Non è facile parlare di calcio, in questi giorni

Ma forse ve ne siete accorti da soli. La pandemia ha generato una situazione nuova, drammatica ma, ancora di più, irreale: il calcio – e poi tutto lo sport – si è fermato, e così l’intero paese, l’Europa, il mondo. Viviamo un eterno presente sotto la tirannia di un’unica attualità possibile: il coronavirus.

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Rashidi Yekini e la sua maledizione

Ricorda quel passaggio filtrante di Amokachi, d’istinto, senza guardare, a tagliare il campo in verticale. Il perfetto inserimento di George, che converge in area e di piatto gli serve un assist che mette fuori causa i due difensori bulgari. Ricorda che Rashidi Yekini è stato il più grande di tutti. Rashidi Yekini è. È… Le idee nella testa si fanno confuse, e si dissolvono nel caldo opprimente del maggio di Ibadan, nell’aria che sa di agrumi e tabacco.

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Tshimen Bwanga, il primo ruggito dell’Africa nera

Noi, l’Africa, il calcio

Io, del TP Mazembe, ho sentito parlare per la prima volta nel 2010. Sono propenso a credere che un buon 90% di voi abbia vissuto la stessa esperienza. Da un lato c’era l’Inter del Triplete, e dall’altro questa squadra congolese che poteva giusto essere felice di essere il primo team africano a raggiungere la finale del Mondiale per Club. La storia la sapete: andiamo avanti.

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La Coppa d’Africa 2019 in 24 nomi

Quella di quest’anno è senza dubbio un’edizione storica della Coppa d’Africa, la prima a giocarsi in estate, dal 21 giugno al 19 luglio, invece che tra gennaio e febbraio. Si disputa per la quinta volta in Egitto, dove la squadra di casa ha sempre vinto, con l’eccezione del 1974 (quando vinse lo Zaire, che in estate sarebbe divenuta la prima nazionale dell’Africa nera a partecipare ai Mondiali). Nel 2019, inoltre, la Coppa d’Africa potrebbe rivestire un ruolo molto importante nella corsa al Pallone d’Oro grazie all’ottima stagione dei giocatori africani del Liverpool.

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Il mio nome è Nessuno

Ninguém aveva gli occhi grandi e arrotondati, la pelle nerissima da africano purosangue, e una zazzera arricciata sul cranio. Quante di quelle persone a cui lustrava le scarpe dalla mattina alla sera sapevano il suo vero nome? Nessuno, probabilmente. Nessuno era anche il nome con cui era conosciuto – Ninguém, in portoghese, significa appunto “nessuno” – ma non era una citazione omerica, piuttosto una condanna, per la verità comune a molti ragazzi come lui, nati nel ghetto di Mafalala a Lourenço Marques, Mozambico. Poco più in là stavano i quartieri degli indiani, arrivati via nave da Goa, e poi, lontanissimi, i quartieri ricchi e puliti di quegli esigui bianchi che si erano trasferiti laggiù per gli affari coloniali.

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L’Egitto prima di Salah

“Raggiungemmo una piccola spiaggia piena di scheletri di decine di navi in costruzione / Nessuna delle navi era pronta a salpare / Solo parti disperate di tronchi di eucalipto e di gelso segati / Il più saggio di noi propose una partita di calcio con la guardia costiera.” – Ibrahim El Sayed

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