Ci sono i Mondiali in Corea e Giappone, e ci sono gli Stati Uniti che stanno sorprendendo tutti nel torneo, arrivando infine allo storico risultato dei quarti di finale. C’è poi un cadavere, abbandonato da qualche parte in una cella frigorifera di un obitorio dell’Upper West Side di Manhattan, di cui nessuno si è occupato. Nessuno è venuto a piangerlo o a reclamarlo per le esequie funebri, a cui dovrà pensare quindi l’amministrazione cittadina. Non è uno di quei senzatetto di cui la città è drammaticamente strapiena, ma un signore distinto, mancato nel fiore dei suoi 99 anni, un immigrato che però ha vissuto per più di metà della sua vita a New York. Tre anni fa è morta sua moglie, e non gli è rimasto più nessuno. Alcuni dicono fosse stato un calciatore, in un tempo molto lontano. Lui raccontava più che altro di essere un esule, scappato da morte certa.
La sua storia non sarebbe un gran segreto, in realtà, ma praticamente nessuno nell’obitorio sa che quell’uomo, nel 1968, aveva pubblicato un libro con le sue memorie, intitolato Death Row. All’epoca non aveva fatto granché scalpore, non in un’epoca di pacificazione in cui ormai Francisco Franco era considerato un amico dell’Occidente, dopo essere stato un sodale di Hitler e Mussolini. Ma in quel libro l’uomo, di nome Patricio Escobal, raccontava tutto: il suo arresto, le accuse (false), le torture subite in prigione dai fascisti solo per il fatto di essere un militante di sinistra e un convinto repubblicano. La volta che aveva rischiato di essere fucilato, ma alla fine lo avevano lasciato andare: “Non questa notte” gli aveva detto, sogghignando. Nel libro faceva nomi e cognomi dei suoi aguzzini, descriveva nei dettagli cosa aveva subito, prima di riuscire a fuggire dalla Spagna assieme a sua moglie e suo figlio. Non era un’opera scritta con chissà quale velleità artistica o di successo, ma delle copie erano arrivate nelle mani di alcuni marinai spagnoli antifascisti, che le avevano trasportate clandestinamente fino al loro paese natale, per farle circolare al di sotto dello sguardo della censura del regime.
Patricio Escobal, detto Perico, era nato nel 1903 a Logroño, nella Rioja, ma da ragazzo si era trasferito a studiare a Madrid presso il collegio gesuita Nuestra Señora del Pilar, nel quartiere Chamartín. A circa tre chilometri dalla scuola sorgeva un grande stadio, dove si esibiva il Real Madrid: gli bastò poco per convincere i dirigenti della squadra a prenderlo con loro, grazie alla sua statura imponente e al fisico robusto. Nel 1921 esordì con la prima squadra, disimpegnandosi come difensore centrale accanto a un titano dell’epoca come Félix Quesada e davanti al portiere Cándido Martínez: un terzetto che fece la storia dei madrileni, negli anni Venti, vincendo cinque campionati regionali tra il 1922 e il 1928. Riconosciuto come un ottimo difensore, rappresentò anche la Spagna durante le Olimpiadi di Parigi del 1924, quando la formazione iberica uscì al primo turno contro l’Italia. Un’epoca pionieristica, durante la quale si costruì la base di quello che sarebbe stato uno dei club più forti al mondo, che vide Perico Escobal indossare anche la fascia da capitano della squadra e, contemporaneamente, laurearsi anche in ingegneria.
Era un’epoca in cui il calcio, in Spagna, non ti garantiva di che vivere di rendita, ma pochi altri giocatori pensavano già al futuro come Escobal, che all’epoca si divideva tra il campo e il lavoro nei cantieri industriali. Una cosa che non incontrava i favori della dirigenza del Real, e che alla fine portò il difensore a trasferirsi in una squadra più piccola, ma che gli lasciasse più tempo per lavorare: nel 1928 si accordò dunque con il Racing de Madrid, in seconda divisione, e vi rimase anche l’anno successivo, nonostante la retrocessione. Tornò al Real Madrid nel 1930 per un’ultima stagione, prima di lasciare la capitale e spostarsi nella sua Logroño, giocando ancora qualche partita in terza divisione con la squadra locale. Sullo sfondo c’era un paese che cambiava rapidamente: le proteste degli operai erano all’ordine del giorno, e alla fine la dittatura era caduta e il Re Alfonso XIII era stato costretto ad andarsene in esilio: la Spagna diventava una repubblica.

Di tutti questi cambiamenti, Perico Escobal era stato a suo modo un protagonista nel mondo del pallone. Ai tempi del Real Madrid si era scontrato con la stella della squadra, Juanito Monjardín, in merito alla professionalizzazione dei giocatori: l’attaccante era un sostenitore della fazione che voleva un calcio predominio dell’alta borghesia, mentre Escobal era per la creazione di un sindacato specifico e per un passaggio al professionismo che garantisse a tutti la possibilità di vivere giocando a pallone. Calciatore, ingegnere e militante politico, il difensore riojano era un simpatizzante di sinistra e nel 1934 si iscrisse alla Izquierda Republicana, il partito socialdemocratico appena fondato da Manuel Azaña. Escobal era convintamente di sinistra e antifascista, ma era anche un moderato, e in virtù della sua istruzione cattolica non sorprende che in almeno un’occasione aiutò delle suore a fuggire da un convento dato alle fiamme da dei militanti di sinistra, negli anni di tensione che condussero poi alla Guerra Civile.
