Il ritorno di fiamma – per ora molto mite – della Superlega si è consumato nella giornata di giovedì 21 dicembre 2023, quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza contro il monopolio di UEFA e FIFA sul calcio del Vecchio Continente. Una sentenza “epocale”, secondo alcuni – principalmente italiani – alla pari del caso Bosman. La possibilità di una rinascita del progetto Superlega ha però portato con sé prese di distanza più che adesioni, e anche questa volta, così come due anni e mezzo fa, il vento della rivoluzione è sembrato piuttosto una leggera brezza. Quello che succederà non lo possiamo sapere, ma ciò che invece è successo e può essere analizzato e discusso è l’affascinante uso che le parti in causa hanno fatto del linguaggio, rafforzando stili e idee già visti nell’aprile 2021, e che mostrano una spiccata evoluzione della politica del calcio europeo verso quel populismo oggi imperante nella politica extra-sportiva.
È opinione diffusa che “populismo” sia un termine vago usato da vari politici per bollare preventivamente in maniera negativa i propri avversari, e in una certa misura è effettivamente così. Tuttavia da anni i politologi cercano di definire in maniera più precisa cosa sia il populismo odierno e cosa no, e ogni discorso di questo tipo, anche se sul calcio, non può non partire dal lavoro degli accademici, più che da quello dei cronistici politici. Da questo punto di vista, uno dei saggi più interessanti sull’argomento è senza dubbio Populism: A Very Short Introduction, scritto dall’olandese Cas Mudde assieme al cileno Cristóbal Rovira Kaltwasser (due dei massimi esperti dell’argomento a livello mondiale), pubblicato nel 2017 dalla Oxford University Press. I due studiosi analizzano il fenomeno attraverso un “approccio ideativo”, che li porta a definire il populismo come una thin-centered ideology, che può essere grossolanamente tradotto come “ideologia sottile”, da contrapporre alle “ideologie spesse” come fascismo, liberalismo o socialismo. In poche parole, il populismo ha una “morfologia ristretta”, che lo porta a essere spesso aggregato o scambiato con altre ideologie più spesse, e proprio questa sottigliezza fa sì che non sia in grado di fornire risposte complesse ai problemi della società.
La tesi che si vuole proporre qui è che, nel grande dibattito sulla Superlega, entrambe le fazioni (la UEFA e A22 Sports, cioè la società che promuove il progetto Superlega, al momento formata da Real Madrid e Barcellona) utilizzino essenzialmente un linguaggio populista. Partendo dalla breve definizione data sopra di thin-centered ideology, dovrebbe essere facile notare una somiglianza iniziale: né la UEFA né A22 finora sono state in grado di fornire risposte complesse ai veri problemi del calcio di oggi. Il loro approccio è essenzialmente finanziario e a beneficio di una cerchia ristretta di soggetti: servono più soldi nel calcio europeo, quindi bisogna riformare la sua principale competizione. I problemi complessi del calcio vanno ben oltre il giro d’affari, che oggi è anzi uno dei più cospicui al mondo nel settore sportivo. Le vere questioni sono le mancate contromisure alla crisi climatica emergente, il rapporto coi tifosi, l’inclusione degli atleti e delle atlete appartenenti alle varie minoranze, i crescenti costi dell’organizzazione dei tornei internazionali come Europei e Mondiali, il controverso rapporto con i fondi sovrani degli stati, il ruolo dei procuratori, la congestione del calendario con conseguenti effetti sulla salute dei giocatori. Tutti problemi che vengono snobbati da ciascuna delle due parti in causa, apparentemente incapaci anche solo di concepirli.
Ma l’analisi di Mudde e Rovira Kaltwasser va logicamente più in profondità di così. I due ricercatori individuano nel populismo tre concetti principali: il popolo, l’élite e la volontà generale. Dovrebbe essere chiaro a tutti come i populisti costruiscano la propria narrazione sullo scontro tra il popolo puro e l’élite corrotta, ma in cosa consistono nello specifico questi due concetti, che detti così rischiano di sembrare fin troppo vaghi? L’idea di “popolo” si articola in tre declinazioni essenziali: il popolo sovrano, la gente comune (common people) e la nazione. Il concetto di popolo sovrano è ciò che in politica possiamo riassumere banalmente in “il popolo ha sempre ragione”: ogni politico populista rivendica di essere stato votato dal popolo (che, a seconda dei casi, possono essere gli italiani, i francesi, gli americani, eccetera), inteso come soggetto omogeneo. In questo modo, crea una netta distinzione tra chi è “popolo” (cioè chi supporta il populista) e chi invece è “altro” (cioè chi non lo supporta). Il popolo del calcio sono chiaramente i tifosi, e le loro caratteristiche, almeno nel dibattito dei potenti del calcio europeo, ricalcano perfettamente i concetti di cui parlano Mudde e Rovira Kaltwasser: l’omogeneizzazione del popolo in “gente comune” avviene per mezzo dell’attribuzione di uno status socioeconomico ideale (il tifoso è generalmente inteso come di classe media) e con valori e tradizioni culturali sterotipate (dettate appunto dalla tradizione del calcio europeo). Nel calcio passa un po’ in secondo piano il concetto di “nazione”, tanto centrale in politica, ma potremmo dire che la patria del tifoso è essenzialmente la grande nazione del calcio. Questi tre concetti definiscono l’identità del “popolo”.

