Per capire l’autorevolezza di Mircea Lucescu in Romania, forse basta citare un episodio: venerdì 10 aprile 2026, al suo funerale, era presente anche Valentin Ceaușescu, il primogenito dell’ex dittatore e una figura altamente controversa del calcio romeno. A 78 anni, Ceaușescu appare molto di rado in pubblico: l’ultima volta era avvenuta lo scorso novembre, in occasione della prima del film biografico sull’ex calciatore e allenatore László Bölöni. Ma la cosa che sorprende davvero della presenza di Ceaușescu ai funerali di Lucescu è il fatto che i due erano stati non solo rivali, ma addirittura acerrimi nemici negli anni Ottanta.
Lucescu era stato già da giocatore un simbolo della Dinamo Bucarest, la squadra di riferimento del Ministero dell’Interno della Romania, durante gli anni Sessanta e Settanta. Fu in quell’epoca che si consolidò il duopolio tra la Dinamo e la Steaua, il club dell’esercito e, presto, anche del rampollo del regime. La salita al potere di Nicolae Ceaușescu, nel 1967, fu un punto di svolta per lo sport romeno: gli investimenti aumentarono considerevolmente, con l’obiettivo di farne uno strumento di propaganda a livello internazionale. Così, nel corso degli anni Settanta, il calcio romeno aveva iniziato a raccogliere piccoli successi anche oltre confine, come ad esempio la partecipazione al Mondiale del 1970, durante il quale Lucescu prese parte a tutte e tre le partite del girone. Nel 1975 e nel 1976, il suo compagno di club Dudu Gheorghescu vinse la Scarpa d’Oro, in gran parte grazie proprio agli assist dell’ala sinistra Lucescu.
La sua carriera da giocatore lo aveva visto lasciare tristemente Bucarest nel 1977, a 32 anni, in seguito al devastante terremoto che aveva colpito la capitale romena. Rimasto senza casa, Lucescu si era trasferito nella cittadina di Hunedoara, dove aveva preso a giocare nella squadra locale, il Corvinul, portandola a vincere il campionato di seconda divisione nel 1980 e diventandone poi allenatore, nel 1982. Una volta in panchina, Lucescu si era imposto fin da subito come un tecnico rivoluzionario, fautore di un gioco estremamente offensivo. Per via della sua fama e del rispetto di cui godeva nel paese, era stato rapidamente chiamato a guidare la Nazionale, in cui si era trovato ad allenare giocatori di grande talento quali Silviu Lung, Ioan Andone, Rodion Cămătaru e László Bölöni, oltre al giovanissimo debuttante Gheorghe Hagi. Nel 1984, la Romania si era qualificata per la prima volta alla fase finale degli Europei, e questo aveva spianato la strada al ritorno di Lucescu alla Dinamo Bucarest, nel 1985.
La Dinamo veniva da tre campionati consecutivi vinti, ma doveva confrontarsi con il ritorno ai vertici della Steaua, patrocinata da Valentin Ceaușescu e quindi essenzialmente la squadra del potere politico romeno. L’appoggio dall’alto aveva consentito alla formazione dell’esercito di fare man bassa di alcuni dei migliori talenti del paese, come Victor Pițurcă, Helmut Duckadam, Marius Lăcătuș, Iosif Rotariu, e infine anche i già citati Bölöni e Hagi. La Steaua era la squadra che doveva vincere il campionato, e il sospetto che godesse di favori arbitrali era forte. Sull’altra sponda di Bucarest era legittimo, allora, che si sedesse un allenatore controcorrente e, almeno in termini sportivi, dissidente. Basta un esempio: agli inizi della sua esperienza in Nazionale, Lucescu aveva deciso di rivoluzionare non solo il gioco della Romania, ma anche la rosa, escludendo alcuni senatori, inserendo dei giovani e andando a pescare i convocati anche dai club di provincia. La stampa lo aveva massacrato, così lui aveva chiesto di organizzare un’amichevole tra la sua squadra e quella con i convocati ideali dei giornalisti. E aveva vinto.

Pensare di strappare il campionato alla Steaua era praticamente impossibile. Nel 1988, la Dinamo giunse seconda a un solo punto dai rivali, e in quel periodo disputò anche quattro finali della Coppa di Romania contro i rivali, vincendo solamente quella del 1986. L’edizione di due anni dopo fu però quella che più di tutte mise in chiaro cosa voleva dire giocare a calcio sotto il regime di Ceaușescu. La Steaua era andata in vantaggio alla mezz’ora del primo tempo grazie a Lăcătuș, ma la Dinamo di Lucescu aveva acciuffato il pareggio a tre minuti dalla fine grazie al 18enne Florin Răducioiu. Proprio allo scadere, Gavril Balint aveva riportato avanti la Steaua, ma la rete era stata annullata per fuorigioco. A quel punto, Valentin Ceaușescu aveva ordinato alla squadra di ritirarsi dal campo per protesta: la vittoria andava quindi a tavolino alla Dinamo per abbandono dell’avversario. Invece, la Federcalcio romena decise di consegnare lo stesso la coppa alla Steaua, convalidando a posteriori la rete irregolare di Balint.
