwick Ltd, per disporne più liberamente. Quindi inizia la caccia per trovare una nuova casa al suo club.

Questo progetto, però, si rivela più complicato del previsto: trovare terreni spaziosi ed edificabili nell’area sud-est di Londra non è semplice, e ben presto Hammam si rende conto che il piano rischia di rivelarsi un buco nell’acqua. Così, prende piede una nuova idea: trasferire in blocco il Wimbledon FC in un’altra città, se non addirittura in un altro paese. La prima ipotesi è Belfast, in Irlanda del Nord, e nel 1997 la proposta arriva addirittura sul tavolo del governo Blair: il processo di pace nel paese si sta finalmente concretizzando, e a 10 Downing Street c’è chi pensa che regalare ai nordirlandesi un club in Premier League potrebbe distendere ulteriormente gli animi e aumentare il sentimento di englishness degli abitanti. La federcalcio di Belfast, però, si dice contraria, e il progetto di Hammam naufraga. L’imprenditore libanese dirige il suo sguardo, allora, poco più a sud, e prende contatti per trasferire il Wimbledon a Dublino, pianificando di costruire un club destinato ad attrarre grandi fondi e a dominare il calcio irlandese. A differenza dell’ipotesi Belfast, quella dublinese circola pubblicamente, e arrivano varie dimostrazioni d’interesse da parte di nuovi soci.

Quella più interessante la formulano due imprenditori norvegesi, Bjørn Rune Gjelsten e Kjell Inge Røkke, che sono intrigati dall’idea di avere un club di calcio e pensano che investire sull’Irlanda – un paese in grande crescita economica – sia molto promettente. Il trasferimento del Wimbledon a Dublino ottiene anche il via libera della Premier League, con la possibilità di ospitare i nuovi “Dublin Dons” nel massimo campionato inglese. Ma a Wimbledon i tifosi scendono in strada a protestare: Hammam annuncia che si accorderà con Ryanair per fornire biglietti aerei scontati ai fan della squadra, ma il pubblico dei Dons non si lascia convincere. Mentre avviene tutto questo, il proprietario libanese compie il suo piccolo capolavoro: nel giugno del 1997, cede a Gjelsten e Røkke l’80% delle quote del Wimbledon, e nel frattempo si libera anche di Plough Lane, rimasto di sua proprietà e venduto alla società Safeway per farci un supermecato. Da queste due operazioni, guadagna un totale di 26 milioni di sterline; circa vent’anni prima, quando aveva acquistato il club, ne aveva spese appena 40.000. Nel frattempo, la federcalcio irlandese rende pubblica la propria opposizione al progetto di un club dublinese in Premier League, e l’ipotesi di ricollocazione del Wimbledon in Irlanda cola a picco.

I tifosi del Wimbledon in protesta fuori da Selhurst Park, nel 2002, contro la ricollocazione del club a Milton Keynes.

La Crazy Gang non esiste proprio più. Al suo posto è rimasto un club svuotato in mano a due imprenditori norvegesi che non ne vogliono proprio sapere di restare a Wimbledon. All’inizio tentano di gestire la situazione con calma e consolidare la propria presenza alla guida del club, ad esempio scegliendo l’istrionico ex-ct della Norvegia Egil Olsen come erede in panchina di Kinnear, e infarcendo la rosa di giocatori scandinavi, ma il risultato è drammatico. Spento e irriconoscibile, il Wimbledon frana e chiude terz’ultimo nella stagione 1999/2000, retrocedendo in seconda divisione. A questo punto, il discorso su un trasferimento della squadra non può più essere rimandato. L’idea più forte punta verso Milton Keynes, una cittadina nel Buckinghamshire, a nord-ovest di Londra, nata solo nel 1967 e in grande espansione. Non è un’idea nuova: già nel 1979 il vecchio proprietario Ron Noades aveva pensato di trasferire il Wimbledon a Milton Keynes per attrarre più pubblico e sponsor, e all’epoca aveva anche acquistato il piccolo club locale – il Milton Keynes City – per fonderlo coi Dons. Presto, però, Noades si era ricreduto sulle prospettive dell’accordo, e nel 1981 aveva ceduto il Wimbledon ad Hammam.

In vent’anni le cose sono però cambiate. Nel 2000 l’imprenditore britannico Pete Winkelman fonda il Milton Keynes Stadium Consortium, attraverso cui lancia un ambizioso progetto edilizio focalizzato sul quartiere di Denbigh North: l’idea è di edificare una grande area commerciale con supermercati, grandi negozi, un hotel di lusso, un centro conferenze e anche uno stadio di calcio da 30.000 posti, attorno a cui ruota tutto. Il problema è che Milton Keynes non ha una squadra professionistica, ed è questo piccolo ostacolo che porta Winkelman a entrare in contatto con Gjelsten e Røkke (dopo aver sondato il terreno anche con il Luton Town, il QPR e il Crystal Palace). L’accordo tra le due parti viene trovato in fretta, anche perché nel frattempo i due norvegesi hanno chiuso i rubinetti e il Wimbledon è finito in amministrazione controllata. Inizia così una lunga battaglia con i tifosi ma soprattutto con le istituzioni del calcio britannico, che si oppongono fermamente alla transizione. Nel maggio 2002, infine, arriva però il via libera: il Wimbledon FC si sposta con armi e bagagli – e trofei, cioè la FA Cup del 1988 – a Milton Keynes, 85 km verso nord.

La prima stagione nella nuova casa, iniziata nel 2003, si rivela però disastrosa. Già dall’annata precedente i tifosi hanno rotto con la società, e deciso di non sostenere più il club: il Wimbledon gioca in uno stadio vuoto, dato che non è riuscito nemmeno a convincere il pubblico locale a venire a seguire le partite, e questo non fa che aggravare i problemi economici. Sul lastrico, la squadra chiude ultima in classifica e cade anche in terza divisione. Per scongiurare il rischio bancarotta, che manderebbe a monte tutto il progetto, Winkleman accetta di rilevare le quote di Gjelsten e Røkke. Senza aver interpellato i pochi sostenitori rimasti, nell’estate del 2004 il nuovo proprietario decide di cambiare logo, colori sociali e nome della squadra, che da quel momento diviene Milton Keynes Dons FC. Nessuno, ormai, pensa più alla Crazy Gang: quest’ultima decisione è il suo necrologio, sepolto in un trafiletto nelle pagine interne di un quotidiano di provincia. Nel 2007, infine, l’avveniristico Stadium MK viene finalmente inaugurato, con i nuovi Dons che però, nel frattempo, sono nuovamente retrocessi, finendo in quarta serie. A Wimbledon si gioca ancora: nel 2002, alcuni tifosi in protesta hanno dato vita a un club amatoriale, chiamato Wimbledon AFC, che sta “A Football Club”. Ma questa è un’altra storia.

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Fonti

BOSE Mihir, Inside Sport: Hammam cast in villain’s role as Dons seek happy ending, The Telegraph

BREWIN Joe, Hilarious hijinks and hoofball? The real story of Wimbledon’s Crazy Gang, FourFourTwo

GINNELL Luke, Wimbledon’s Move to Ireland, The Set Pieces

MCMAHON TOM, Remembering Wimbledon’s Crazy Gang, These Football Times

Wimbledon become MK Dons FC, The Guardian

One response to “Come ti ammazzo il Wimbledon”

  1. Sai che (tifosi a parte, forse) in questa storia non riesco a trovare nemmeno un “buono”?

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