Giochiamo a carte scoperte: nelle recensioni non si fa mai, ma ogni tanto sarebbe bello se il recensore spiegasse il motivo per cui ha deciso di approcciarsi al libro di cui sta scrivendo. Il primo input alla lettura di Il calcio come esperienza religiosa di Andrea Novelli (Ultra Sport, 2023) mi è arrivato dal titolo, che era quasi identico a quello di un saggio di Marc Augé del 1982 (Football. Il calcio come fenomeno religioso, edito in Italia da EDB nel 2016), di cui avevo già discusso in passato. Siccome i legami tra calcio e religione su uno degli aspetti del pallone che ritengo più interessanti e ancora troppo superficialmente conosciuti, il libro di Novelli mi aveva subito attirato, e avevo così completamente ignorato il suo sottotitolo fino a che non mi sono trovato tra le mani l’opera stessa: 19 aprile 1989, il giorno che ha cambiato la storia del calcio italiano.
Quest’ultima frase dovrebbe subito confortare ogni potenziale lettore del libro: non si tratta di un saggio antropologico sulla religione, che richiede ore e ore di studio costante per essere decodificato e interpretato. È anzi un libro piuttosto scorrevole, che a ben vedere non è nemmeno un saggio sportivo. Novelli è vincolato al mondo del calcio da un decennio come arbitro, ma è innanzitutto uno scrittore e sceneggiatore. Il che significa essenzialmente una cosa: sa costruire narrazioni. E Il calcio come esperienza religiosa è proprio una narrazione, il racconto autobiografico di una giornata – mercoledì 19 aprile 1989, appunto – in cui il futuro autore di questo libro si avventurò assieme ad alcuni amici nell’audace impresa di seguire tutte e tre le partite delle italiane nelle coppe europee, di cui due dal vivo e una attraverso la scatola magica di una radiolina portatile. Sampdoria-Malines in Coppa delle Coppe, Bayern Monaco-Napoli in Coppa UEFA e Milan-Real Madrid in Coppa dei Campioni. Un momento topico del calcio italiano, che la narrazione archetipica di Novelli trasforma nel mito fondante dell’epoca d’oro del calcio italiano che sarebbe durata per i successivi vent’anni circa.
Quindi, l’opera assume innanzitutto la forma del romanzo – del romanzo di formazione, se vogliamo, in cui il formato è il calcio italiano – e per questo diventa logico domandarsi: cosa c’entra la religione in tutto questo? In realtà, essa è il cuore di tutto ciò che leggiamo, solo che l’autore l’ha seppellita nella storia, lasciandola emergere solo quando lo riteneva davvero necessario. Una cosa che ha il calcio e che altri sport di squadra quasi mai hanno sono le pause. Una volta uno mi disse che agli statunitensi non piace perché è troppo lento, si fanno pochi punti, “succedono” poche cose nel corso di una partita: il calcio è uno sport di pause, che danno il tempo di ragionare, o quando va male di farsi prendere dal panico. Il calcio come esperienza religiosa è un libro fatto di pause. La narrazione spesso s’interrompe, a volte anche bruscamente, e lascia spazio alle digressioni, all’inizio accennate poi sempre più approfondite. Una lenta presa di coscienza, un’idea che prima getta le sementi nella testa del protagonista (e, con lui, del lettore) per germogliare in seguito.
Dev’essere chiaro che il nocciolo della questione non è il tanto vago detto “il calcio è come una religione”, o anche “il tifo è una fede”, che spesso non sono altro che una vuota retorica atta a nobilitare uno sport che viene sempre percepito, anche dai suoi appassionati, come frivolo. Antropologicamente parlando, la religione è un complesso sistema codificato, che attraverso una ripetizione rituale rende esplicito il senso di appartenza di una comunità. La religione non è tanto credere in qualcosa, ma ciò facciamo per palesare questa credenza. La costruzione di templi, la riunione della comunità in giorni e orari specifici, l’utilizzo di canti e formule retoriche, il ricorso a una specifica simbologia. Tutto ciò ci consente di autorappresentarci come una comunità. Le interpretazioni del calcio come religione sono molteplici, e Novelli ne cita alcune, lasciando al suo lettore l’onere di scegliere quale lo convinca di più. Per (de)formazione personale, ho optato per quella che discende da Durkheim, che “sostiene che la religione non sia un sistema di idee, ma piuttosto un sistema di forze che mobilizzano le persone fino a condurle alla più alta esaltazione” spiega Novelli.

