È un timore che, più o meno consciamente, avvertiamo tutti, in questi giorni. Lo ha esplicitato abbastanza bene Jamie Carragher, ex-difensore del Liverpool e oggi noto opinionista sportivo, in un tweet con cui ha reagito al possibile trasferimento in Arabia Saudita di Bernardo Silva: “Non ero preoccupato che il campionato saudita comprasse giocatori sulla trentina, lo ero un poco con i giocatori sotto l’élite (Neves), ma se questo accade sarà un momento di svolta. I sauditi si sono presi il golf, i grandi eventi della boxe e ora vogliono fare lo stesso col calcio. Questo sportwashing deve essere fermato!”. Se è legittimo, da tifosi europei, avvertire preoccupazione nel vedere gli equilibri del calcio che si spostano verso un altro continente, tutt’altra storia è considerare questa una grave ingiustizia a cui porre un freno a livello legislativo. Proviamo allora a mettere le cose un attimo in prospettiva.
Partiamo da alcune premesse. La prima è che l’Arabia Saudita, come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, è una monarchia assoluta liberticida che viola i diritti umani, e che dovrebbe essere tenuta fuori dal mondo del calcio, e in generale dal consesso democratico. Questo però è un ragionamento che possiamo fare giusto noi idealisti: l’Arabia Saudita commercia da anni con i paesi occidentali, da tempo investe nel calcio, e come lei fanno e hanno fatto altri paesi politicamente discutibili (ricordiamo la lunga sponsorizzazione dello Schalke 04 da parte di Gazprom, che peraltro finanziava pure la Champions League?). La seconda premessa è che le vaste operazioni di calciomercato del calcio saudita (e del Newcastle saudita, in parallelo) non significano automaticamente il declino del calcio europeo. Solo il tempo ci dirà se questa posizione di predominio che dura quasi da sempre verrà ribaltata o solo gradualmente scalfita, o se invece quella saudita si rivelerà una bolla come fu, pochi anni fa, quella cinese.
Ma quello che sembra stare avvenendo in questi giorni è tutt’altro che una svolta improvvisa nella storia del football. Il fatto di usare il proprio strapotere economico per assumere una posizione dominante nel settore, sottraendo i migliori giocatori ai paesi o al continente rivale, è una cosa che per anni hanno fatto gli europei, e gli italiani in particolare. Dalla riapertura delle frontiere del 1980, i club della Serie A hanno inflazionato il calciomercato con acquisti costosissimi e difficilmente sostenibili dalle società straniere. E non fu Berlusconi a lanciare questa moda, che iniziò ben prima del suo approdo al Milan e non riguardò unicamente un ristretto numero di top club. Nel 1983, l’Udinese – una squadra dalla bacheca praticamente vuota e che stazionava generalmente a metà classifica in Serie A – strappava al Flamengo Zico, che all’epoca aveva appena 30 anni ed era forse il più forte calciatore al mondo (solo due anni prima aveva conquistato la Coppa Intercontinentale). Ma ne potremmo aggiungere altri: Wim Kieft, giovane bomber dell’Ajax, nel 1983 venne a giocare al Pisa, restandovi anche dopo la retrocessione in Serie B; l’anno precedente, Trevor Francis (stella del Nottingham Forest campione d’Europa nel 1979 e nel 1980, nonché calciatore più costoso della storia della First Division inglese) passò a soli 28 anni alla Sampdoria neopromossa. Lo stesso Maradona, nel 1984 abbandonò una delle squadre più note del calcio mondiale, il Barcellona, per venire a giocare nel Napoli, che all’epoca era un club di secondo piano del campionato italiano.
