In questi ultimi giorni, dopo il disastro (ennesimo) degli Azzurri nelle qualificazioni mondiali, molte persone si sono interrogate e hanno fornito la loro opinione su quale sia il problema atavico del calcio italiano (come se ce ne potesse essere uno solo). Nelle righe che seguono, non troverete soluzioni: è bene premetterlo. Troppe persone sembrano avere in tasca la chiave per riportare l’Italia ai vertici del calcio globale, talmente tante che è legittimo essere alquanto scettici sulla sensatezza delle loro teorie. Ciò che questo articolo vuole affrontare, invece, è una questione più ampia, che tocca appena trasversalmente la sconfitta con la Bosnia-Erzegovina: da tutto ciò che ci stiamo dicendo in questi giorni, emerge l’immagine di un paese vecchio, confuso, stanco e impaurito, arroccato su posizioni e preconcetti superficiali.

Lo si vede da chi rispolvera la ben nota retorica contro gli stranieri, che ci portiamo dietro da un secolo esatto (la Carta di Viareggio del 1926, ma se vogliamo addirittura dalla furia nazionalizzatrice del 1908-1909). Ma pure da chi si aggrappa a questo fantomatico “dossier Baggio” che praticamente nessuno ha letto, non si sa bene cosa contenga né dove si trovi. Come ha scritto Il Post, è un moderno Santo Graal, un artefatto leggendario il cui ritrovamento purificherà il nostro calcio e ci guiderà verso la ricostruzione della nostra Camelot (l’altrettanto mitica Serie A degli anni Novanta e Duemila, di cui ovviamente non si vogliono ricordare i terrificanti aspetti negativi). Questo mito dell’Età dell’Oro, fuso con la narrazione messianica del ritorno di Roberto Baggio (e di Paolo Maldini, come evoluzione più recente del poema), veicola una cultura fortemente conservatrice: tornare grandi, ovvero un rivolgimento verso il passato, invece di diventare grandi, uno sguardo al futuro che prenda le distanze da ciò che è stato (e che prenda coscienza del presente).

È un calcio vecchio che ragiona in maniera vecchia, collocato immancabilmente in un paese vecchio. Lo si vede già dagli uomini chiamati a dirigerlo: il dimissionario Gabriele Gravina ha 72 anni; i suoi possibili eredi sono Giancarlo Abete, 75 anni e presidente della Lega Nazionale Dilettanti, e Giovanni Malagò, 67 anni e presidente del CONI. Il presidente dell’Assoallenatori, Renzo Ulivieri, ha 85 anni; quello della Serie A, Ezio Maria Simonelli, ne ha 68. La persona che molti ritengono il miglior dirigente sportivo in Italia e il candidato ideale (sebbene al momento poco quotato) per dirigere la FIGC è Beppe Marotta, 69 anni. Stiamo parlando di persone che hanno tutte più o meno abbondantemente raggiunto l’età pensionabile. Il che non significa che non sappiano svolgere il loro lavoro in maniera adeguata, ma dovrebbe sollevare dei dubbi sulla leadership della nostra politica sportiva, da anni in mano sempre alle stesse persone: che possibilità ci sono che persone nuove, con idee nuove, possano mai entrare a farne parte?

Siamo un paese vecchio che pensa in maniera vecchia. A un recente evento di Cronache di Spogliatoio, Andrea Marinozzi ha portato l’esempio dell’AZ Alkmaar, un club olandese con un ottimo settore giovanile e che investe molto nella ricerca e nell’utilizzo della scienza per individuare e sviluppare i giocatori: “Lavorano con le neuroscienze per migliorare le capacità cognitive dei calciatori, per valutarli. Noi parliamo di andare a giocare per strada: quello è il nostro problema”. Nel resto d’Europa sono stati creati progetti tecnici molto moderni, di cui il più noto è quello francese dei centri come Clairefontaine (che comunque è nato nel 1988: è più vecchio della persona che scrive questo articolo): è stato ideato prendendo come punto di riferimento Coverciano, e questo per molti in Italia è, ancora oggi, un motivo di vanto. I francesi sono grandi grazie al modello italiano, si pensa. Ma in realtà questa storia ci dice solamente che quasi quarant’anni fa qualcuno ha fatto quello che avremmo dovuto fare noi: evolvere il nostro sistema e adattarlo ai tempi.

