Il caso di Nouhaila Benzina, la calciatrice del Marocco che è divenuta la prima calciatrice a indossare un hijab in campo durante un Mondiale, ha fatto molto discutere sulla pagina Facebook di Pallonate in Faccia, nella scorsa settimana. Messi da parte i prevedibili commenti islamofobi, alcuni utenti hanno contestato la decisione della FIFA (che dal 2014 ha liberalizzato l’utilizzo dell’hijab da parte di giocatrici, allenatrici e arbitre) ritenendola una pericolosa intromissione della religione nel calcio, due ambiti che secondo questi utenti dovrebbero restare separati. Questo argomento presenta una problematica di base: dire che calcio e religione vanno tenuti separati equivale a dire che calcio e politica vadano tenuti separati, un’assurdità storica e sociologica che qui si combatte da sempre. Tuttavia, è chiaro che questa è una replica superficiale, che richiede un maggiore approfondimento. Che trovate proprio qui, appena oltre il bordo di questo paragrafo.

Partiamo da un punto: perché dire che calcio e religione dovrebbero restare separati equivale a dire che calcio e politica dovrebbero restare separati? Un adagio da tempo diffuso a sinistra è che la politica va tenuta separata dalla religione, e ciò sembra dirci che le due cose non sono sovrapponibili. Ma se facciamo un’analisi storica, capiamo che la questione è più complessa di così. Nelle civiltà antiche, il governo (cioè, l’essenza stessa della politica) si basava in gran parte sull’aspetto etico, cioè sulle leggi, che stabilivano cosa era giusto e cosa sbagliato, e tutto ciò aveva radici religiose: erano i sacerdoti a formulare le leggi. Poi, certo, abbiamo avuto l’Illuminismo e la secolarizzazione, ma spesso la religione ha più o meno consapevolmente guidato le scelte politiche: l’abolizione della schivitù e della pena di morte hanno, in molti paesi, motivazioni etico-religiose, e non per questo ora le riteniamo illegittime. Molti cattolici, in Italia, sostengono le ong che salvano i migranti nel Mediterraneo (il lavoro informativo del giornale cattolico per eccellenza, Avvenire, è encomiabile, da questo punto di vista), e di certo non ci mettiamo a criticarle perché applicano la morale dei Vangeli alla politica del 2023. La religione è parte integrante della nostra visione del mondo e della nostra cultura, che ci piaccia o meno.

Nel calcio, questo si traduce banalmente nel fatto che non possiamo fare finta di non rapportarci al pallone secondo tratti culturali che derivano, in positivo e in negativo, dal nostro rapporto con la religione. Inforcando i proverbiali occhiali da professorone, mi preme ricordare che proprio il recentemente scomparso Marc Augé scrisse un saggio nel 1982 in cui si analizzava il calcio come fenomeno religioso (e che è stato illustrato qui). L’antropologo francese metteva in evidenza come le partite di calcio rappresentino per molti tratti un fenomeno liturgico di massa, codificato secondo una precisa ritualistica che ai vari praticanti appare naturale (anche se, ovviamente, non esiste nulla di “naturale” nell’interazione umana, ma tutto è un costrutto culturale). Augé parla di una religione laica, ma pur sempre di religione si tratta, ed è radicata nel calcio perché questo è parte della nostra cultura tanto quanto la fede (o le fedi) in cui, volenti o nolenti, è maturata la società in cui viviamo. Cerchiamo di essere meno astratti, però.

La religione ha fatto la storia del calcio fin dagli inizi: se volessimo seriamente predicare oggi la laicità dello sport, ci ritroveremmo senza uno sport da seguire. Moltissime accese rivalità sono su base religiosa, anche se probabilmente dall’Europa cristiana non ce ne accorgiamo. In Libano, i tifosi si dividono nettamente tra i due club sunniti Al Ansar e Nejmeh, e il club sciita Al Ahed, e in Israele le tensioni tra israeliani e palestinesi che si riverberano sul calcio hanno una ovvia base che è sia politica che religiosa, ebrei contro musulmani. A molti tifosi del Vecchio Continente queste divisioni possono sembrare stupide e superflue, abituati come siamo a rivalità sportive che sopravvivono anche in assenza di influenze religiose. Eppure il derby di Glasgow, generalmente descritto come una sfida tra indipendentisti e unionisti, nasce anche come un conflitto religioso tra i cattolici e gli anglicani. A sinistra, il Celtic ha conquistato molte simpatie negli anni per gli ideali repubblicani dei suoi tifosi, con la Green Brigade che spesso ha sostenuto la causa palestinese, ma si preferisce ignorare il fatto che uno studio del 2003 del Glasgow City Council indicava che il 74% dei tifosi dei Bhoys si identificasse come cattolico, contro il 65% di protestanti tra i sostenitori dei Rangers. In questo caso, la separazione tra sport e religione sembra interessare molto meno.