In cosa questi acquisti sarebbero differenti da quelli che oggi certe squadre di medio-bassa classifica in Premier League riescono a fare? Il Napoli, l’anno prima di prendere Maradona, aveva chiuso all’undicesimo posto in classifica (su 16 partecipanti): oggi, per dire, è impossibile immaginare Mbappé che si trasferisce al Bournemouth, il che sembra suggerire che il calciomercato è molto più sensato adesso che negli anni Ottanta. Lo strapotere economico del calcio italiano dell’epoca è una cosa che non ha eguali in Europa e che gioca nello “stesso campionato” di quello che stanno facendo oggi i sauditi, pur non essendo perfettamente paragonabile. E le similitudini ricorrono anche sul piano etico: quella forza economica si basava su aziende strapiene di debiti, presidenti muscolari che sono poi andati quasi tutti in bancarotta. Berlusconi, con i suoi processi, i legami politici e quelli con la malavita, è un simbolo perfetto di quel periodo, e fu un vero anticipatore del moderno sportwashing. Ma proprio negli scorsi giorni Franco Dal Cin, ex-direttore sportivo dell’Udinese, ha candidamente confessato in diretta tv su Sky Sport che Zico fu pagato in nero, “con due valigie piene di dollari”.

Andando più nello specifico dell’analogia, questa battaglia tra continenti, con l’Asia araba che vuole togliere il controllo del calcio all’Europa, non è a sua volta una novità. Di più, è esattamente ciò che l’Europa ha fatto in passato al Sudamerica. Fin dagli anni Venti, le società europee (e, di nuovo, quelle italiane in particolare) hanno iniziato a saccheggiare i campionati sudamericani, sottraendo loro giocatori e spesso addirittura naturalizzandoli, per toglierli dalla disponibilità delle nazionali di appartenenza. Questo rapporto ha vissuto alterne vicende: l’equilibrio è tornato a pendere verso il Sudamerica negli anni Quaranta, a causa della Seconda Guerra Mondiale e della conseguente crisi in Europa, poi si è spostato di nuovo verso il Vecchio Continente negli anni Cinquanta e Sessanta, quindi fermandosi di nuovo per un decennio per via dello stop agli stranieri in Serie A. Dagli anni Ottanta, infine, il divario ha ripreso ad allargarsi, diventando incolmabile. E così troviamo Dunga che a 24 anni arriva al Pisa, Romário che a 22 va al PSV Eindhoven, Caniggia che a 21 passa al Verona, e così via. I migliori calciatori sudamericani approdano in Europa sempre più giovani e spesso neppure in club di primissimo piano: Ronaldo ha firmato col PSV che aveva solo 18 anni, Adriano con l’Inter che ne aveva 19, Ronaldinho col PSG a 21, Messi col Barcellona addirittura a 13 anni.
Ciò che le società della UEFA hanno lasciato al Sudamerica sono le briciole. I club locali lottano da anni con una drammatica fragilità economica, che li costringe a orientare i propri sforzi alla produzione di calciatori funzionali al gioco europeo (con conseguenze pesanti sulla debolezza del sistema degli allenatori, come dimostra l’imminente arrivo di Carlo Ancelotti sulla panchina del Brasile). L’ultimo club CONMEBOL ad aver vinto il Mondiale per club è stato il Corinthians nel 2012, e da allora in cinque casi su dieci il campione della Copa Libertadores non è riuscito nemmeno a raggiungere la finale del torneo, eliminato al turno precedente da squadre africane, asiatiche o nordamericane. Della nazionale argentina che lo scorso dicembre ha sollevato il suo terzo titolo mondiale (il primo di una selezione sudamericana negli ultimi vent’anni), nove degli undici titolari della finale contro la Francia sono arrivati in Europa entro i 22 anni d’età. Lo stesso allenatore Scaloni si è trasferito in Europa come calciatore quando aveva 19 anni, e sempre in Europa ha iniziato la carriera di tecnico, prima come osservatore dell’Atalanta e poi come vice allenatore del Siviglia.
Di solito, l’obiezione principale a questo ragionamento è: ma l’Europa è dove nato il calcio! Ecco, siamo chiari su questo: no, non è vero. Il calcio – cioè, l’association football – è nato in Inghilterra (non nel Regno Unito, in Inghilterra). Quindi, se qualcuno proprio volesse accampare diritti, sarebbero gli inglesi, non gli europei in generale. Anzi, a ben vedere il calcio diventa uno sport di massa prima in paesi come Argentina, Brasile e Uruguay che nell’Europa continentale, dove prende piede realmente solo dopo la fine della Grande Guerra. Da che ne dovrebbero discendere un paio di conseguenze: la prima è che, in quanto europei, abbiamo oggi solo paura di subire dagli arabi ciò che noi stessi abbiamo fatto ai sudamericani (cioé il saccheggio, in virtù del solo potere economico, dei paesi in cui il calcio era da più tempo una tradizione popolare). La seconda è che noi italiani dovremmo essere gli ultimi a lamentarci, a questo punto, che i club della Premier League ci rubano (termine molto usato e assolutamente fuori luogo: le inglesi non rubano, anzi pagano profumatamente) i nostri campioni, perché a loro appartiene la tradizione più antica in questo sport e, quindi, questo ipotetico “diritto di prelazione”.