Il discorso del presidente della UEFA Čeferin riportato qui sopra mette in evidenza alcuni punti della retorica populista che abbiamo presentato prima. Il suo è un chiaro appello al “popolo sovrano” che “può fare la differenza” se trova la forza di opporsi all’élite della Superlega, identificata come un ristretto gruppo di affaristi (“Il calcio non sarà venduto a quella che io chiamo una sporca dozzina” dice) che agiscono contro la “tradizione”. Il modo in cui descrive la Superlega segue ciò che Mudde e Rovira Kaltwasser dicono a proposito del concetto di “élite”: un corpo altrettanto omogeneo, corrotto e detestato, numericamente ristretto e spesso identificato con chi detiene posizioni di potere in ambito economico e finanziario, e che agisce contro l’interesse nazionale (nel nostro caso, l’interesse del calcio). Ma va da sé che nel 2021 la Superlega utilizzava la medesima retorica per attaccare la UEFA, ribaltandole addosso il ruolo dell’élite. “La Superlega non è per i ricchi, ma per salvare il calcio” spiegava Florentino Pérez, paventando il pericolo (che oggi possiamo dire oltremodo sovrastimato) che per il 2024 il calcio sarebbe già stato morto, senza un cambiamento radicale. L’appello alla minaccia imminente e sovrastimata, come possono essere il terrorismo o l’invasione degli immigrati, è un frame ricorrente del discorso populista.
Il dibattito politico nel calcio europeo è incentrato soprattutto sul definire chi sia l’élite e chi invece rappresenti il popolo. Sempre Pérez, il volto principale della Superlega tanto ieri quanto oggi (nonché un ex-politico: tra il 1976 e il 1983 ha ricoperto vari incarichi per l’Unión de Centro Democrático), diceva: “Il calcio è l’unico sport al mondo con oltre 4 miliardi di tifosi, ed è nostra responsabilità come grandi grandi club rispondere ai desideri dei tifosi”. Il presidente del Real Madrid insiste nell’omogeneizzare dei tifosi in un’unico grande gruppo, 4 miliardi di persone con lo stesso identico interesse, che solo i grandi club della Superlega hanno la capacità (di più, la “responsabilità”) di rappresentare. Questa frase ci ricollega al terzo concetto chiave del saggio, quello di “volontà generale”, ovvero la somma di interessi particolari in un momento specifico, che di solito va di pari passo con il concetto di “buonsenso” (common sense). Il meccanismo populista consiste per prima cosa quindi nel costruire una propria idea di popolo: i tifosi vanno intesi come un gruppo compatto, ignorando ogni possibile differenza socioeconomica, di fruizione del calcio (ultras, tifosi indipendenti della curva, dei distinti o che seguono le partite solo in tv, sono tutti la stessa cosa), di tifo per uno specifico club (sostenere la Juventus piuttosto che l’Empoli è uguale), e di motivazioni dietro al tifo stesso. Una volta fatto questo, si attribuisce al popolo dei tifosi uno specifico sentire comune, di cui ci si fa portavoce in opposizione a un’élite contraria all’interesse del calcio.
Una particolarità dell’élite, sottolineano ancora i due studiosi, è quella di essere definita in base a una distinzione morale, e non situazionale. In parole semplici, l’élite non è caratterizzata dal potere, ma dal fatto di essere corrotta. Questo dettaglio non scontato è ciò che permette a ogni populista di porsi come “anti-sistema” e dalla parte del popolo pur occupando importanti posizioni di potere. Da un lato il presidente della UEFA, cioè la seconda persona più potente del calcio mondiale dopo il suo omologo della FIFA, e dall’altro i presidenti e proprietari dei club più ricchi del mondo, che incidentalmente sono anche persone che possiedono aziende multinazionali di primo piano. Successivamente, il terzo step del nostro percorso è la “promozione strategica di istituzioni che permettono la costruzione della presunta volontà generale”. Come è ad esempio la Superlega: un nuovo torneo che è anche espressione dell’alleanza dei club contro il monopolio della UEFA e in rappresentanza dei presunti interessi dei tifosi. Ma anche la confederazione europea, pur dovendo giocare sulla difensiva e dovendo adottare una posizione più conservatrice, ha promosso una proposta contro l’élite della Superlega, ovvero la riforma della Champions League.
