Anche se il calciomercato è finito, l’Arabia Saudita aleggia ancora come un fantasma sopra l’Europa pallonara. L’ultima ricca campagna acquisti dei club sauditi, in particolare quelli controllati dal PIF, ha lasciato un segno profondo sugli equilibri e la sicurezza del calcio del Vecchio Continente, e anche se alla fine Messi, Mbappé, Kroos e Salah ha detto di non essere interessati alle offerte della Saudi Pro League, la sensazione comunque è che qualcosa di grosso sia successo, e che nelle prossime finestre di mercato questa situazione si riproporrà. Dei timori e delle speranze del calcio europeo attorno alla fragorosa irruzione saudita si è già scritto qui e qui, ma è forse giunto il momento di fare una riflessione ben più ampia su quali siano i reali obiettivi di Riad. Da un paio d’anni almeno, anche qui in Italia sia parla spesso di sportwashing, ma questo in realtà rappresenta solo una fetta della torta araba.
Lo sportwashing in sé spiega poco della strategia saudita, principalmente perché non è solo una prerogativa araba. La strategia di usare lo sport per “ripulirsi la faccia” davanti al mondo è in realtà molto più antica: basti pensare che il termine è stato utilizzato la prima volta per descrivere il piano dell’Azerbaijan quando nel 2015 organizzò i Giochi Europei. In passato, casi di sportwashing ante litteram sono stati rappresentati dai Mondiali in Italia nel 1934 o da quelli in Argentina del 1978, ma anche dalle Olimpiadi di Berlino del 1936 o dalla Coppa Davis del 1976 in Cile. Per certi versi, anche il modo con cui Silvio Berlusconi usò lo sport come trampolino di lancio e poi di consolidamento delle sue fortune politiche può essere considerato sportwashing. Proprio per questo motivo, da un po’ di tempo chi si occupa del tema ci tiene a precisare che quello saudita ormai non sia più solo sportwashing, ma qualcosa di molto più complesso.
Il primo a mettere bene per iscritto questa critica è stato nell’ottobre 2022 lo studioso norvegese Stanis Elsborg, che ha puntato il dito innanzitutto contro una definizione troppo stringente e che rischia di riflettere uno stereotipo culturale secondo cui sono solo i paesi autoritari fanno sportwashing. Elsborg cita un esempio perfetto che smentisce questa convinzione, ovvero dell’uso molto simile che Unione Sovietica e Stati Uniti hanno fatto dello sport durante la Guerra Fredda: entrambi hanno fatto leva su di esso per mostrare al mondo di essere il paese migliore in cui vivere. Si potrebbe obiettare che gli USA non avevano nulla da nascondere, nulla per cui doversi “ripulire la faccia”, ma ovviamente non è così: pensiamo alle leggi Jim Crow, rimaste in vigore fino al 1965 (e cioé, per dire, anche quando Jesse Owens trionfava a Berlino), o allo scandalo del Watergate, clamoroso tentativo di manipolare il regolare svolgimento delle elezioni da parte del Presidente in carica (che avveniva nell’estate del 1972, mentre a Monaco di Baviera gli sportivi statunitensi conquistavano ben sei ori nell’atletica leggera). Potremmo considerare anche l’uso politico che Chirac prima e Macron poi hanno fatto delle vittorie mondiali della Francia del calcio, nell’ambito della loro lotta contro il Front National.
Sportwashing si mostra allora come un termine problematico, che mentre gode di sempre maggiore circolazione nel giornalismo mainstream rivela in realtà diversi altri limiti. Ciò non significa, però, che l’Arabia Saudita non sia interessata a usare lo sport per migliorare la propria immagine internazionale. Il calcio in particolare è storicamente un prodotto e una sineddoche della modernità: un grande campionato di football, con tanti tifosi e campioni internazionali serve a restituire l’immagine di un paese moderno e lontano anni luce dallo spietato regime fondamentalista di beduini del deserto a cui tanta gente pensa in automatico. La conferma di ciò arriva, per esempio, da come l’Arabia Saudita sta investendo nel calcio femminile: è stata creata una nazionale che inizia ora a competere in alcune partite, sono state acquistate giocatrici note dall’estero (il caso di Ashleigh Plumptre ha fatto molto discutere nel Regno Unito), si è messa una nota figura del calcio europeo a dirigere il progetto (la tedesca Monika Staab) e stanno emergendo anche delle arbitre locali (la prima è stata Anoud al-Asmari). In questo modo, il governo di Riad vuole porsi come un paese moderno in cui le donne sono perfettamente inserite nella società, quando le ong che si occupano di diritti umani raccontano una storia molto differente.