Ma non andiamo troppo in profondità, perché non è di questo che si parla. Piuttosto, l’autore ci offre delle suggestioni sul tema, che compaiono tra le righe quasi all’improvviso, come spunti che sovvengono alla mente dello spettatore allo stadio, in quelle pause tra un’azione e l’altra. Mentre fa il suo ingresso a San Siro per assistere alla partita del Milan di Sacchi (allenatore messianico come pochi, detto per inciso), Novelli si lascia catturare dall’imponente figura dell’impianto milanese, dove sta venendo costruito il terzo anello. I primi capitoli di Il calcio come esperienza religiosa parlano tanto di stadi: l’Italia si sta preparando ai Mondiali dell’anno successivo, e tanti impianti stanno venendo rinnovati, ricostruiti, alterati. Ma se a Marassi si è deciso di abbattere e ricostruire un pezzo per volta, a San Siro si è optato per aggiungere un anello alla struttura, già ampliata in passato. Lo stadio Meazza fa pensare allora alle antiche cattedrali religiose, in cui la struttura originaria veniva inglobata in una successiva, più grande, destinata ad accogliere un maggior numero di fedeli.
Questo libro è un’esplorazione del calcio e del suo pubblico che passa da un metodo quasi scientifico, perché l’autore – all’epoca un giovane arbitro – tiene fede all’equidistanza del suo ruolo e osserva il fenomeno dal di dentro ma con il distacco emozionale dello studioso. Tuttavia Novelli non si avventura mai in tesi ambiziose né scivola nella supponenza dell’intellettuale che scruta severamente il mondo. La sua opera resta, come detto, un racconto archetipico di uno spicchio della cultura popolare, e per questo è un testo aperto alla lettura e alla godibilità di ogni lettore. Un pregio non scontato è che, pur raccontando il raggiungimento della maggiore età di quel calcio italiano, non si toccano mai le scontate note del nostalgismo, di cui purtroppo gli anni Novanta del pallone sono troppo spesso ammantati. La sensazione è quella di essere lì: si vive il momento, si ha la consapevolezza di stare assistendo a un qualcosa di importante e si può intuire quello che arriverà, ma il dopo non viene mai apertamente affrontato nel libro. E questa sospensione è un tocco di stile che rende molto più piacevole la lettura.
Un altro aspetto che mi preme sottolineare di Il calcio come esperienza religiosa, e che potrebbe risultare anche il meno rilevante per qualcuno, è che ci offre la rara opportunità di guardare il calcio attraverso la mente di un direttore di gara. Novelli non è in campo, chiaramente, ma sugli spalti come un tifoso qualsiasi, eppure la sua formazione arbitrale emerge continuamente nelle pagine del libro, se ci si presta la dovuta attenzione. Non solo per gli incisi sul regolamento, che ogni tanto compaiono per spiegare alcuni aspetti, per rallentare la narrazione o anticipare dettagli che poi torneranno utili più avanti. È proprio un modo di osservare la partita, i movimenti dei giocatori, il fluire del gioco, che rispecchia l’impostazione di una persona che è chiamata all’arduo compito di giudicare cosa è corretto e cosa no, e quindi deve prestare attenzione a particolari che a noi spesso sfuggono. Il ruolo dell’arbitro è uno dei quelli più sottovalutati, nella scrittura calcistica, e paradossalmente è anche quello che rende il calcio così diverso da tutti gli altri fenomeni religiosi: in quale altro caso, il sacerdote – colui che officia il rito, ne detta i tempi e ne salvaguardia le regole – è così spesso contestato, messo in discussione, insultato, se non addirittura aggredito e minacciato?
Insomma, c’è qualcosa di strano in questa religione. Ma forse tutto ciò è dovuto al fatto che il calcio è figlio del nostro tempo, mentre le religioni che conosciamo nascono in un’epoca e in mondo ormai inconciliabili con quello attuale. Il pallone mescola al suo interno molti fenomeni culturali diversi, primo tra tutti la simulazione della guerra, con due eserciti in campo, ognuno coi suoi eroi, pronti a sfidarsi per dimostrare chi è il migliore. Ma come segnala Novelli i calciatori sono anche totem, simboli che facilitano il processo di identificazione di un individuo con una specifica comunità, del tifoso con il club o, più in generale, con il mondo del calcio. Perché il punto è proprio che l’esperienza religiosa riguarda esclusivamente i tifosi – noi tifosi – e non le persone che stanno in campo, gli attori di uno spettacolo che, per chi osserva sugli spalti o da casa, è sempre qualcosa di più. “Il calcio realizza tutte queste caratteristiche religiose – scrive l’autore – la fede, l’entusiasmo, l’esaltazione, un campo di forze e un’immarcescibile convinzione che la propria squadra si aggiudicherà il trionfo finale con la conquista della coppa, che rappresenta un vero calice sacro, il santo Graal ambito da tutti”.

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Fonti
-NOVELLI Andrea, Il calcio come esperienza religiosa, Ultra Sport, 2023


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