Si potrebbe allargare il discorso a tutti quei ragionamenti che da tempo si sentono in merito al calcio in cui “oggi contano solo i soldi” o “ora è tutto business”. È vero, ma lo è dalla fine dell’Ottocento: questo sport non sarebbe diventato quello che è se, a un certo punto, alcuni imprenditori delle Midlands che avevano organizzato squadre di calcio nelle proprie fabbriche avessero deciso di far pagare il biglietto agli spettatori. Se il calcio fosse rimasto uno sport “puro”, senza business, oggi seguiremmo e giocheremmo tutti a qualcos’altro. Il che non significa che non si debba lottare contro le storture o le esasperazioni di questo sistema, ma senza idealizzare un passato che non è mai esistito. Accettiamo il fatto che questo è uno sport capitalista, almeno nella sua forma più nota, e che la sua cultura ci permea tutti, volenti o nolenti. E non scandalizziamoci se il più ricco la fa da padrone, specialmente se il riccone di turno non siamo noi.

La questione qui sottesa, e di cui pochi si rendono conto, è che il calcio è l’ultimo rimasuglio del potere coloniale europeo: perderne il controllo esclusivo significa riconoscere il compiuto declino del Vecchio Continente, oggi non più perno del potere globale. A livello politico sappiamo tutti da tempo che è così, ma il calcio è ciò a cui ancora ci aggrappiamo per negare l’evidenza. Non è un caso che la FIFA, la supposta confederazione mondiale del calcio, sia di fatto un’organizzazione europea (nella sua storia ha avuto due soli presidenti di altri continenti, ma il brasiliano João Havelange era figlio di ricchi immigrati belgi, e il camerunense Issa Hayatou è stato nominato solo ad interim). Se comprendiamo questo punto, allora dovremmo anche arrivare a capire che lo spostamento degli equilibri del sistema verso altri continenti non è per forza una cosa sbagliata. Certo, sarebbe bello se l’alternativa all’Europa non fossero le monarchie del Golfo, ma questo è un altro discorso. Su cui peraltro noi europei di nuovo non possiamo dare lezioni a nessuno: la tradizione del calcio italiano è figlia del Fascismo, così come quella spagnola lo è del Franchismo, e quella britannica del non certo democratico e civile impero coloniale.
In ultimo, un bel passo avanti culturale che potremmo fare, come esseri umani prima ancora che come appassionati di sport, è smetterla di parlare di “tradizioni” come se fossero dati di fatto storici e immodificabili. Le tradizioni non esistono, o meglio esistono solo come invenzioni di alcuni individui in un dato momento storico, spesso molto più recente di quanto non lo si pensi (si veda, a proposito, il saggio L’invenzione della tradizione di Eric Hobsbawm). Hanno sempre un punto d’inizio: se tra 50 anni l’Arabia Saudita dovesse aver vinto un paio di Mondiali, espresso tre o quattro Palloni d’Oro e avesse il campionato più bello del mondo, avrà creato la sua tradizione anche se adesso non ce l’ha. Il Portogallo, fino all’inizio degli anni Sessanta, era un paese calcisticamente sconosciuto, mentre ora a nessuno verrebbe da dire che non ha una tradizione in questo sport. Di sicuro, pensano molti, ce l’ha più della Turchia, sebbene questa nei primi anni Cinquanta eliminava la Spagna e volava per la prima volta ai Mondiali, disseminando poi i campionati di Italia e Francia delle sue stelle. Il nostro sguardo sul calcio è ancora profondamente eurocentrico, e forse dovremmo iniziare a sforzarci di decolonizzarlo.


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