I tifosi del Celtic celebrano le proprie origini: croci celtiche (simbolo, in questo caso, del cattolicesimo irlandese) e l’immagine del fondatore del club, il religioso irlandese Andrew Kerins, dell’ordine dei Fratelli Maristi.

Chiedere la separazione tra queste due categorie sociali significa togliere al calcio parte della sua essenza e della sua storia. Pochissimi appassionati conoscono, evidentemente, il ruolo delle associazioni cristiane nella nascita di molti club di calcio e nella diffusione di questo sport, principalmente nel Regno Unito, ma non solo. Sotto la spinta dell’ideologia della Muscular Christianity, che mescolava i valori religiosi a patriottismo e pratica sportiva, vennero formate molte società sportive, alcune delle quali sopravvissute fino a oggi, come ad esempio il Bolton Wanderers (che venne fondato da un sacerdote nel 1874 col nome di Christ Church Football Club). Se calcio e religione devono essere tenuti separati, allora dovremmo chiedere lo scioglimento del Bolton, o l’annullamento definitivo delle Olimpiadi, che sono anch’esse figlie della Muscular Christianity. Oppure del Red Star di Saint-Ouen, vicino Parigi: nonostante la sua tifoseria di estrema sinistra e quel nome così da Prima Internazionale, il club è stato creato nel 1897 da Jules Rimet e alcuni amici come società di calcio espressamente improntata alla diffusione dei valori cristiani cattolici.

All’appassionato di oggi, però, tutti questi discorsi storici possono comprensibilmente sembrare di scarsa rilevanza rispetto al caso dell’hijab di Nouhaila Benzina, o alla recente decisione della Premier League di prevedere delle pause dei match dopo il tramonto, per consentire ai giocatori musulmani di rifocillarsi durante il Ramadan. Queste novità regolamentari hanno lo scopo di evitare discriminazioni implicite su base religiosa: senza di esse, ci ritroveremmo con delle limitazioni alla pratica del calcio professionistico (e, quindi, del lavoro) per uomini e donne musulmani. Quindi, anche rivendicare la presunta laicità dello sport contro queste riforme non significa comprire un atto politicamente neutro. Anche perché le suddette discriminazioni ovviamente non esistono per i credenti cristiani, a cui nessuno ha mai pensato di impedire di farsi il segno della croce quando si scende in campo (come faceva Maradona, per esempio) o di festeggiare un gol con dedica all’Altissimo (cosa che faceva invece Kaká). La differenza sostanziale è che, essendo il calcio un prodotto culturale europeo, esso è talmente impregnato di cultura cristiana che spesso nemmeno ce ne rendiamo conto, e finiamo per trovare “invadenti” solo le dimostrazioni delle altre fedi.

Se i gesti citati sopra di Maradona e Kaká sono comunque vistosi e potrebbero infastidire uno spettatore ateo, ce ne sono molti altri ben più radicati che nessuno criticherebbe mai. Ad esempio, il fatto che i campionati si giocano tradizionalmente la domenica pomeriggio, un modello che bene o male è resistito anche ai vari spezzatini dovuti alla gestione dei diritti tv: il momento clou del campionato rimane, nonostante tutto, la domenica pomeriggio. Questo perché, essendo il giorno dedicato al Signore, non si lavorava, e c’era dunque il tempo, dopo la messa della mattina, per andare allo stadio. E cosa dire della meravigliosa tradizione anglosassone del Boxing Day, la giornata di Premier League del 26 dicembre? Si passava il Natale in famiglia, ma il giorno dopo la festa religiosa proseguiva, e di nuovo si aveva l’occasione di andare tranquillamente a vedere la partita (che non si poteva invece giocare il 25 dicembre sempre per ragioni religiose). Se ciò che vogliamo è uno sport assolutamente laico, dobbiamo pretendere l’abolizione totale dei match alla domenica e nel giorno di Santo Stefano. Così come del minuto di silenzio dopo una tragedia, visto che quando questo rito vide la luce, nel 1919 nel Regno Unito, fu definito dal suo stesso ideatore “una intercessione sacra” per commemorare i caduti della Grande Guerra.

