Per chi si interessa di calcio e politica, ci sono tre libri che sono assolutamente obbligatori da leggere: Football Against the Enemy di Simon Kuper, del 1994; How Soccer Explains the World: An Unlikely Theory of Globalization di Franklin Foer, del 2004; e Soccer Vs. the State: Tackling Football and Radical Politics di Gabriel Kuhn, del 2011. Quest’ultimo è recentemente stato tradotto in italiano da Elèuthera e pubblicato come Un calcio al potere: Gioco e lotta sociale e, dei tre, è probabilmente il mio preferito. Non è pionieristico come il libro di Kuper, e neppure saggistico come quello di Foer, ma è quello più orientato ideologicamente, sebbene ciò non lo renda affatto settario o esclusivo. Kuhn ha giocato a calcio in Austria a livello semiprofessionistico, prima di diventare uno studioso e trasferirsi in Svezia. Prima di tutto, però, è un attivista anarchico, e Un calcio al potere è essenzialmente una guida galattica per anarchici al calcio (o, se preferite, una guida galattica per tifosi di calcio all’anarchismo).
Ma nessuno si spaventi: non c’è bisogno di aver letto Bakunin o di aver studiato Che cos’è la proprietà? di Proudhon per comprendere il contenuto di questo libro. Il principale risultato ottenuto da Kuhn, infatti, è di veicolare concetti politici complessi in modo estremamente semplice e, soprattutto, convincente. Merito di una scrittura chiara, essenziale e amichevole, per quanto mai banale. Il libro che più mi è venuto in mente, leggendo Un calcio al potere (nella recente traduzione di Emanuele Giammarco, ma già a suo tempo in lingua originale), è Frammenti di antropologia anarchica di David Graeber (2004). Kuhn e Graeber condividono, oltre alle idee politiche, l’innata capacità di far apparire semplici temi e teorie complesse, puntellando le proprie riflessioni con esempi diretti e spesso illuminanti. Sotto gli occhi del lettore, il pensiero politico astratto s’incarna immediatamente in aneddoti e storie, prese dall’antropologia nel caso di Graeber e dal calcio in quello di Kuhn.
È il caso di autodenunciarmi subito: Soccer Vs. the State è stato, per me, un libro talmente importante che credo sia impossibile leggere il mio Storia Popolare del Calcio (2020) senza notare i tentativi, purtroppo imperfetti, di replicare quello stile di scrittura e quel tipo di approccio. Peraltro, proprio rileggendo il libro nell’edizione di Elèuthera, ho riscoperto come il suo primo capitolo, in particolare, contenesse già le fondamenta su cui avevo inconsapevolmente costruito il mio. Non sono certamente l’unico, per fortuna, a essersi lasciato ispirare da Kuhn: il terzo e il quarto capitolo, per esempio, anticipano molti aspetti alla base dell’interessante Fútbol y anarquismo di Miguel Fernández Ubiría (2020). E lo stesso Kuhn, comunque, a sua volta è maturato nel solco di giornalisti e scrittori che hanno saputo costruire un approccio critico e radicale allo sport: oltre ai già citati Kuper e Foer, non si può dimenticare il fondamentale lavoro di Dave Zirin sugli sport americani.
Non si tratta solo di raccontare gli incroci tra calcio e politica, ma anche di far emergere quando e come questo sport è diventato un terreno capace di portare avanti idee di sinistra. Il primo capitolo di Un calcio al potere è un rapido viaggio attraverso la storia politica del calcio professionistico, sottolineando il legame eterno ma anche controverso tra il pallone, le classi lavoratrici e le lotte sociali. Il secondo capitolo, che è anche quello più corposo, entra nel vivo del dibattito radicale nel calcio: etnia, ideologia, genere, economia, diritti sindacali sono gli ambiti principali su cui si orienta la riflessione di Kuhn. L’intento esplicito è quello di contestare la narrazione del calcio come ‘oppio dei popoli’ e la storica ritrosia della sinistra, in particolare di quella anarchica, verso questo sport: “La soluzione non sta nel combattere il calcio – spiega Kuhn – ma nel combattere le strutture di potere che si basano sul controllo e la distrazione di massa”.

