I fantasmi di Grobbelaar

“Quando il sole scende, vedi ombre nella boscaglia. Non puoi riconoscerci molto finché non vedi il bianco dei loro occhi. È tu o loro. Spari, ti butti a terra, e parte una sparatoria assordante. Quando tutto è finito, puoi vedere cadaveri ovunque. La prima volta, tutto quello che hai nello stomaco ti esce fuori dalla bocca.”

Bruce Grobbelaar

Quando gli era arrivata la lettera di arruolamento, Bruce Grobbelaar era convinto di dover trascorrere solo 12 mesi nell’esercito, e che essendo un 18enne di leva sarebbe stato tenuto lontano dal fronte. Scoprì presto che la guerra non aveva limiti di età, e all’inizio del 1976, quando era ormai pronto a tornare a casa, seppe che il governo aveva deciso di prolungare il servizio militare di altri sei mesi. Due ragazzi della sua età, quando ricevettero quella notizia, andarono nei bagni della caserma e s’impiccarono. La guerra civile si era messa molto male per il governo bianco, ormai abbandonato da tutti i suoi già pochi alleati internazionali.

Grobbelaar era nato a Durban, in Sudafrica, in una famiglia di afrikaner, bianchi discendenti dai primi coloni olandesi, che nell’Africa meridionale facevano parte del gruppo dominante accanto ai più recenti immigrati anglosassoni. I suoi genitori si erano trasferiti presto dalla costa sudafricana a nord, fino in Rhodesia, quando lui aveva appena due mesi. Grobbelaar era ancora un bambino, nel 1965, quando la storia del suo Paese adottivo cambiò per sempre: il Primo Ministro Ian Smith aveva dichiarato l’indipendenza unilaterale dal Regno Unito e l’uscita dal Commonwealth, primo passo per l’avvio di una politica di segregazione razziale sul modello sudafricano.

All’epoca, in Rhodesia, il rapporto tra tra il gruppo dominante bianco e la popolazione nera era di circa 1 : 20, ma la Costituzione del 1961 aveva stabilito un nuovo sistema elettorale che mirava a riequilibrare il potere politico tra le due etnie: inizialmente, avrebbe favorito l’accesso di politici neri in parlamento, ma mantenendo i bianchi al potere; sul lungo periodo, la nuova legge avrebbe invece permesso alla maggioranza nera di acquisire il pieno controllo. Ma per i politici africani la legge serviva solo a limitare il loro potere elettorale, mentre tra i bianchi prese piede la posizione di Smith e del suo Rhodesian Front, secondo cui quando i neri avrebbero iniziato a esprimere un proprio governo avrebbero cacciato con la forza i bianchi dal Paese. Mentre i nazionalisti africani predicavano il boicottaggio delle elezioni del 1962, Smith seppe far convergere su di sé un largo consenso politico con una campagna espressamente razzista e populista, conquistando una schiacchiante maggioranza.

Un’immagine di alcuni soldati del Rhodesian Regiment, il principale reggimento dell’esercito rhodesiano, nel 1976: Bruce Grobbelaar è il primo accovacciato da sinistra. La guerra in Rhodesia durò complessivamente 15 anni, causando oltre 20.000 morti.

L’indipendenza rhodesiana, però, non ottenne praticamente nessun riconoscimento a livello internazionale: rompendo fin da subito i rapporti sia con l’Organisation de l’Unité Africaine che con l’ONU – ritenute troppo orientate a sinistra e su posizioni terzomondiste – il governo di Smith si ritrovò diplomaticamente isolato, se non per il supporto del Sudafrica e del Portogallo, all’epoca impegnato nelle guerre coloniali in Angola e Mozambico. Le politiche razziste del Rhodesian Front ebbero come conseguenza l’entrata in clandestinità dei due principali partiti neri del Paese, entrambi d’ispirazione marxista, la Zimbabwe African People’s Union (ZAPU) di Joshua Nkomo e la Zimbabwe African National Union (ZANU) di Ndabaningi Sithole e Robert Mugabe. Con il supporto delle nazioni del blocco sovietico, queste due formazioni si diedero alla lotta armata, segnando l’inizio di una guerra civile.

Le guerra si concentrava nelle campagne, e in particolare nelle regioni settentrionali, quelle più vicine al confine col Mozambico, da cui arrivavano gli aiuti ai ribelli da parte del FRELIMO di Samora Machel. Nelle grandi città, come ad esempio Bulawayo, la vita proseguiva abbastanza normalmente, così come il campionato di calcio, in cui Bruce Grobbelaar aveva esordito nel 1973 giocando come portiere dell’Highlanders. Fondato nel 1926, l’Highlanders era il club nero per eccellenza, vero e proprio simbolo identitario della comunità indigena della Rhodesia: con l’attività politica e sociale dei neri ostacolata dalle leggi del governo bianco, le partite di calcio era divenute occasione di incontro e confronto anche politico. Dato il contesto, era abbastanza curioso che un afrikaner come Grobbelaar fosse finito a giocare in un club del genere, e la cosa inizialmente non mancò di creare qualche problema, anche solo perché gli allenamenti avvenivano di sera, quando nei quartieri neri scattava un coprifuoco che bloccava l’accesso ai bianchi.