Lo sportwashing è quindi solo una parte di questa storia, è l’approdo che abbiamo individuato per partire alla scoperta del complesso piano saudita per il calcio. Alcuni, una volta sbarcati, accettano di fermarsi qui; noi, invece, proviamo ad andare più in profondità. Lo stesso Primo Ministro ed erede al trono Moḥammad bin Salmān ha sostenuto, in un’intervista recente a Fox News, che “Se lo sportswashing aumenta il nostro prodotto interno lordo di un 1%, allora continueremo con lo sportswashing”. L’aspetto economico è importantissimo nel progetto di Riad: il calcio è solo un capitolo di un più vasto piano di investimenti in vari settori strategici dell’economia e della finanza globali, necessari per rendere il paese indipendente dalla produzione e dalla vendita del petrolio. È il cosiddetto Saudi Vision 2030, il programma del governo arabo che negli ultimi tempi è divenuto abbastanza popolare, e che ovviamente non riguarda solo lo sport. Durante la pandemia del Covid-19, il PIF ha iniziato ad acquisire importanti partecipazioni in compagnie multinazionali come Disney, Boeing e Facebook, solo per fare qualche esempio.
Tuttavia bisogna stare attenti a non sfuggire alla padella dello sportwashing per finire nella brace di Saudi Vision 2030. Spiegare le mosse di Riad unicamente in termini economici sarebbe una semplificazione tanto grossa quanto credere che tutto ciò che Bin Salmān vuole sia farsi bello davanti al mondo grazie a Cristiano Ronaldo. Nel suo articolo, Elsborg suggerisce di sostituire il concetto di sportwashing con quello ben più sensato di soft power, coniato da Joseph Nye negli anni Novanta. Ovvero, nelle parole dello stesso Nye, “l’abilità di influenzare gli altri per ottenere ciò che uno vuole attraverso l’attrattività piuttosto che la coercizione o il pagamento”. Questo apre le porte a nuove riflessioni che si possono fare sull’utilizzo diplomatico dello sport, permettendoci di raggiungere la terza tappa di questa nostra esplorazione. Alla domanda “Che cosa vuole davvero l’Arabia Saudita?”, dopo aver considerato la volontà di migliorare la propria immagine internazionale e quella di consolidare e diversificare la propria economia, va aggiunta un’ulteriore e ben più esaustiva risposta: l’Arabia Saudita vuole l’egemonia globale.
Il punto è passare da un ruolo essenzialmente passivo nella politica internazionale (quello di un marginale paese desertico da cui le potenze si riforniscono di carburante, come una grande pompa di benzina globale) a uno attivo, sedendosi al tavolo degli stati più potenti e influenti della Terra. In quest’ottica, il calcio, cioè lo sport più seguito al mondo, divenuta lo strumento migliore per trasportare nella pratica le ambizioni saudite. La roboante campagna di calciomercato dell’estate 2023 da parte dei club della Saudi Pro League è una dichiarazione d’intenti: l’Arabia Saudita non è più un paese subordinato alle grandi potenze, ma una di esse. Non si accontenta degli scarti del calcio europeo o dei campioni a fine carriera, ma va a prendere giocatori di primo piano come Mahrez e Neymar, o addirittura a sfidare (e vincere) le società del Vecchio Continente nella corsa a giocatori come Sergej Milinković-Savić e Gabri Veiga. Sempre negli scorsi mesi, Riad ha anche raffreddato i suoi rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, che furono stabiliti nel 1945 e che sono spesso stati descritti come “oil for protection” (petrolio in cambio di protezione). Protezione di cui oggi Riad sente di non avere più bisogno, inseguendo invece una piena autonomia nella politica internazionale.