Quando i fascisti attuarono il loro colpo di stato contro la Repubblica, Perico Escobal si trovava a Logroño, e in quanto noto militante di sinistra venne subito arrestato e chiuso in prigione. Lo presero quattro giorni dopo il golpe, presentandosi a casa sua e dicendogli che si trattava solo di una formalità, e che sarebbe tornato dalla famiglia entro l’ora di pranzo. Lo accusarono di essere un sovversivo, di aver preso parte ai roghi dei conventi e di aver viaggiato a Madrid per organizzare la resistenza nella Rioja e ottenere delle armi. In più, contro di lui fu usata la consueta accusa di essere un massone, e di aver aggredito un deputato della Acción Riojana, un partito di estrema destra. Fu ripetutamente torturato, ad esempio attraverso delle tecniche di privazione del sonno, tramite potenti luci che restavano sempre accese nelle celle e che causavano irritazioni agli occhi. Il fatto di essere stato un calciatore famoso gli evitò molti problemi dei detenuti comuni: un soldato che era stato un suo tifoso gli vendette un paio di occhiali con le lenti oscurate a un prezzo di favore. Da un altro prigioniero, per la stessa ragione, ricevette in dono un materassino, grazie al quale poté risparmiarsi di dormire per terra ogni notte, cosa che gli procurava un forte dolore a causa del morbo di Pott che gli aveva colpito la colonna vertebrale, e per il quale naturalmente non riceveva alcuna cura.
Un giorno, nella prigione arrivò addirittura il generale José Millán-Astray, il fondatore della Legión Española e una delle figure di spicco dei militari golpisti. Chiese a Escobal di rinnegare le sue idee per essere scarcerato, e l’ex-capitano del Real Madrid gli rispose “Me cago en Franco y en usted!”, che come si può immaginare è un colorito modo per rispondere negativamente. Durante questo periodo in carcere, venne a sapere, non senza meravigliarsene troppo, che nel frattempo Monjardín era entrato tra i falangisti, e che la stessa cosa aveva fatto Domingo Gómez-Acedo, ex-laterale mancino dell’Athletic Bilbao e suo compagno di squadra alle Olimpiadi di Parigi. Acedo si trovava proprio nella Rioja, allora, ed era incaricato di organizzare l’esecuzione dei soldati repubblicani catturati. Escobal rischiò almeno quattro volte di finire tra i fucilati, ma si salvò sempre, probabilmente perché il suo passato da sportivo famoso rendeva sconveniente ucciderlo.
Fu però una casualità a portarlo a uscire di prigione. Il regime fascista italiano aveva inviato un proprio rappresentate in Spagna per coordinare le truppe a sostegno dei golpisti, il generale Gastone Gambara, il quale si era stabilito proprio a Logroño, in una casa di proprietà della famiglia di Teresa Castroviejo, la moglie di Perico Escobal. La donna convinse il generale a far chiudere il caso contro suo marito e a lasciarlo libero, e Gambara acconsentì a patto che la famiglia Escobal lasciasse la Spagna per andare in esilio. Salparono nel 1939 da Portugalete, vicino Bilbao, a bordo della nave Magallanes, recandosi a Cuba, da cui poi presero un’altra nave che li condusse a New York, dove viveva il fratello di Teresa, il noto chirurgo Ramón Castroviejo. Nel frattempo, i fascisti vincevano la Guerra Civile e inizia la terrificante storia del Franchismo.
Gli Escobal si stabilirono a Manhattan, iniziando una nuova vita. La laurea in ingegneria di Perico Escobal gli permise di trovare presto un lavoro, in un paese che all’epoca era in crescita economica dopo le riforme del New Deal. Divenne responsabile dei lavori per l’illuminazione pubblica nel Queens, e ricevette anche importanti riconoscimenti cittadini per questo progetto. Tornò solo una volta in Spagna, nel 1974, poco prima della caduta del regime, per assistere ai funerali di sua madre. Degli anni della prigionia gli restarono i segni nella mente e nel fisico, debilitato dalla malattia contratta in carcere. Suo figlio pedro si laureò in Matematica, e lavorò anche alla missione dell’Apollo 11, quella dell’allunaggio. Nel 1999 rimase solo, dopo la morte di sua moglie e compagna d’esilio Teresa. Due anni dopo, un lontano parente lo contattò dalla Spagna: era un ragazzo di nome Pablo Escondrillas, che doveva recarsi a New York per seguire un master alla Columbia, la cui facoltà era vicina all’abitazione dell’ex-calciatore.
“Era un uomo dalla cultura immensa. Amava parlare di Cervantes, e si può dire che avesse più interesse per la cultura che per il calcio” racconterà Escondrillas anni dopo il loro incontro. Perico Escobal gli raccontò però di come, grazie al calcio, avesse avuto l’occasione di girare il mondo, giocando amichevoli con il Real Madrid in Sudamerica, a Brooklyn, ad Amburgo, a Lille. Morì solo e dimenticato nel 2002, e solamente quel giovane parente si ricordò alla fine di lui. Recuperò le sue memorie e le tradusse in spagnolo, riuscendo a farle finalmente pubblicare nel paese natale nel 2005 con il titolo di Las sacas, in un’edizione curata dalla professoressa di Filologia dell’Università della Rioja María Teresa González de Garay. Così, infine, Perico Escobal tornò a casa dal suo lungo esilio.
Fonti
–BERCALA Diego, El capitán republicano del Real Madrid murió solo en Nueva York, Revista Libero
–GARCÍA Pío, Las tres vidas de Perico El Faquir, capitán del Real Madrid, ABC
–LARA Miguel Ángel, Perico Escobal, el defensa que regateó a Franco, Marca


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