Prima dell’inizio del campionato, tutti i giocatori dell’Highlanders dovettero prendere parte a un rituale, spogliandosi di fronte a un albero mentre lo sciamano del club li benediceva. All’epoca, Grobbelaar era un ragazzino, e quell’esperienza contribuì tantissimo a formarlo socialmente: per lui, la Rhodesia era una terra di bianchi e neri che collaboravano e andavano d’accordo, accettandosi l’un l’altro, come lui aveva fatto con gli strani rituali degli shona e come questi avevano fatto con lui, ribattezzandolo Jungleman, “un nero nel corpo di un bianco”, come lo descrisse un capo-tifoso. Della guerra e del reale contesto socio-politico del Paese, Grobbelaar sapeva probabilmente poco o nulla allora.

Nel calcio, in qualche modo, bianchi e neri condividevano lo stesso ambiente. Le discriminazioni razziali persistevano, dato che le squadre miste erano poche e che i club neri che avevano la possibilità di competere con quelli bianchi avevano comunque difficoltà ad accedere a strutture d’allenamento di buona qualità. Però, la Nazionale che nel novembre 1969 aveva sfiorato la qualificazione ai Mondiali del Messico, costringedo due volte al pareggio l’Australia, era assolutamente multietnica, e a distanza di anni i suoi giocatori ricorderanno ancora quanto fosse unita e al di là delle divisioni razziali che invece emergevano sempre più marcatamente fuori dagli stadi. Ma nei primissimi anni Settanta le sanzioni dell’ONU in risposta alle politiche di Ian Smith avevano costretto il presidente della FIFA Stanley Rous, grande sostenitore del regime dell’apartheid in Sudafrica, a escludere la Rhodesia dalle competizioni internazionali. A quel punto, John Madzima aveva fondato una nuova federcalcio, la National Football Association of Rhodesia (NFAR), che aveva subito ricevuto l’appoggio dei club neri e che, in breve, portò alla dissoluzione della vecchia federazione bianca.

Tra il 1980 e il 1998, Grobbelaar ha giocato 21 partite ufficiali con lo Zimbabwe, nome assunto dalla Rhodesia dopo la guerra civile, sfiorando la qualificazione ai Mondiali nel 1994. In precedenza, aveva vestito la maglia della Rhodesia in un’amichevole nel 1977, prima di trasferirsi in Canada.

I primi anni Settanta segnarono anche altri problemi, per la Rhodesia: il Sudafrica, già gravato dalle pressioni internazionali e dalle rivolte interne, non era più in grado di sostenere il governo di Smith; nel 1974, la Rivoluzione dei Garofani abbatté il regime fascista in Portogallo, avviando il percorso d’indipendenza delle colonie africane e la fine degli aiuti economici ai razzisti rhodesiani. Gli equilibri della guerra civile si ribaltarono, i giovani soldati di leva venivano mandati direttamente al fronte e, di lì a poco, fu decisa l’estensione di sei mesi del servizio militare.

Il conflitto terminò formalmente nel marzo 1978, ma nei fatti proseguì un altro anno, con i guerriglieri in aperto disaccordo con la politica del compromesso del nuovo Primo Ministro Abel Muzorewa, che lasciava ampi poteri ai bianchi. Dopo la fine del suo lungo e traumatico servizio militare, Bruce Grobbelaar aveva lasciato il Paese per andare a giocare nel Durban City, nella città d’origine dei genitori, ma presto si era reso conto che anche la situazione politica sudafricana era instabile, e aveva deciso di emigrare in Canada, firmando per il Vancouver Whitecaps campione in carica della NASL, dove andò a sostituire Phil Parkes. Si ritrovò così a giocare accanto a vecchie glorie del calcio europeo come Alan Ball, Peter Lorimer e Ruud Krol, guadagnandosi una discreta fama come portiere affidabile e anche molto eccentrico, che gli valse un prestito in quarta serie inglese al Crewe Alexandra.

In qualche modo, il suo nome iniziò a circolare nella First Division, e nel marz0 1981 Bob Paisley lo chiamò ad unirsi al Liverpool, per raccogliere l’eredità di Ray Clemence, che a fine stagione si sarebbe trasferito al Tottenham. 24 anni, sconosciuto, cresciuto ben oltre i margini del calcio che contava, Bruce Grobbelaar divenne improvvisamente il portiere titolare di una delle squadre più forti al mondo, restando ai Reds per 13 anni densi di successi e imprimendo il suo nome sulla storia del calcio in quella sera di maggio del 1984, quando con un assurdo balletto sulla linea di porta ipnotizzò i rigoristi della Roma, facendogli vivere una notte da eroe in finale di Coppa dei Campioni. Solo molti anni dopo, ormai ritiratosi, avrebbe confessato che a volte ancora gli capitava di avere incubi sulla guerra in Rhodesia.

Fonti

MCRAE Donald, Bruce Grobbelaar: ‘How many people did I kill? I couldn’t tell you’, The Guardian

NOVAK Andrew, Sport and Racial Discrimination in Colonial Zimbabwe:
A Reanalysis
, The International Journal of the History of Sport

NOVAK Andrew, Zimbabwe’s forgotten football history, Africa Is A Country

When Rhodesia flirted with the World Cup, FIFA

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