Da quello che abbiamo visto, il populismo si pone sempre come una forza democratizzante, in contrasto con un’élite autoritaria, che sia il “monopolio” della UEFA o la ristretta cerchia di “avari” e “narcisisti” ricconi della Superlega. Da una simile narrazione discende il fatto che il populista deve fare frequente ricorso al concetto di “libertà”, qualcosa che va riconquistata e restituita al “popolo”. Subito dopo la sentenza della Corte di Giustizia della UE, il CEO di A22 Sports Bernd Reichart ha commentato entusiasta: “Il monopolio UEFA è finito. Il calcio è LIBERO (sic)”. Anche Florentino Pérez ha usato la parola “libertà” nel suo discorso dopo la sentenza, descrivendo il ruolo della Corte in quanto ente incaricato di garantire “i nostri principi, valori e libertà” (ritorna anche il riferimento ai valori, con un implicito parallelismo tra quelli della UE e quelli della Superlega). Questo termine ricorre nel suo commento ben quattro volte in quasi tre minuti (“Oggi ha vinto l’Europa delle libertà, e anche il calcio e i suoi tifosi”; “hanno prevalso il diritto, la ragione e la libertà”; “possiamo lavorare in libertà”), mentre cinque volte il presidente del Real Madrid si appella all’interesse dei tifosi. Cita poi anche il “merito sportivo”, il fatto che il progetto sarà “aperto a tutti” e che avrà “un governo trasparente”. Pérez aggiunge che, d’ora in avanti, i club saranno “padroni del proprio destino”, che è poi quella che in politica viene detta appunto “sovranità”.

La sentenza di giovedì 21 dicembre ha dato il via a una specie di campagna elettorale, lanciata da Reichart con due brevi annunci, uno per attirare i club nel progetto e l’altro per attirare i tifosi. I primi studi sul populismo, come quelli di Rüdiger Dornbusch e di Jeffrey Sachs, indicavano la promessa di politiche economiche irrealizzabili come un aspetto peculiare del fenomeno, e sostenere di voler offrire ai tifosi partite gratuite sembra inserirsi proprio in quest’ambito. Lo ha detto anche il presidente della Liga spagnola Javier Tebas, che poi si è avventurato in una battuta sui bar atta a screditare i fautori della Superlega: un stile comunicativo che ricorda invece altri studi, secondo i quali il populismo è lo “stile folkloristico” della politica, caratterizzato anche da un uso colorito ed iperbolico della comunicazione contro l’avversario.
Alla luce di tutto questo, e considerando il ruolo centrale che il calcio riveste nella società europea, non stupisce che la politica sia stata in prima linea nel discutere della Superlega, tanto nel 2021 quanto nel 2023. In entrambe le occasioni, il governo britannico è stato quello che è intervenuto in maniera più massiccia, sconfessando il progetto e causando la ritirata delle squadre della Premier League. Più di recente, Downing Street ha comunicato di stare lavorando a delle norme per impedire ai club britannici di aderire a tornei esterni al controllo della UEFA. Non sorprende che, in entrambe le occasioni, il Primo Ministro fosse un populista conclamato, prima Boris Johnson e adesso Rishi Sunak. Queste azioni politiche sono giustificate dal bisogno di difendere la sovranità popolare (ben espressa dalle proteste dei tifosi dell’aprile 2021) e di salvaguardare l’interesse nazionale, rappresentato dai ricchi introiti della Premier League. È interessante notare che anche il leader dell’opposizione, il laburista Keir Starmer, è sulla stessa linea, e ha promesso che, in caso di elezione, impedirà la nascita della Superlega: “È ora di mettere i tifosi al primo posto”.
Come già approfondito tempo fa, calcio e politica si prestano particolarmente al transfer bidirezionale di certe retoriche comuncative e ideologiche, e il caso della Superlega non fa che ribadirlo. Uno dei principali punti di contatto è il ruolo del pubblico, ovvero la progressiva sovrapposizione tra tifosi ed elettori in un’epoca in cui i significati originali di questi concetti sono stati in gran parte abbandonati. Oggi entrambi rappresentano più che altro dei fruitori dei prodotto, ma anche delle risorse a cui la politica ricorre per guadagnare o conservare il proprio potere. L’importanza primaria del tifoso consiste nel sottoscrivere abbonamenti a servizi televisivi o di streaming, che rappresentano una fetta enorme dei guadagni del calcio, ma anche l’elettore è oggi una sorta di abbonato: nel momento in cui vota per un partito contribuisce al suo guadagno, permettendogli di conquistare posizioni di potere attraverso una certa quota di eletti. Questo guadagno ha un valore limitato nel tempo, solitamente per la durata di una legislatura, proprio come un abbonamento, e durante questo periodo l’elettore può sì disaffezionarsi al prodotto, ma non può “ritirare” il proprio voto. Alla scadenza dell’abbonamento, quando è tempo di nuove elezioni, i partiti possono formulare nuove offerte per convincere gli elettori a sottoscrivere l’accordo per un’altra legislatura. Nel momento in cui i due concetti vanno a sovrapporsi così tanto, l’adozione delle stesse ideologie e strategie comunicative tra i due ambiti diventa inevitabile.


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