Come ha scritto Jean-Michel Bezat su Le Monde il 25 settembre, “il Regno non è più sottomesso agli Stati Uniti”, e anzi ora l’Arabia Saudita vuole muoversi più liberamente sul campo della politica mondiale, stabilendo relazioni più solide con la Cina (il principale destinatario dei suoi idrocarburi) e la Russia (nuovo partner nel rinnovato cartello dell’OPEC a 23 paesi). Una circostanza che dovrebbe condurci anche a rivalutare l’impatto di Vision 2030 sui piani sauditi: negli ultimi anni, la produzione di petrolio nel paese è notevolmente aumentata e il suo commercio non è mai stato tanto determinante nell’economia saudita come lo è oggi. Ad ogni modo, qua siamo un passo oltre lo sportwashing: non si tratta più di usare il calcio per ripulirsi la faccia dai crimini contro i diritti umani, ma di utilizzarlo per ridefinire la propria immagine internazionale. Non più per nascondere qualcosa (un’immagine pubblica per sottrazione), ma per affermare qualcos’altro (un’immagine pubblica per addizione). Il calcio non vuole essere rispecchiare solo ciò che gli stranieri vogliono vedere del paese, ma soprattutto di ciò che l’Arabia Saudita vuole concretamente essere.

Ricapitoliamo: nascondere i propri lati oscuri, consolidarsi economicamente, affermarsi come potenza della politica internazionale. Questa è l’essenza del piano di Riad per il calcio, che potremmo organicamente definire come una totale rivoluzione del volto del paese, sia al suo interno che verso l’esterno. A tutto questo andrebbe aggiunto però un quarto aspetto, una tappa un po’ più periferica ma ugualmente importante per la nostra esplorazione: la questione sociale e generazionale, finora quasi del tutto sottovalutata. L’ultimo censimento, i cui risultati sono stati resi pubblici quest’anno, indica che il 63% della popolazione ha meno di 30 anni. Il boom della popolazione giovanile saudita è discusso da qualche anno, soprattutto in merito alle conseguenze sociali che questo potrà far emergere. Le nuove generazioni sono esposte a una cultura più cosmopolita e liberale in termini di diritti civili: nel dicembre 2021, fuori Riad si è tenuto un gigantesco rave party in cui si sono mescolati insieme uomini e donne, si sono consumati alcol e marijuana, e in cui era presente anche un gruppo della comunità LGBTQ+. La richiesta di un allentamento dell’oppressione del regime potrebbe diventare uno dei nodi centrali del prossimo futuro dell’Arabia Saudita, che deve far fronte anche ai problemi dovuti alla carenza di posti di lavoro, alla questione abitativa e all’elevato costo della vita, tutte cose già anticipate da sondaggi tra i giovani sauditi del 2014.
In quest’ottica, investire nel calcio è quindi anche un modo per creare una grande arma di distrazione di massa per la popolazione, scongiurando possibili disordini sociali. In un paese in cui già prima dei colpi di mercato dell’estate scorsa il pubblico negli stadi era significativo, l’arrivo dei campioni europei può stemperare l’insoddisfazione dei tifosi, costretti a vedere le grandi stelle del calcio mondiale solamente in tv, nelle dirette dei campionati stranieri. E i calciatori possono diventare uno strumento di propaganda attraverso cui rinsaldare lo spirito patriottico, come ha sottolineato Karim Zidan nella sua newsletter Sports Politika. Il video realizzato dall’Al-Nassr (uno dei club statalizzati tramite il PIF) per la festa nazionale dello scorso 23 settembre mostra Cristiano Ronaldo e altri suoi celebri colleghi in abiti tradizionali sauditi, accompagnati dallo slogan “Tutti uniti. Per una sola bandiera. Sogniamo, e realizziamo”. L’uso dello sport per rinsaldare la coesione interna al paese, soprattutto della parte più giovane e potenzialmente scontenta della popolazione, è un aspetto ancora poco considerato di tutto il caso saudita.
Ma quest’ultimo punto della strategia del governo di Riad è anche quello più complicato da realizzare. La tecnica del panem et circenses per distrarre la popolazione è storicamente consolidata, ma tutt’altro che infallibile. Anzi, non sono infrequenti i casi in cui proprio gli stadi sono divenuti luoghi di incubazione perfetti per movimenti di protesta sociale: è successo nella Spagna dei primi anni Settanta, così come più di recente in Turchia e in Egitto. Solo il tempo dirà se le prospettive dell’Arabia Saudita sono state troppo ambiziose.


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