“Non parlare di quello. Non parlare di quello. Non parlare di quello. Vogliono che resti in silenzio. Stai zitto, non dire niente“. C’è davvero tanto, in queste poche parole che Pep Guardiola ha pronunciato nella conferenza stampa di venerdì pomeriggio, in risposta a un giornalista che gli chiedeva un commento su chi vorrebbe che il tecnico catalano si limitasse a parlare solo di calcio e non di politica. Guardiola non si è mai tirato indietro, quando si è trattato di esprimersi su tematiche sociali, dall’indipendenza della Catalogna al sostegno a Open Arms, fino alle sue recenti parole sulla Palestina e su altri conflitti nel mondo. Nell’ultimo anno è stato più schierato che mai: ha tenuto un discorso sul tema all’Università di Manchester, ha lanciato degli appelli per la pace, ha parlato al concerto-manifesto per la Palestina del 29 gennaio a Barcellona. E martedì scorso ha nuovamente rivendicato il suo diritto a esprimersi su questi temi.
Ma, al di là delle cause su cui prende posizione, è il fatto stesso di prendere posizione a essere rilevante, in un mondo che vorrebbe sempre più tenere separati sport e politica. La presunta neutralità dello sport è un tema su cui da tempo insistono sia il presidente della FIFA Infantino sia la presidente del CIO Coventry, ma in realtà parlano di un miraggio. O, peggio, cercano di prendere in giro tutti, dagli atleti ai tifosi (e pure ai giornalisti, che troppo spesso brillano per la loro superficialità sulle tematiche extra-campo). Infantino vuole che il calcio e la politica restino ambiti separati, poi però si fa portare al guinzaglio da Donald Trump, oppure va a Davos a incontrare i principali leader globali. Coventry dice le stesse cose di Infantino, ma ai tempi in cui era una nuotatrice di successo era divenuta, senza la minima opposizione, un simbolo della propaganda di Robert Mugabe. E, dopo la fine della carriera agonistica, è divenuta addirittura ministra: queste figure predicano una dottrina che loro per primi non si curano di rispettare.
Gli appelli alla neutralità dello sport, stranamente, emergono solo quando uno sportivo parla criticamente della politica, ma non quando ne parla a favore. Nessuno si lamenta quando gli atleti olimpici, dopo aver vinto una medaglia, vengono ricevuti dal Presidente della Repubblica o raccolgono i complimenti di altri leader nazionali. È chiaro che il problema non è esprimere un’opinione politica in assoluto, ma solo esprimerne una difforme, in contrasto con lo status quo. Va benissimo che gli atleti facciano donazioni in beneficenza per aiutare i bambini che soffrono a causa delle guerre, ma non si devono azzardare a dire quali sono queste guerre. L’accusa è quella di essere di parte, di schierarsi solo su un tema e non su tutti, e così che ecco che la questione si ribalta: gli sportivi non devono parlare di politica, ma quando lo fanno devono dimostrare di essere non faziosi, più esperti e sensibili di qualsiasi altra persona che parli di questi temi.
E questo è il motivo per cui molti evitano di parlarne. Esporti significa andare incontro a critiche: “C’è una grande pressione politica, una pressione da parte degli sponsor, a volte da parte dei fan, dei social media” ha detto a The Athletic Craig Foster, ex capitano dell’Australia, attivista per i diritti umani e professore associato di Sport e responsabilità sociale alla Torrens University di Adelaide. “Quando sei uno sportivo e ti esponi su questi temi, ti assumi un rischio. Devi essere un vincente, altrimenti queste tue prese di posizione vengono usate contro di te, deliberatamente fraintese o citate in maniera sbagliata” spiegava pochi giorni fa Leon Goretzka, centrocampista della Germania, a Die Zeit. Marcus Rashford, attaccante del Manchester United che nel 2020 criticò il governo di Boris Johnson per i tagli agli aiuti alimentari per gli studenti di famiglie povere, divenne un bersaglio della destra britannica che lo accusava di occuparsi di cose che non c’entravano nulla col suo lavoro: fu eletto a capro espiatorio per le pessime prestazioni dei Red Devils, fino a che non ha lasciato la squadra. Simili critiche vengono rivolte dai tifosi di destra spagnoli a Vinícius Jr. del Real Madrid, che ha spesso parlato contro il razzismo.
Con Guardiola, la questione è anche più complessa. Il fatto di aver parlato tanto in favore della causa palestinese gli ha attirato ondate di whataboutism: se parli di Gaza, perché non parli anche di quest’altra guerra? Una retorica che tende chiaramente a insinuare il dubbio che il suo non sia un disinteressato impegno in favore dei diritti umani, ma una strategia politica per evidenziare alcuni temi e ignorarne altri. A onor del vero, è una tattica politicamente trasversale: Robert Lewandowski, che si era esposto nel 2022 in favore dell’Ucraina, è stato accusato di non aver fatto altrettanto su Gaza. La conseguenza estrema di questo ragionamento è che, siccome per condannare una guerra le devi condannare tutte (e non solo in termini generali: devi letteralmente fare un elenco, così che si possa verificare cosa eventualmente trascurerai), la cosa migliore da fare è, di nuovo, non condannarne nessuna. Non schierarti mai, e non avrai problemi. Secondo l’Accademia di diritto internazionale umanitario di Ginevra, attualmente nel mondo sono in corso 75 conflitti: buona fortuna a trovare qualcuno che li conosca tutti.