L’aspetto più efficace dello stile dell’autore è la sua capacità di sfuggire alle semplificazioni e alle romanticizzazioni. Kuhn ha la forza di raccontare sempre l’altro lato della medaglia, in positivo e in negativo. Quando parla della commercializzazione del calcio di oggi e della sua deriva neoliberista, non manca di sottolineare come il tanto discusso ‘calcio moderno’ porti con sé, però, anche fattori positivi: maggiore sensibilità alle lotte contro le discriminazioni, più spazio per il calcio femminile. Allo stesso modo, per ogni esempio positivo che solleva ci tiene a farci presente anche i suoi risvolti più problematici. Per esempio, parla dell’impegno politico di Brian Clough, iconico allenatore inglese e convinto socialista, ma non tace sulle sue idee razziste (“Pensa un po’ che roba, un manipolo di selvaggi che vengono a spiegarci il calcio” disse negli anni Settanta, a proposito dell’emergere dei paesi africani). In un mondo del calcio tormentato dagli spettri del tradizionalismo e del conservatorismo, Kuhn scrive chiaramente che, se è vero che le cose devono cambiare, lo devono fare andando avanti, non tornando indietro.
Se la prima metà del libro è un’introduzione più aneddottica, dal terzo capitolo si inizia a osservare bene alcuni dei più celebri esempi di lotte politiche nel calcio, in particolare attraverso i casi di diversi club che hanno cercato e cercano un approccio diverso a questo sport. Il focus sono però, ovviamente, i tifosi organizzati e le loro battaglie per l’accesso allo stadio, per i prezzi popolari dei biglietti (tema più attuale che mai, pensando soprattutto al Mondiale di quest’anno in Nord America) o contro altre decisioni discutibili delle società. Kuhn sottolinea come spesso siano “tra gli esempi più riusciti di scambio fra pratiche e idee radicali da un lato e movimenti sociali più ampi dall’altro, in grado di cambiare in meglio la vita di tutti i giorni”. Lo studioso Tamir Bar-On, citato nel libro, sostiene infatti che a volte le micro-battaglie nel calcio risultano più efficaci di quelle su temi più universali ma, allo stesso tempo, anche più astratti, come la pace o la giustizia sociale.
Questo avviene perché il calcio riesce a coinvolgere trasversalmente persone di diversa estrazione sociale e collocazione politica: è davvero un terreno fertile per l’incontro di sensibilità differenti, e da ciò dipende la sua importanza politica anche per l’attivismo radicale. Da qui si arriva al capitolo conclusivo, decisamente il più affascinante, in cui si prova a immaginare che aspetto possa avere un calcio anarchico e ‘dal basso‘. Questa volta l’autore lascia parlare chi questi esperimenti li ha realizzati (o meglio, li sta realizzando: sono processi ancora in corso e in evoluzione), riportando per intero articoli o interviste e limitandosi a brevi commenti. Il lungo saggio di Roger Wilson sull’Easton Cowboys and Cowgirls è la summa di Un calcio al potere e delle sue ambizioni: Wilson, uno dei fondatori del club, racconta il difficile percorso di decostruzione e ricostruzione continue che un gruppo di anarchici e anarchiche ha intrapreso per dare vita a una società sportiva comunitaria, inclusiva, orizzontale e autogestita.
L’approccio punk e DIY (Do It Yourself, ‘cavatela da solo’) degli inizi, il confronto con un sistema sportivo e mediatico esplicitamente capitalista, il conflitto tra rifiuto e necessità di strutture organizzative: tutti temi a cui vanno incontro i club di calcio popolare nati in anni più recenti, in particolare in Italia. Per esempio, come si può dire di non escludere nessuno, quando alcuni giocatori si trovano a non essere abbastanza bravi per competere al livello a cui nel frattempo è arrivata la squadra? Lo sport è competizione e ricerca del risultato, e standoci dentro non ci si può del tutto divincolare da questa dinamica. Gli Easton Cowboys and Cowgirls hanno così deciso di creare seconde o terze squadre, ampliando la struttura per dare spazio a tutti: la selezione esiste, ma a nessuno viene impedito di giocare. Ma in ogni caso queste squadre non vanno giudicate in base alla loro capacità di raggiungere risultati sportivi, come si farebbe con un club normale, bensì per la loro capacità di mettere in pratica approcci sociali radicali e amplificarne la diffusione.

Kuhn non fornisce nessuna ricetta definitiva né stila un ‘manifesto del calcio anarchico’, ma ci mostra delle possibilità: da quelle più pratiche e dirette, come i Mondiali Antirazzisti che dal 1997 vengono organizzati qua in Italia, fino a quelle più estreme e rivoluzionarie, come l’Anarchist Soccer Club e il ‘calcio a tre porte’. Altrettanto straordinario è il breve articolo di Wally Rosell sul passaggio in quanto atto politico, al tempo stesso libertario e comunitario, e per questo intrinsecamente anarchico. Il giocatore con la palla è assolutamente libero di farci ciò che vuole, passandola a chi, come e quando vuole; eppure questa libertà è del tutto dipendente dall’esistenza dei compagni di squadra, che hanno servito il giocatore che adesso ha la palla e che si mettono nelle condizioni di riceverla da lui. “Passare la palla è come distribuire un pamphlet o appendere un manifesto”.
Un calcio al potere risente solo del fatto di essere un libro di 15 anni fa. Per questa edizione italiana, Gabriel Kuhn ha aggiunto una postfazione con gli sviluppi più recenti, che sicuramente attualizza il libro, aggiunge esempi utili per chi volesse approfondire e apre a nuovi esperimenti per un calcio alternativo (come il People’s Football Congress proposto da David Goldblatt o il Manifesto della Lega Selvaggia di Vienna). Da un lato, questo nuovo epilogo del libro conferma le analisi che l’autore aveva fatto nel 2011 in merito alle dinamiche tossiche del calcio. Ma dall’altro si sente la mancanza di un’analisi più approfondita sul ruolo del calcio globale in questa epoca di feroce ascesa dell’estrema destra, con la FIFA di Infantino diventata sponsor di governi autoritari in un modo inedito anche per la sua ben poco edificante storia. In poche parole: in un calcio (e in un mondo) così, la lotta politica non è ancora più impari rispetto al passato? Per questo, però, probabilmente sarebbe servita ben più di una postfazione. Magari sarà uno dei nuovi lettori di Gabriel Kuhn a occuparsene.
“Sebbene il calcio non sia rivoluzionario in quanto tale, è comunque possibile che sia parte della rivoluzione.”
“Se nella sua sua rivoluzione Emma Goldman vuole ballare, altri dovrebbero avere il diritto di giocare a pallone.”
– Gabriel Kuhn
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Fonti
-KUHN Gabriel, Un calcio al potere: Gioco e lotta sociale, trad. di Emanuele Giammarco, Elèuthera, 2026


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