Tutto il discorso italiano attorno al calcio è permeato da una densa melassa di paternalismo. Ci sono bambini che non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali, ripete una retorica che, prima di Bosnia-Italia, è sbarcata anche sulle prime pagine dei quotidiani sportivi. Si parla tanto dei giovani italiani che seguono sempre meno il calcio, che sono sempre meno a livello numerico, e che quindi riducono il bacino dei potenziali nuovi calciatori. Sembrano discorsi sensati, e invece non lo sono: il calo demografico è un fenomeno comune a tutti i paesi occidentali, per cui non rappresenta alcun chiaro svantaggio per l’Italia. Il paternalismo sta nell’enfasi che viene costantemente posta sui giovani a livello retorico, ma senza conseguenze dirette in ambito sociale e legislativo: se vogliamo pensare ai giovani, perché non ampliamo i criteri d’accesso alle scuole calcio, i cui costi elevati escludono una fetta sempre più crescente della popolazione dalla possibilità di accedere al professionismo? Di questo tema si è occupato proprio ieri sul Manifesto Filippo Barbera.

Viviamo in un sistema spietatamente conservatore. La crisi economica che perdura ormai da quasi vent’anni ha istruito una classe dirigente nostalgica e dedicata unicamente a trovare nuovi fondi, ma a non investirli nello sviluppo di base. Il calcio italiano, dalle federazioni ai club, rimpiange la ricchezza degli anni Novanta, e nient’altro. Si parla solo di contratti per i diritti tv, di lotta alla pirateria, di sponsorizzazioni dalle società di betting, di NFT e criptovalute, e tutto è finalizzato ad avere abbastanza fondi da investire nell’acquisto di campioni: l’idea di potenziare lo sviluppo giovanile non rientra in questi progetti; si vuole solo conservare (o meglio, recuperare) un determinato status nel calcio internazionale. E così, le scuole calcio devono costare tanto perché servono i soldi e il modo più diretto per ottenerli è spremere la clientela (perché sì, i giovani calciatori sono clienti, non risorse da formare). Un paese vecchio e conservatore genera un sistema elitario, perché meno persone al vertice significano meno dispersione di potere e di ricchezza.

Coverciano FIGC
Il Centro tecnico federale di Coverciano.

Lo si vede con le scuole calcio, ma anche nel Centro Tecnico di Coverciano, come ha denunciato Jvan Sica su Fanpage.it: “Il grande problema di Coverciano è che si è musealizzato, ovvero si è completamente chiuso su se stesso nella sua logica di base”. Ci sono pochi posti per i corsi di allenatore, e viene data priorità all’iscrizione degli ex calciatori professionisti, contribuendo a un’altra selezione elitaria. Sica sottolinea che gli ex giocatori tendono a perpetuare un’idea di calcio vecchia, quella che hanno vissuto in prima persona, filtrata attraverso la percezione di un atleta e quindi priva di un’adeguata conoscenza degli aspetti scientifici e tecnologici che la riguardano. Anche in questo caso, il sistema disincentiva l’ingresso di persone e idee nuove, e garantisce la propria conservazione, seppur autodistruggendosi. In parte, questa cultura è ben evidente dalla continua retorica di figure come Fabio Capello (79 anni) contro Guardiola, portavoce di un calcio nuovo (sebbene sia in giro dal 2008) che avrebbe in qualche modo corrotto il vecchio calcio italiano.

Non è chiaro chi sia ad aver copiato Guardiola tra gli allenatori italiani, però: per dire, il tanto odiato falso nove, del tutto assente dalla Serie A di oggi, veniva usato da Spalletti alla Roma con Totti già nel lontano 2005/06. Contro il tecnico catalano c’è quindi un pregiudizio antimoderno e del tutto paradossale, perché fa riferimento al Guardiola di più di dieci anni fa, non certo a quello attuale. In più, questi discorsi si fermano alla bocciatura della novità in favore di un ritorno alle origini del calcio italiano: viene esclusa completamente l’eventualità di una novità alternativa, di un differente percorso da seguire per rimettersi al passo coi tempi. Il calcio italiano sembra vivere in una bolla a-temporale, slegata dallo scorrere degli eventi. E non bastano tre eliminazioni consecutive nelle qualificazioni mondiali per smuovere il movimento e chi lo dirige.

Ci si ritrova così con un sistema che ruota tutto attorno agli interessi dei vecchi, piuttosto che dei giovani. L’Italia viene eliminata dalla Bosnia, e il presidente della Federcalcio si lamenta dei fondi che non ha ricevuto dal governo (sebbene il calcio italiano percepisca dallo Stato 35 milioni all’anno, molto più di qualsiasi altra federazione sportiva). Il presidente della Serie A interviene nel dibattito per chiedere più peso decisionale per la sua organizzazione all’interno della FIGC. Personaggi come Gianni Rivera (83 anni ad agosto) si propongono per un qualche ruolo di potere. Il Ministro dello Sport Andrea Abodi (66 anni, un ragazzino) scatta nel tentativo di commissariare la Federcalcio e intestare al governo una riforma (la prima dell’attuale esecutivo in quasi quattro anni) che potrebbe risollevarne i consensi post-referendum. In tutto questo, il calcio e i giovani sono solamente degli artifici retorici usati da una classe dirigente anziana e senza idee.

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