Tuttavia, Guardiola è una delle pochissime persone nel mondo dello sport che sembrano seriamente consapevoli anche di questi risvolti. Durante il suo discorso del giugno 2025 all’Università di Manchester ha citato i conflitti in Palestina, in Ucraina e in Sudan (che all’epoca non era ancora sulla bocca di tutti come sarebbe stato l’autunno successivo). Nella conferenza stampa del 3 febbraio 2026 ha aggiunto al suo elenco anche gli omicidi di Renée Good ed Alex Pretti a Minneapolis. Ha sottolineato che lui condanna le guerre e la morte di innocenti in ogni parte del mondo. E il fatto che citi sempre il Sudan è molto importante, perché si tratta di un conflitto alimentato dagli Emirati Arabi, ovvero il suo datore di lavoro: il proprietario del Manchester City, Mansour bin Zayed al Nahyan, è il responsabile della politica estera di Abu Dhabi e del finanziamento alla milizia RSF. Ma anche prendere posizione per la Palestina non è così scontato, considerando che gli Emirati Arabi sono uno storico alleato di Israele: il presidente del City, Khaldoon Al-Mubarak, lo scorso gennaio era con Trump a Davos per aderire al ‘Board of Peace’ per Gaza.
Non poche persone ritengono, però, che proprio questo atteggiamento di Guardiola sia ipocrita: è contro la guerra in Sudan, la condanna pubblicamente, ma continua a lavorare per gli Emirati Arabi e a prendere i loro soldi sporchi. Una replica potrebbe essere che dobbiamo pur tutti lavorare e, se sei davvero bravo a fare il tuo lavoro, probabilmente finirai a svolgerlo per qualcuno che è tutt’altro che limpido. Certo, nessuno obbliga Guardiola a lavorare proprio per il regime emiratino, ma esattamente quali sono le alternative? Accettare un ingaggio in qualche club gestito da un fondo speculativo statunitense, che magari investe in armi o che ha nel proprio consiglio d’amministrazione persone legate a Trump? Accordarsi con ricchi e potenti club come PSG e Newcastle, controllati rispettivamente da Qatar e Arabia Saudita? Tornare in Spagna, nel Real Madrid e nel Barcellona, multinazionali del pallone gestite da imprenditori vicini alla destra spagnola (Pérez) o in ottimi rapporti con Israele (Laporta)? Cercarsi una pensione dorata in Turchia, in un sistema sportivo totalmente dominato dall’AKP di Erdoğan?
Ovunque ci si gira, nel calcio, ci si ritrova in un club dalle proprietà moralmente discutibili, e a ben vedere lo stesso avviene, bene o male, anche in altri ambiti. Criticheremmo mai qualcuno di sinistra che lavora per Amazon? Io stesso, nel mio modesto e mal pagato lavoro, per sopravvivere ho dovuto e devo lavorare per testate e aziende nella cui linea editoriale o nel cui business non mi rivedo. Qual è la soluzione? L’autoesilio dalla vita pubblica, politica e lavorativa. Rifugiarsi in quei pochi lavori “morali” che esistono (educatore, assistente sociale, operatore umanitario), peraltro spesso precari e pagati poco. Oppure – rieccoci! – stare zitti: se non ti esprimi su nulla, non sarai mai criticabile, non ti contraddirai mai. È la trappola dell’ipocrisia: se iniziamo a usarla come compasso morale, ne restiamo tutti vittime. Tutti, tranne chi esplicitamente rifiuta la moralità e agisce solo per il proprio tornaconto, come gli autocrati e i genocidi.
È un tema che è stato sollevato nei giorni scorsi anche dall’editorialista di The Athletic Nick Miller: Guardiola “ha fatto i suoi compromessi e ha deciso che il costo di avere il lavoro perfetto, cucito a sua misura, all’apice del calcio, è dover lavorare per le persone per cui lavora. Forse è un compromesso più grande di quello che facciamo noi altri, ma tutti ne facciamo”. Almeno Guardiola non resta in silenzio: quanti, nella sua posizione, pur schierandosi, avrebbero per esempio evitato di citare il Sudan? Non è perfetto, lo ha detto lui stesso venerdì, lasciando intendere che queste riflessioni siano già passate per la sua testa: “Non sono perfetto, nessuno lo è, le società in cui viviamo non lo sono, ma bisogna impegnarsi per migliorare le cose”.
L’alternativa reale non è uno sportivo moralmente impeccabile e privo del minimo lato oscuro, ma piuttosto qualcuno come Mauricio Pochettino, l’allenatore degli Stati Uniti che, qualche giorno fa, ha criticato il suo giocatore Tim Weah per aver umilmente fatto notare che i prezzi dei biglietti per il Mondiale del 2026 sono troppo alti. “I giocatori devono parlare in campo, non fuori. Non è suo dovere valutare il costo dei biglietti. Non siamo politici, ma sportivi” ha detto Pochettino, che però non si è mai sottratto all’esprimere il proprio sostegno alle politiche del Presidente argentino Javier Milei. Perché difendere la neutralità dello sport significa sempre e comunque prendere una posizione politica, pur facendo finta che non sia così.
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