Torniamo, a questo punto, sull’hijab di Nouhaila Benzina. Alcune critiche che ho letto si concentrano sul fatto che la calciatrice del Marocco sarebbe stata obbligata a indossarlo, e che quindi rappresenterebbe una violazione dei suoi diritti che la FIFA non dovrebbe consentire. L’hijab, in Marocco, non è obbligatorio, e infatti Benzina è l’unica, su 23 giocatrici che compongono la sua squadra, a portarlo. Da questa critica emerge una visione profondamente etnocentrica dell’argomento, secondo cui siccome nessuna donna occidentale indosserebbe mai un hijab allora una qualsiasi donna al mondo che lo indossi lo fa necessariamente contro la sua volontà. In questi giorni in Australia si allena anche la nazionale femminile dell’Afghanistan, che dal 2021 sopravvive in esilio a causa del ritorno al potere dei Talebani: basta scorrere le foto di queste ragazze che si trovano facilmente online per accorgersi che molte di esse portano l’hijab. Sono letteralmente donne che hanno sfidato i Talebani giocando a calcio in un paese dove lo sport femminile è stato a lungo vietato, e che oggi continuano a sfidarli lottando con la FIFA per essere riconosciute come rappresentanti del proprio paese. Come si può sostenere che loro scelta di portare l’hijab sia una sottomissione religiosa al volere maschile?

La selezione femminile dell’Afghanistan, dopo una partita in Australia. Alcune giocatrici indossano l’hijab, e praticamente tutte hanno braccia e gambe coperte: anche quest’ultima scelta di abbigliamento ha motivazioni religiose, ma non suscita le stesse critiche del velo.

Solo questo esempio dovrebbe essere sufficiente per rendersi conto che in questa storia, oltre a un aspetto religioso, ce n’è un secondo, che riguarda l’autodeterminazione delle donne. Negli ultimi anni, sono emersi movimenti femministi nel mondo musulmano, specialmente nei paesi occidentali, in cui si rivendica il diritto di portare l’hijab senza limitazioni. Nel maggio 2020, in Francia è nata l’associazione Les Hijabeuses, un gruppo di calciatrici che lottano per la cancellazione dei divieto contro il velo islamico in campo che ancora è previsto dalla federcalcio transalpina. A fine giugno 2023, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso dell’associazione, definendo appropriato il divieto federale, in quanto in linea con i principi di laicità e neutralità dello sport francese. Principi che però non valgono quando un giocatore maschio dedica un gol a Dio in campo, come ha fatto spesso il centravanti della nazionale Olivier Giroud, notoriamente cattolico, che ha un vistoso tatuaggio a tematica religiosa sul braccio destro (“Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, una frase della Bibbia scritta in latino) e che nel 2019 è anche stato caporedattore straordinario della rivista cristiana Jésus. La libertà religiosa di Giroud non è mai stata messa in discussione, ad esempio chiedendogli di coprire quel tatuaggio quando gioca, eppure l’hijab è ritenuto intollerabile per la Francia laica.

I calciatori cristiani sono liberi di tatuarsi sul corpo croci, Madonne e frasi dei Vangeli senza che nessuno nemmeno pensi di obbligarli a coprirli, mentre il divieto dell’hijab in Francia è arrivato a essere discusso anche in Senato, prima che il governo decidesse di ritirare l’emendamento che voleva farne una legge dello Stato. Il principio della laicità dello sport appare quindi molto ambiguo, applicato solo quando fa comodo, finendo così per diventare implicitamente uno strumento di discriminazione culturale e religiosa. Si tutelano le radici cristiane degli sport occidentali, mentre si guarda con severità alle altre espressioni religiose. E il fatto è che le prime sono insopprimibili, perché fanno parte della storia della nostra società e quindi anche del nostro calcio, come abbiamo visto. Quindi, l’unica cosa sensata da fare, sarebbe accettare il fatto che la religione (le religioni) è uno degli aspetti del calcio, proprio come la politica. Il che non significa che le religioni non siano criticabili, specialmente in certi loro aspetti che vanno a discriminare e ledere i diritti di altre categorie, solo che la soluzione non è bandirle ipocritamente dal campo, come se possano essere considerate soggetti alieni.

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4 risposte a “Il calcio non può essere separato dalla religione”

  1. Ma che poi, dare per scontato che l’hijab sia un’imposizione maschile, oltre che razzista, non è anche sessista? Dare per scontato che una donna subisca delle imposizioni e che faccia o non faccia determinate cose solo perché obbligata non è mancare di rispetto alla donna stessa?

    (Riguardo la laicità “a targhe alterne” della federazione francese… potrebbe entrarci la guerra d’Algeria?)

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    1. Sì, credo ci sia una componente implictamente sessista, che si mescola con un certo atteggiamento eurocentrico.

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  2. […] musulmani rispettano il digiuno del Ramadan, Giroud ha una frase della Bibbia tatuata sul braccio. Come già spiegato in passato, la religione è parte integrante dello sport, e a volte può trasformarsi in […]

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  3. […] in passato. Siccome i legami tra calcio e religione su uno degli aspetti del pallone che ritengo più interessanti e ancora troppo superficialmente conosciuti, il libro di Novelli mi aveva subito attirato, e avevo […]

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