A quanto risulta, fino al 1985 Lucescu e il giovane Ceaușescu erano stati in ottimi rapporti. Grande appassionato di calcio, il figlio del dittatore stimava Lucescu per ciò che aveva fatto come giocatore e per ciò che stava facendo sulla panchina della Nazionale. I due si trovavano ogni mercoledì per giocare a calcio sul campo della Steaua e, in una di queste occasioni, Lucescu si sarebbe offerto di allenare proprio la squadra del Ministero della Difesa. In un’intervista del 2009, Ceaușescu rivelò di aver rifiutato la proposta del tecnico, spiegandogli che il suo stile di gioco non era adatto a quello della squadra e che preferiva che Lucescu restasse alla Dinamo, così che la Steaua potesse avere un degno avversario che la motivasse a migliorarsi. Questo rifiuto, però, avrebbe scavato un solco tra i due, perché Lucescu se la sarebbe legata al dito.
Non è però semplice credere alle parole di Valentin Ceaușescu, che nella stessa intervista dirà di non aver mai esercitato pressioni per favorire la sua squadra, anzi di essersi sempre speso con arbitri e avversari per richiedere partite oneste. A suo dire, la propria costante presenza in tribuna alle partite non era un modo per intimidire i direttori di gara o le altre squadre, ma serviva a rassicurare i tifosi e i giocatori della Steaua, garantendo loro che il club non avrebbe subito alcun torto. All’inizio del 2026, il dirigente sportivo Andrei Vochin smentirà parzialmente la versione di Ceaușescu, raccontando che la vera motivazione per il rifiuto a Lucescu fu dettata dalla paura della reazione di Nicolae Ceaușescu. Il dittatore non approvava la guerra sportiva tra il Ministero della Difesa e quello dell’Interno, e non avrebbe tollerato il controverso passaggio di un simbolo della Dinamo alla Steaua.
Suona però strano che Lucescu fosse così disposto a tradire la sua Dinamo nel 1985, in un momento in cui il divario tra le due squadre non era ancora così marcato. Dopo l’intervista del 2009, l’allenatore replicherà dicendo che in realtà Valentin Ceaușescu gli chiese per ben due volte di lasciare la Romania, per smettere di intralciare i piani di dominio della Steaua. Sarebbe stato dunque il rifiuto di Lucescu di accettare queste richieste a compromettere i suoi rapporti con il figlio del dittatore e a portare al suo clamoroso allontanamento dalla Nazionale. Il 10 settembre 1986, dopo aver travolto l’Austria per 4-0 nelle qualificazioni agli Europei, Lucescu venne infatti inaspettatamente esonerato dalla Federcalcio: secondo lui, il regime mal sopportava la sua crescente popolarità. Già in precedenza era stato imposto ai media di non riportare il suo nome né la sua foto sui giornali, limitandosi a citarlo anonimamente come “l’allenatore della Nazionale” e a pubblicare solo foto di gruppo della squadra.

Alla fine del 1989, il regime di Ceaușescu venne travolto dalla rivoluzione: tutta la famiglia fu arrestata, il dittatore e la moglie vennero poi giustiziati, mentre i figli – tra cui Valentin – rilasciati ma emarginati dalla vita pubblica. Pochi mesi dopo, la Dinamo Bucarest tornava a vincere il campionato, interrompendo cinque stagioni di dominio da parte della Steaua. Una vittoria che, ancora molti anni dopo, intervistato dalla Gazzetta dello Sport nel 2025, Mircea Lucescu lascerà intendere essere dovuta proprio alla caduta della dittatura, che aveva sempre cercato di sabotarne la carriera: “Nel 1986 mi esonerano (dalla Nazionale, ndr), tre anni dopo cade Ceaușescu e vinco campionato e coppa” commenterà. Come a dire che non fu un caso.
In quella stessa stagione, la Dinamo Bucarest raggiunse anche una storica semifinale della Coppa delle Coppe, dove si arrese ai belgi dell’Anderlecht. Dopodiché, Lucescu iniziò il suo lungo vagabondaggio per l’Europa, allenando in Italia, Turchia, Ucraina e Russia, per poi tornare alla guida della Romania nel 2024, rimanendoci fino alla sua morte. Sembra che non si sia più incontrato con Valentin Ceaușescu, se non, simbolicamente, nel giorno del proprio funerale. La presenza del figlio del dittatore è stata rivelata da una foto pubblicata sui social da Ioan Andone: curiosamente, nel 1989 Andone aveva fatto scandalo perché, dopo una controversa vittoria della Steaua sulla Dinamo, aveva rivolto dei gestacci verso la tribuna in cui sedeva proprio Valentin Ceaușescu. Il difensore ricevette un anno di squalifica, ed era dovuto intervenire il suo amico Marius Lăcătuș per chiedere al figlio del dittatore di perdonare Andone, facendogli ridurre la squalifica a soli tre mesi.
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